Ai fornelli con Banana Yoshimoto

Aggiornamento: 8 apr 2020


La prima volta che acquistai un libro di Banana Yoshimoto avevo diciotto anni. Lo feci più perché incuriosita dal nome, che non lascia trapelare niente del suo sesso e della sua vera identità se non la si conosce, tranne l’inequivocabile origine geografica. Non acquistai Kitchen ma scelsi due volumi attirata dai titoli: High and dry - Primo amore e Ricordi di un vicolo cieco, per dirla lunga su quanto mi trovassi ancora in una fase a dir poco adolescenziale della vita. Fino ad allora avevo letto i libri richiesti a scuola, quelli che avevo in casa, quelli prestati dalle amiche, di un certo spessore, di una certa caratura letteraria, scegliendo praticamente nulla dettata dall’istinto ma da imposizioni, consigli e necessità. Banana Yoshimoto, come Roth, Baricco, Coelho, Garcia Marquez, Pessoa, fece parte del mio primissimo gruppo di scelta totalmente istintiva di lettura, arrivato dopo decine di libri letti per necessità, lontani da Shakespeare, Neruda, Calvino, Pirandello, Manzoni e i classici più conosciuti che ognuno di noi ha nella propria libreria fin da bambini.


Quello che scoprii subito, leggendo le prime pagine, è che a scrivere era inequivocabilmente una donna, molto colta per giunta: Mahoko Yoshimoto, infatti, nata a Tokyo cinquantacinque anni fa, è la figlia di uno dei più influenti filosofi giapponesi del secolo scorso, Tahaki Yoshimoto.

Al suo attivo, al momento, ha quarantaquattro opere e quattro film basati sui suoi romanzi, due dei quali incentrati sulla sua opera prima Kitchen, capolavoro internazionale datato 1989, anno in cui raggiunse la popolarità e che conta a oggi sessanta ristampe solo in Giappone. L’autrice ha riscosso un successo così grande da aver ottenuto della personale letteratura in merito: in Italia si è occupato di recensirla e fornire un ritratto completo Giorgio Amitrano nel suo saggio Il mondo di Banana Yoshimoto (2007, Feltrinelli), dove sottolinea la delicatezza tipicamente nipponica della sua scrittura, le sue tematiche e il rapporto con il cibo e i bisogni umani.

Tutte le volte che si ha a che fare con un romanzo della Yoshimoto (io ho avuto il piacere di leggere, oltre ai tre citati nell’articolo, anche Arcobaleno e Il coperchio del mare) si notano infatti delle tematiche ridondanti, sempre funzionanti, che possiamo asserire siano i connotati distintivi dell’autrice:

  • I pregnanti bisogni umani, dati spesso da una condizione iniziale di abbandono del protagonista, il quale subisce una perdita, o deve ripartire da zero, o dati da relazioni che spesso nei romanzi rimangono totalmente indefinite (grazie anche alla tipica cultura giapponese, che filtra molto spesso l’audacia amorosa romanzando e smorzando molto i toni quando si rivolge ad un ampio pubblico), ma soprattutto derivanti da una condizione di solitudine, tutto trattato in modo estremamente teatrale;

  • Il rapporto con l’Occidente, presente nella vita quotidiana dei protagonisti e ricercata dall’autrice stessa nel medesimo contesto (in fin dei conti, per essere riconoscibile a livello internazionale, Mahoko ha scelto come pseudonimo “Banana”, una parola immediatamente identificabile);

  • Il rapporto della cucina come luogo di condivisione o come luogo di memoria. L’autrice palesa questo suo interesse già nel suo primo romanzo Kitchen:

Non c'è posto al mondo che io ami più della cucina. Non importa dove si trova, com'è fatta: purché sia una cucina, un posto dove si fa da mangiare, io sto bene. Se possibile le preferisco funzionali e vissute. Magari con tantissimi strofinacci asciutti e puliti e le piastrelle bianche che scintillano. Anche le cucine incredibilmente sporche mi piacciono da morire. Mi piacciono col pavimento disseminato di pezzettini di verdura, così sporche che la suola delle pantofole diventa subito nera, e grandi, di una grandezza esagerata. Con un frigo enorme pieno di provviste che basterebbero tranquillamente per un intero inverno, un frigo imponente, al cui grande sportello metallico potermi appoggiare. E se per caso alzo gli occhi dal fornello schizzato di grasso o dai coltelli un po' arrugginiti, fuori le stelle che splendono tristi. Siamo rimaste solo io e la cucina. Mi sembra un po' meglio che pensare che sono rimasta proprio sola.
  • Il linguaggio appartenente all’universo manga, la delicatezza di un linguaggio che tratta tanto di innocenza quanto di erotismo tra le righe o lo palesa in modo estremamente soffice.

Con i suoi inconfondibili connotati, Banana Yoshimoto ad oggi fa parte del gruppo di scrittori più rappresentativi del Giappone insieme a Yasunari Kawabata, Kazuo Ishiguro ed altri altrettanto noti.


7 visualizzazioni0 commenti

Post recenti

Mostra tutti