A Natale siamo tutti più buoni... forse!

#trentapaginechristmasedition

Non so se è lo stesso anche per voi, ma per me comincia ad essere davvero Natale solo quando le pubblicità dei panettoni e, soprattutto, dei Ferrero Rocher si sposano con il clima di freddo-gelo-e-apatia di metà dicembre. Tutto quello che viene proposto in tv prima di tale data è superfluo, inutile, deleterio. Snervante.

Bello il Natale, bella l’atmosfera da cartolina da Courmayeur, brodino di pollo e Ciobar in tazza grande con doppia panna e biscottini, ma anche meno. Cioè, iniziamo a rispettare le date, per cortesia.

L’estate iniziava solo quando partiva la sigla del Festivalbar, la scuola, invece, quando andavamo a fare le spedizioni punitive in cartoleria per la scelta del diario; il Natale, almeno quando ero piccina, con la Coca-Cola che ingaggiava a costo zero gli orsi del Polo Nord come testimonial schiavizzati e la primavera quando finalmente finiva Sanremo (sia quello ufficiale che quello dei giovani). Insomma, ogni evento era scandito da comunicazioni precise, chiare e inconfondibili. Poi, a un tratto, non si è capito più niente. Il Festivalbar l’hanno soppresso (maledetti), gli zaini per la scuola erano in giro sin da luglio (ansia!) e i panettoni al supermercato li trovavi già a metà settembre (argh!). Tutto anticipato, tutto sconvolto, e crescendo, incrementando quel cinismo e quell’odio verso il genere umano che solo gli adolescenti in piena tempesta ormonale possono un minimo cominciare a comprendere, abbiamo iniziato ad apprezzare alcuni personaggi che fino a qualche anno prima ci facevano tanta tenerezza.

Tanto per cominciare, Jack Skeletron. Nightmare Before Christmas è, probabilmente, uno dei massimi capolavori di Tim Burton, nonché un vero e proprio dramma a livello temporale: quando va visto ’sto benedetto film? Ad Halloween o a Natale? Non si sa, e nel dubbio lo vediamo due volte. Ma il cruccio non è tanto quello, quanto il significato profondo della pellicola. Innanzitutto Sally che perde pezzi è la massima espressione della caducità della vita, della sfiga, della forza di ricombinare se stessi dopo una perdita (anche se con ago e filo) e del fatto che i pazzi vanno assecondati. Il Sindaco è l’esempio tipico del politico bipolare, cambia espressione facciale con la stessa rapidità con cui si fa venire un attacco di cuore perché Jack sparisce poco prima di Halloween (solo 364 giorni prima!), e tu non sai se prenderlo a sberle o compatirlo (e con l’età inizi a compatirlo e piangi insieme a lui, ma va be’). E Jack… Jack è il sognatore, è il bambino che c’era in noi e che abbiamo perso col tempo, che vive il Natale per la prima volta e vuole aiutare Babbo Natale finendo per fare casino. Jack è un confuso, un idealista, un ingenuo e anche un tipo poco raccomandabile che pensa bene di rapire il povero Babbo per farsi spiegare in che consiste tale festività. Se non fosse che tutto finisce per il meglio sarebbe la perfetta analisi del Natale dopo i 25 anni: confusione, stress, rapimento dai parenti, tentativi di fughe, corse ai regali ed esami universitari (che non c’entrano ma ci stanno bene).

Un altro personaggio che impari ad apprezzare col tempo, prima che finisca per farsi corrompere dai buoni propositi, è il Grinch. Questa massima per cui a Natale siamo tutti più buoni deve finire: se uno vuole essere scontroso e misantropo anche il 25 dicembre deve poterlo essere senza che una ragazzina bionda e con lo sguardo da “ma quanto sono tenerina” ti biasimi per il tuo atteggiamento. Il Grinch è lo spirito che ci pervade tutti a un certo punto della vita, e chi dice il contrario mente e lo sa. È quello che è stanco di vedere la gente che festeggia e si entusiasma per due lucette e qualche albero e pensa di tagliare la testa al toro e rubare il Natale. Ma quanto devi essere genio! Ma quanto devi essere convinto per mandare in malora un intero paese il giorno di Natale! Preparativi su preparativi, con quel povero cane che guarda quel dissociato del suo padrone costruire piani e marchingegni per rubare tutti i regali direttamente la notte in cui Babbo Natale li consegna, e poi? Due occhi dolci, i sensi di colpa e il Grinch che riconsegna tutto e diventa parte del sistema.

