• Rebecca Di Schino

"Arriverà la Fine, ma non sarà la Fine"!

Aggiornato il: 8 apr 2020



Ero a casa, qualche sera fa, e mentre mi rigiravo nel letto con una montagna di pensieri che mi affollavano la testa e tra il caldo del piumone e il freddo del piede salvifico fuori le lenzuola ho iniziato a pensare. Ora, è di dominio pubblico il fatto che quando si è soli, al buio, nel letto, insonni, la cosa meno indicata da fare sia pensare. Nella mente si cominciano ad affollare una serie di eventi ed emozioni che creano uno tsunami di sensazioni per lo più sgradevoli. Ecco, dimentica della regola d’oro, mi è capitato proprio quello. Ho iniziato a fare un resoconto della mia esistenza, esasperando le situazioni come solo alle due del mattino si è capaci di fare, e mi si è creata nel cervello una lista di pro e contro della mia vita che hanno avuto come risultato un silenzioso e prolungato pianto. Non so dire se sia stato liberatorio o meno, sta di fatto che le lacrime mi sono sgorgate giù dagli occhi e sono finite dritte sul cuscino. Al che ho cercato di ricordare da quanto tempo non piangessi così, in solitaria malinconia, e mi sono accorta che ultimamente piango spessissimo. Diversi tipi di lacrime, con o senza singhiozzi, appena accennate o torrenti in piena, in ogni caso ho stimato circa tre pianti a settimana. Una buona media visto che dovrei essere nel fiore degli anni e avere tutta la vita davanti (!). Ma, sempre la stessa notte, mi sono accorta che in realtà i più copiosi rivoli di acqua salata facciale li sto spendendo per libri, film e serie tv.


Se voleste chiuderla qui vi capirei, penserete che sono matta. La verità è che mi sono resa conto di essere più emotiva di quanto credessi, una bambina che, oggi più di ieri, si emoziona per una bella frase letta o una scena struggente ben recitata e che, inevitabilmente, ancora non riesce a dire addio. I seriali compulsivi mi capiranno: il termine di una stagione, la fine di un buon libro, soprattutto se appartenente a una saga, non sono vere e proprie chiusure: sono pause. Pause che l’autore concede ai lettori per assorbire gli eventi, i cambiamenti, gli scoop. Pause che fanno la differenza tra un “ci vediamo a settembre con la prossima stagione” e un “è stato bello seguire xxx insieme a voi”. La pausa non è la fine, e quando arriva quest’ultima non ce n’è per nessuno.

Ti prepari mesi prima, settimane ad arrovellarti il cervello, a mangiarti le mani, leggendo su internet i sintomi per diagnosticare un attacco di cuore, perché lo sai che ti verrà, lo sai che quello a cui tieni sta per finire e tu avrai un infarto per questo. Credi di essere pronto, eviti gli spoiler come se fossi il bersaglio di un poligono di tiro che tenta di nascondersi dal suo cecchino. Qualcosa sentirai, e sarà la notizia peggiore, quella più assurda, un’ipotesi che non potrebbe mai verificarsi, sarebbe un buco nella trama di proporzioni della Fossa delle Marianne, eppure vai in panico, tutto diventa plausibile. Ecco, vedi? Hanno rovinato tutto.

Il giorno, infine arriva, sei lì, pronto. Libro alla mano, o computer pronto per lo streaming, bottiglia d’acqua, scorta di viveri e scatola di kleenex: si comincia.

E bum!, meno di quanto pensi e tutto è finito.

Ricordo che quando uscì Harry Potter i e Doni della Morte lo iniziai una domenica invernale sperando di gustarmelo con calma, di impiegarci più tempo del solito in modo da potergli dire addio con dignità. Il giorno successivo avevo un’interrogazione di storia. Non studiai nemmeno una pagina. Rimasi incollata al libro finché non lo finii, lo lessi piangendo, tutta la seconda parte offuscata dalle lacrime, iniziato e concluso in meno di una giornata. Ero talmente travolta e stravolta che dovetti rileggerlo. Tra la sensazione di stress generata dalla trama e la consapevolezza che non avevo più nulla da aspettare dopo quello, non riuscii a godermelo, non assimilai bene il tutto.

