• Rebecca Di Schino

Calvino: il romanziere poeta

Aggiornato il: 5 set 2020


Il primo libro che lessi di Calvino, che è stato, per la legge della coerenza, anche uno dei primi che ho recensito su questo blog, fu Il visconte dimezzato. L’innocenza dei miei dodici anni in combutta con l’obbligo scolastico di una lettura estiva a scelta mi portarono all’incontro con un testo che, di primo acchito, sembrava una storia fantastica, un romanzo d’amore celato in un titolo quasi criptico. Con gli anni mi sono resa conto che, così come Il visconte è molto più di quello che sembra, lo stesso Calvino cela in sé un universo di segreti e situazioni che ancora adesso mi emoziono nello scoprirli.

Spesso abbiamo parlato di autori eclettici, scrittori che nella loro lunga o breve vita si sono cimentati in moltissime sfaccettature riguardanti la scrittura. Be’, Calvino non fa eccezione, anzi, rientra forse in quel ristretto gruppo di autori di cui continuiamo a parlare al presente nonostante abbiano lasciato questo mondo da molto tempo.

Nato a Cuba da genitori italiani, tornò in patria che aveva solo due anni, vivendo appieno e in prima persona la crisi politica che portò allo scoppio della Seconda guerra mondiale. Attivista politico e dichiarato partigiano, la sua produzione è intrisa di un patriottismo che definiremmo poetico: saggi, romanzi e racconti fondono la speciale intelligenza fantasiosa dell’autore con riferimenti alla politica e alla tragicità della situazione italiana bellica e postbellica.

Una produzione, tra l’altro, ricchissima, nonostante la vita breve e i numerosi impegni, che potremmo sezionare in generi, o meglio in fasi. Inizialmente, infatti, si approcciò alla redazione professionistica con la pubblicazione di alcune opere neorealiste, racconti che vennero pubblicati in seguito nella raccolta Ultimo viene il corvo. Il sentiero dei nidi di ragno è il primo romanzo vero che abbiamo di Calvino, un racconto molto dolce che attraverso gli occhi di Pin, il bambino protagonista, fonde perfettamente cronaca e sogno senza mai risultare pesante agli occhi del lettore. La mia fase preferita, tuttavia, è quella fantastica. Forse perché è così che l’ho scoperto, ma la trilogia de I nostri Antenati e le Cosmicomiche sono, a mio parere, il più alto punto della sua scrittura. Non soltanto per le trame quanto più per la delicatezza e, al contempo, la precisione di un lessico facilmente comprensibile da tutti. Non occorre necessariamente infarcire tutto di paroloni per risultare grandi artisti. Gli anni Sessanta lo proiettano nella fase combinatoria, una delle più divertenti: l’influenza della scrittura di Queaneau, Barthes e Borges lo aiutano a costruire trame intelligenti e ben incastrate che mostrano la piena padronanza dello stile con Il castello dei destini incrociati e Se una notte d’inverno un viaggiatore. Soprattutto quest’ultimo romanzo mi ha fatta uscire pazza: ribalta totalmente le leggi dei romanzi, parlando al lettore con una distruzione della “quarta parete” a partire già dalle prime righe e proseguendo con un racconto che ne unisce altri dieci, tutti senza finale. Un manicomio!


Autore di saggi, come Lezioni americane, e impegnato in ogni genere di produzione che possa stimolare il lettore oltre che Calvino stesso, non molti di voi saranno a conoscenza della sua vena poetica musicale. Subito a cavallo del secondo dopoguerra, fino ai primi anni Sessanta, Italo Calvino si è cimentato nella redazione di testi per canzoni che ebbero, nel corso degli anni, numerosi interpreti tra cui, recentemente, i Modena City Ramblers e Grazia Di Michele. A tema bellico, con una struttura che ricorda le ballate e le tematiche ungarettiane, Calvino affronta la situazione della guerra, dei soldati al fronte e, più tardi, della ripresa economica che porta con sé anche conseguenze poco piacevoli. Canzone triste, ad esempio, racconta del dramma dell’operaio che, vittima della necessità di far ripartire il paese, è costretto a degli orari massacranti in fabbrica, lasciando per moltissime ore la sua sposa da sola, senza il conforto di nulla se non di un bacio appena accennato prima di partire. Dove vola l’avvoltoio, invece, mostra in maniera esemplare il suo disprezzo per la guerra e la volontà di lasciarsi alle spalle cinque anni di morte e distruzione. L’avvoltoio che visita la madre del soldato, il tedesco stanco, la eco dei rimbombi dei cannoni, diventa improvvisamente da spettatore a predatore feroce, pronto a sbranare il nostalgico che spera nel ritorno al fronte.

Leggere Calvino, dunque, indipendentemente dall’età che si ha, è un toccasana. La sua scrittura leggera ma possente spazia da un argomento all’altro con coerenza, ironia e una dose di allegoria tale da celare, in un primo momento, l’intento dell’autore. Proprio per tale motivo è possibile approcciarsi a ogni suo testo più volte nel corso della vita e restarne sempre abbagliati, scoprendo di volta in volta, quello che a causa della poca esperienza o della giovane età era sfuggito.

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