Quando ero piccola la parte in cui lui scopriva di avere un cuore, comprendeva il suo errore e chiedeva scusa mi faceva sempre emozionare. Poi, col tempo, ho capito che non c’era nulla di più falso: il Grinch cambia perché la società in cui vive non accetta la sua solitudine, lui stesso non accetta che gli altri possano amare vivere in continua comunità e gioia. La solitudine del Grinch, l’affetto che lo lega al piccolo cane Max è l’anticipazione di quello che, una volta all’università, io e molte amiche ci siamo sentite dire: se non cambi atteggiamento morirai sola e piena di gatti!

Però magari uno pensa che siano solo favole, che siano le storie raccontate ai bambini che debbano avere una morale, che debbano insegnare che si può sempre cambiare, si può sempre trovare un compromesso. Quello che non capiamo è che sono gli adulti che scrivono queste storie, sono gli adulti che edulcorano la realtà come se fossero tutti cartoni Disney, patinati con quell’aura di magia che sulla Terra, il più delle volte, non esiste. E le favole ci piacciono per questo, perché sono inverosimili e lasciano sognare un mondo altro che si allontana anni luce da quella che è la nostra quotidianità.

Abile scrittore di gialli, avvocato, autore di fama internazionale, John Grisham lo conosciamo tutti per titoli come Il rapporto Pelican, Il cliente, L’uomo della pioggia. Forse non tutti lo assocerebbero a un libro sul Natale. Nel 2001, infatti, pubblica il suo Skipping Christmas (Fuga dal Natale), una perfetta cornice di quello che siamo stati capaci di creare con la nostra corsa al consumismo e all’esibizionismo. Se San Valentino è una festa commerciale, Natale non lo è da meno, anzi. Tutti si aspettano qualcosa, qualsiasi cosa, dal regalo alla cena alle decorazioni che devono causare colpi apoplettici al vicinato. Gli Stati Uniti, terra che non conosce in nessuna sua parte il significato del termine “moderazione”, sono i sovrani indiscussi delle decorazioni natalizie, creano addirittura intere vie cittadine, soprattutto nei paesini più che nelle metropoli, in cui si vanno a vedere le luci esposte dalle famiglie della zona. Roba da pazzi. Grisham, in perfetto stile da avvocato dell’accusa, crea un romanzo molto divertente in cui scardina la tradizione e fa scegliere a una famiglia di investire gli stessi soldi che spenderebbe per decorazioni cena e tutto il resto in una tranquilla crociera. Ma se c’è una cosa che anche il Grinch ci ha insegnato è che non si può sfuggire al Natale, e se non sei tu che ti pieghi a lui, sarà lui a trascinarti nell’abisso del divertimento e delle convenzioni forzate.

Diventi grandi e apprezzi libri così, rivaluti le scelte del Grinch, trovi contronatura l’entusiasmo di Jack. Il tempo passa, il Natale resta, ma non è mai come l’anno prima: magari, nel frattempo, hai perso un tuo caro, o la famiglia si è divisa per qualche ragione, gli amici sono lontani per lavoro, il partner ti ha lasciato, i figli sono cresciuti e la magia, inevitabilmente, si è andata perdendo. Quello che resta sei tu, mutato, turbato, più vissuto, forse, ma con un’unica e sola certezza, ripetuta inevitabilmente fino al 24 mattina: “devo finire di comprare i regali!”.

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