Quest’ansia, forse, vista oggi con occhi più maturi è sicuramente eccessiva, ma il vuoto della fine di qualcosa che amo me lo sono portato dietro in tutti questi anni. Il bello del cinema è che è riuscito a serializzare qualsiasi cosa, per massimizzare i guadagni, ovviamente, ma anche per rendere meglio omaggio alla trama. Serie tv che proseguono stagione dopo stagione, accompagnandoci negli anni, come amici che nei momenti di relax o affaticamento, stanchezza o svago, sono lì, pronti a consolarci con soli 25/40 minuti. I finali sono quell’evento che un fan non vorrebbe mai vedere realizzato. Non si sa mai cosa aspettarsi, non si è mai soddisfatti delle scelte degli sceneggiatori. Mi è successo con Castle, con Una mamma per amica, con Lost e, proprio meno di un anno fa, con Game of Thrones. Tutto vano. Anni e anni spesi a immaginare la conclusione perfetta bruciati in una scialba bolla di sapone, di quelle piccole, che non durano. Dura solo l’amarezza. The Big Bang Theory è stata l’unica a colmare il vuoto. L’unica a dare ai suoi fan esattamente il migliore dei finali possibili. Umano, leggero, concreto, potente, emozionante, completo, coerente. È stato l’ultimo vero grande pianto che mi si è scatenato nell’ultimo periodo.


Leggere, al contrario, crea un altro genere di aspettative. Un libro può far parte di noi in molteplici modi. Se ci piace magari lo finiamo in una giornata senza nemmeno pranzare (mi è capitato con La solitudine dei numeri primi), oppure ci lasciamo l’ultimo capitolo intonso, ne iniziamo un altro e quando siamo pronti a dire addio riprendiamo quelle poche pagine rimanenti e chiudiamo con quel titolo, quell’autore, quella trama tanto bella da farci male. Un libro è rapporto personale con la carta che resta sempre uguale nel tempo pur cambiando in continuazione. Una serie tv, un bel film, almeno per la mia esperienza personale, posso rivederle tutte le volte che voglio, ma le emozioni che mi suscitano tendono ad essere sempre simili alle prime volte. Un libro, al contrario, è un compagno di vita che cresce insieme a me. Possono passare anni prima di riprenderlo e rileggerlo. Possono cambiare le situazioni della vita, le aspettative, i sogni. A seconda del momento che vivo scelgo un determinato libro da rileggere, un libro che conosco, che ricordo poco, o molto bene, e lo inizio sapendo che è esattamente lui quello che cercavo, la panacea dei miei mali, il concentrato di vita e sentimenti che mi servono. E lo leggo con occhi diversi, consapevoli, più maturi della volta precedente, senza cullarmi in pensieri immaginati, vivendo la storia di un altro che, in quel momento esatto della mia vita, mi sembra essere la mia. Frasi ricorrenti che imparo a memoria, interi paragrafi che cerco appositamente senza rileggere l’intero testo, un amico in libreria che è sempre lì, pronto, con la sua carta inchiostrata di verità, ad aiutarmi a superare tutto.


Il finale di un libro è un colpo al cuore. È la certezza che non c’è altro da dire, che quello che hai letto era tutto quello che si poteva leggere e che ora non ti resta che andare avanti. Ma i finali, a ben guardare, sono solo degli inizi al contrario, sono il fulcro di ciò che è stato, un monito per imparare a superare gli ostacoli, guardare il passato e costruire il futuro in modo autonomo. Noi siamo la nostra trama. Noi siamo autori di noi stessi, i libri della nostra esistenza, le pagine cucite l’una all’altra, le parole che si intrecciano per ricordarci che il finale vero non esiste ancora, è lontano, è inevitabile, certo, ma per ora, quello che ci sembra un termine, in realtà è solo una pausa.

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