• Alessandra Libertini

Alla conquista dell'America, alla conquista di un nuovo orizzonte letterario


Chi è nato negli anni Ottanta come me ha subito il fascino del disneyano Pocahontas nel 1995. Non so voi, ma lei è sempre stata la mia principessa preferita: indomita, selvaggia, sceglie l'amore, non lo subisce. Sceglie il sacrificio, che non viene attuato, in nome della diversità. Non vende il suo popolo, lo sprona ad aprire i propri orizzonti. E, fin qui, tutto molto bello. Ma sappiamo quanto sia diversa ed edulcorata la realtà di Disney: non dovrei amare questa pellicola proprio perché amo la storia dei nativi americani. Non c'è stata nessuna riconciliazione, lo sappiamo, solo un massacro epico che studiamo in modo molto velato sui libri di storia. Rende bene l'idea Mercoledì Addams nella seconda pellicola della serie, nel 1993, due anni prima che la stupenda principessa nativo americana disneyana apparisse sullo schermo, con il suo discorso durante l'allestimento teatrale riguardante la prima cena del Ringraziamento al melenso e poco utile campo estivo dove la zia acquisita ha cercato di mandare lei e il fratello proprio per sposare Fester indisturbata. L'eccentrica dark lady più importante della mia vita si rivolge alla perfetta ragazzina rappresentante la classe media americana, che svolge il ruolo da protagonista e di pellegrina, in questo modo, dopo esser stata invitata, in quanto figurante proprio come Pocahontas, alla tavola degli indesiderati ospiti della fittizia terra americana non ancora esplorata:

Aspetta. Noi siederemo alla vostra tavola. Avete preso la terra che spettava a noi di diritto, tra non molto il mio popolo sarà costretto a vivere nelle roulotte nelle riserve, voi indosserete maglioni di cachemire e berrete cocktails, noi venderemo i nostri braccialetti sulla strada. Voi giocherete a golf e assaggerete stuzzichini caldi, la mia gente patirà la fame, il dolore e il degrado, voi andrete a spasso con le auto sportive. Gli dei della tribù hanno parlato, e hanno detto: non fidatevi dei padri pellegrini...

Esaustivo e tremendamente reale questo omaggio al genocidio nativo americano in un film dove lo scopo è far ridere, il momento di serietà non spezza la serenità dei più piccoli che lo guardano ma fanno fermare per un momento, come la platea sconcertata presente nel film, anche l'adulto che lo guarda, se consapevole della coerenza delle parole pronunciate con la storia.

Non potevo iniziare l'articolo senza parlare di questo. Senza dire che, forse, la cosa migliore che hanno fatto i colonizzatori è indubbiamente l'aver portato la conoscenza di un mondo inesplorato in Europa tramite i loro diari e le loro sceneggiature teatrali. Ma, per il resto, l'aver snaturato una terra selvaggia con il pretesto di dare a degli uomini che vivevano gli spiriti della natura nella propria pelle una civiltà (abuserò ironicamente di questo termine più volte) di cui non avevano bisogno, è solo un grande crimine. Al quale, purtroppo, si pensa sempre troppo poco.

Da quando i primi Europei misero piede nel Nuovo Continente, il lavoro da fare per la colonizzazione venne sostenuto a un ritmo così incalzante e serrato da aver bisogno di una corrispondenza con il Vecchio Continente sempre maggiore. Le flotte partivano dall'Europa con la consapevolezza di rimanere gli anni ma, durante questi, il contatto con la patria era praticamente programmato a lungo termine. Cosa si poteva riportare come strumento di conoscenza delle novità se non dei campioni delle stesse e degli appunti? Così, per funzionari, direttori e addetti ai lavori, la stesura di un diario divenne praticamente essenziale, dove il concetto del wonder, la meraviglia, è il più usato per esprimere l'emozione del trovarsi di fronte allo sconosciuto. Quando il piano commerciale fu chiaro e attuabile, si mandarono sempre più spedizioni di esploratori per catalogare tutto ciò che si poteva; dunque, i resoconti dei viaggi erano la vera preziosità dell'europeo. Partiamo dalle Decades of the new world di Richard Eden del 1555, sulle imprese dei navigatori spagnoli, passando per Principall navigations, voyages, traffiques, and discoveries of the English Nation di Richard Haklyut del 1589, sulle imprese coloniali della Gran Bretagna, con un esaustivo catalogo delle scoperte; come A brief and True report of New-foundo land in Virginia, pubblicata dal matematico e geografico Thomas Harriot che scrisse sulle scoperte del Nuovo mondo tra il 1560 e il 1621. Il più grande compilatore fu Hayklut, che pubblicò opere estremamente utili e complete, come Drivers voyages touching the discovery of America (1582), A notable storie containing four voyages made by certains french captaynes into Florida (1587), opera continuata da Samuel Purchas che omaggiò la sua figura di grande esploratore nelle sue.

Al famosissimo John Smith, figura coloniale realmente esistita (che non sposò Pocahontas, però, ma che ne descrisse la figura così bene da ispirare l'opera The Indian Princess or la Belle Sauvage di Barker del 1808) dobbiamo il più grande libro inglese scritto in America: A true relation of occurrences and accidents in Virginia, scritto nel 1608.

Questi sono solo i principali resoconti di viaggio, in cui non si trovavano solo le imprese coloniali e le scoperte della nuova flora e fauna, ma anche la metodologia per la conversione al cristianesimo di una cultura ritenuta inferiore, con la pretesa di una superiorità razziale donata dallo stesso dio pregato, che avrebbe fornito loro una missione, perché di missione i Padri Pellegrini parlano. Il Vangelo fu il libro più fornito dell'intero periodo, con lo scopo di indottrinare i locali, poiché i Nativi erano descritti come violenti e selvaggi, mentre serviva un addomesticamento che li portasse ad essere mansueti e remissivi, meglio ancora se morti, in nome della civiltà (e del commercio). Ma questa civiltà, ai nativi, serviva davvero?

Chissà se oggi tutto questo non fosse successo di quanta cultura originaria di una Terra che ha avuto bisogno di essere snaturata per essere accettata potremmo beneficiare.

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