• Rebecca Di Schino

Charles Dickens e la nuova idea del Natale

#trentapaginechristmasedition

Poche sono le certezze di un bibliofilo, di un appassionato che continua a rileggere imperterrito i suoi libri preferiti, e di base tali certezze iniziano a sorgere già ai tempi della scuola. La prima, indiscussa, è la sicurezza assoluta che non potesse esistere davvero un Aldilà prima che Dante scrivesse la Divina Commedia. E come avrebbe potuto? Nessuno era stato in grado, fino a quel momento, di dare un’idea così precisa di cosa ci aspettasse dopo la morte. Si è preso qualche licenza poetica e ha fatto un po’ di “pulizia contatti” per dirla in termini social, ma Dante ha chiarito in maniera molto decisa cosa siano la vera punizione divina e sommo perdono.

Altra certezza è la figura di Shakespeare, l’uomo che ha regalato al mondo un nuovo concetto di teatro, di drammaturgia, di fine psicologia umana. Shakespeare non era solo un poeta, no, era uno psichiatra senza licenza, un abile conoscitore dei vizi altrui perché era egli stesso il primo a crogiolarvisi dentro. Ha reinventato il teatro e con esso i sentimenti più estremi come l’amore, l’odio, la vendetta, la gelosia, il tradimento. Se conosciamo noi stessi forse un po’ lo dobbiamo anche a lui.

La terza certezza che abbiamo, ed è quella che almeno oggi mi interessa di più visto il clima da Jingle Bells che si sta lentamente propagando, è che Charles Dickens abbia ricostruito dalle fondamenta lo spirito del Natale. La frase “panettoniana” che a Natale siamo tutti più buoni, come il fatto che ci si faccia i regali per dimostrarsi affetto reciproco, è stata col tempo talmente sdoganata che oramai è diventata una questione di dovere, di esigenza, non di vero sentimento. Ecco perché, per entrare veramente nello spirito del Natale, ogni dicembre andrebbe riletto A Christmas Carol. E dico riletto e non solo riguardato in tv perché il Canto di Natale è un vero e proprio inno alla gioia: va gustato, va assaporato lentamente, va compresa appieno la trasformazione emotiva di Ebenezer Scrooge. E questo canto, che risiede nel titolo, è il modo migliore per definire la musicalità della trasformazione, la sinfonia che soggiace allo spirito delle feste, al tormento che si propaga nel cuore del vecchio Ebenezer fino a distruggergli ogni certezza. Una colonna sonora che parte lenta e cupa e si trasforma in festa, si trasforma in comprensione, accettazione, affetto e, soprattutto, empatia.

La scrittura di questo racconto è costata a Charles Dickens mesi di lavoro, ansia, problemi di debiti, blocco dello scrittore, studio e ricerca dell’ispirazione, ma quello che ne è uscito fuori è uno dei più grandi auguri che si possano fare a una persona: fargli capire che oltre al buio che vede intorno a sé c’è del bello e del buono, quella meraviglia che solo i bambini riescono a percepire e che crescendo sfuma nel cinismo. La dolcezza del piccolo Timmy, ad esempio, è la massima espressione di quanto questa meraviglia non venga colta dagli adulti, troppo preoccupati dalla vita in generale per soffermarsi sulle piccole cose. Suo padre, Bob Cratchit, impiegato sottopagato di Scrooge che stravede per il suo bambino malato, è la rappresentazione della speranza e dell’umiltà, si fa sottomettere dal suo padrone in modi indecenti ma non perde mai la fiducia in un ravvedimento. Sarà il carattere di Bob, la scoperta di come vive la sua famiglia e dei sacrifici che questo padre è costretto a compiere tutti i giorni a causa sua che daranno a Scrooge la spinta decisiva per cambiare. I tre fantasmi accompagnano il vecchio arcigno protagonista in un viaggio tra passato presente e futuro per meglio fargli comprende quanto alcune scelte fatte in giovane età, senza pensare, possano essere devastanti per il proprio avvenire. Amicizie perse, amori sacrificati, famiglie divise e per cosa? L’accumulo compulsivo di ricchezze?

La visita del primissimo fantasma, quello dell’ex collega e socio Jacob Marley turba profondamente Scrooge più per aver incontrato un morto che per quello che il suo amico sta cercando di dirgli. Quello scambio di battute, diventato famosissimo, è una delle scene più inquietanti di tutto il racconto, secondo me:

«Sei incatenato» disse Scrooge tremante. «Dimmi, per quale motivo?» «Porto la catena che ho forgiato in vita» rispose il fantasma. «L’ho costruita anello per anello, metro per metro; me ne sono cinto di mia spontanea volontà, di mia spontanea volontà l’ho indossata […]».

Il favore che ebbe il Canto di Natale, dalla critica e dal pubblico, sin dal 1843 quando vide le stampe per la prima volta, è stato praticamente inarrestabile. C’era chi, dopo il successo ottenuto con Oliver Twist e il successivo calo della fama, aveva dato per spacciato il suo autore, come se nel panorama letterario inglese Dickens avesse smesso di brillare. La sua ballata di Natale, invece, rese quella fiamma perpetua e ancora oggi, forse, non è Natale senza il suo Christmas Carol. Basti pensare alle centinaia di trasposizioni che ne sono state fatte. Le migliori, a mio parere sono quelle della Disney e l’adattamento italiano del 1953, Non è mai troppo tardi, con Paolo Stoppa e Marcello Mastroianni. Se quest’ultimo recupera la trama e la reinventa in qualche modo, modificando ovviamente i nomi ma restando fedele al modello dickensiano iniziale, il colosso d’animazione americano crea due veri capolavori. Nel 2009, con un cast esagerato, a partire da Jim Carrey in una delle sue forme migliori, viene riproposta la versione in computer grafica del capolavoro di Dickens. Molto fedele all’originale, con quel pizzico di magia intrinseca a tutta la produzione Disney, il film riesce a prendersi delle libertà visive che solo il lavoro d’animazione può davvero dare, creando un’esperienza unica che accompagna lo spettatore nel percorso di redenzione di Scrooge. Il mio preferito in assoluto, però, resta il Canto di Natale di Topolino, anno 1983. I personaggi classici degli Studios interpretano quelli del racconto, con Zio Paperone che incarna uno Scrooge senza uscire troppo dal personaggio e un Cratchit/Topolino che per una volta fa da spalla alla famiglia dei Paperi. E poi c’è Paperino, e quando c’è lui tutto diventa più divertente!

Quindi, ricapitolando, se questo Natale 2020, che come anno ha già fatto abbastanza schifo, volete ripulirvi l’anima e pensare positivo per qualche ora, rispolverate Dickens, che niente è più natalizio di uno dei suoi libri!

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