• Rebecca Di Schino

Chi beve solo acqua ha qualcosa da nascondere!

Ovvero, l'eterno idillio tra autori e droghe.

Una grande massima, quella del titolo, non c’è che dire. Con una valenza niente male se si pensa a quanto i freni inibitori vadano a farsi benedire se si è sotto effetto di sostanze che provocano alterazione. Indipendentemente dal tipo di sostanza, possa essere droga, alcol, tranquillanti, ma anche caffeina, sesso, ecc., il corpo infine cede e lascia campo libero ai muscoli facendo prendere qualche ora di ferie al sistema nervoso centrale. Ergo, se a dire la verità sono solo i bambini, i matti e gli ubriachi un fondo di attendibilità ci dovrà pur essere: tutte e tre le categorie non pensano, non ragionano in base alle conseguenze che una determinata confessione può causare e, tra tutti, be’, gli ubriachi vivono in un limbo fatto di sogno e inconsistenza.

Questa mancanza di inibizioni, però, può avere anche conseguenze positive. Diciamo qualcosa che non avremmo mai osato dire da sobri: le migliori dichiarazioni d’amore, i messaggi alle tre di notte agli ex, le confessioni su eventuali malefatte passate da decenni, le omissioni mantenute fino a quel momento, tutto sparito. Azioni e parole che fuoriescono in quei momenti di blackout e che ci mettono nei casini per mesi a venire.

Ma noi siamo solo persone. Al massimo possiamo mandare un WhatsApp al tizio/a che stiamo stalkerando sui social da mesi e confessare il nostro ardore con frasi senza senso, parole mozzate e una generosissima dose di emicrania e imbarazzo che agiranno quando sarà ormai troppo tardi. Non siamo mica poeti, o romanzieri, o pittori: loro vedono gli unicorni cavalcati da formiche rosa giganti e ci scrivono su un poema, creano una serie di sessanta dipinti con quell’unicorno in tutte le angolazioni. Noi no. Noi facciamo solo casino!

Ebbene, oggi sfateremo il mito della loro genialità! Oggi, per recuperare quel minimo di dignità che ancora sopravvive in noi – visto che la maggior parte è andata persa in notti brave che neanche ricordiamo –, porteremo i grandi autori al nostro livello, a un “manipolo di drogati”, una schiera di personaggi poco raccomandabili che, con gli occhi di trentenni più o meno responsabili (ci si prova, quantomeno…), non faremmo frequentare nemmeno al nostro cane.

Uno dei più recenti esempi di “fattone letterario” (come ho deciso che li chiamerò) è Stephen King. Ci sarà un motivo se ci vuole una tanica di Xanax e Tavor per leggere alcuni suoi capolavori, e il motivo è che lui per primo è un grande fan del Valium. Quest’ultimo, infatti, fu uno dei vari ingredienti del cocktail che ha assunto durante la redazione di Cujo nel 1981, una combinazione che gli è quasi costata un’overdose e che ci ha regalato una delle trame più inquietanti che potesse mai partorire mente umana.

Se volessimo fare una classifica delle sostanze più utilizzate per i trip artistici, quel che ne risulterebbe è un amore smodato per l’oppio. Probabilmente la predilezione per il papavero e i suoi derivati è originata dal tipo di “illusione” che genera. La testa che si alleggerisce, le visioni, allucinazioni quasi controllate, uno stato di abbandono psicofisico e una rilassatezza che crea immagini nella testa che, a quanto pare, sono state tradotte nei capolavori letterari che amiamo ancora oggi. Interessante, poi, è notare come ogni autore abbia le sue preferenze: alcuni di loro, ad esempio, iniziarono a giocare al Piccolo chimico per scoprire quale principio naturale o sostanza o mix di sostanze riuscisse a fargli raggiungere il “Nirvana intellettuale”. Jean-Paul Sartre, tanto per dire, scrisse il celebre libro La noia sotto effetto della mescalina, un alcaloide psichedelico che si trova normalmente in una pianta del deserto messicano. Il compatriota Baudelaire, invece, andava sul classico e si concedeva qualche rendez vous con hashish e, appunto, oppio. Michail Bulgakov, celebre per il romanzo che si ama o si odia Il maestro e Margherita, dedicò un’intera opera alla sua adorata morfina, da cui il libro prende il titolo. Un vero sentimentale, diremmo.

Eppure sono quasi tutti autori che in qualche modo non ci stupiscono più. La setta dei poeti maledetti, il lungo secolo che va dalla fine del 1700 a tutto il 1800 ha sfornato numerosi sostenitori dell’uso di sostanze psicotrope. Dopotutto, è stato il periodo della corsa all’oppio: fumarlo, commerciarlo, organizzare eventi nelle apposite fumerie era di moda tanto quanto lo è stato il frozen yogurt appena qualche anno fa. Gli europei, gli inglesi in particolare, hanno fritto il cervello del popolo cinese commerciando l’oppio e portando in patria il tè, hanno creato un vero mercato e l’utilizzo di sostanze stupefacenti non generava particolari scandali. Ecco perché non dovrebbe stupirci il sapere che molti dei capolavori che ancora oggi amiamo e consideriamo veri e propri classici sono il frutto di trip andati a buon fine. Qualche altro esempio, restando in territorio anglofono, è dato da Samuel Coleridge, che scrisse il suo Kublai Khan dopo essere stato indotto anche lui in una sorta di trance da oppio, e nientemeno che Robert Louise Stevenson, che scrisse le sue conclusioni sulla duplice natura umana, fulcro del suo capolavoro del 1885, Lo strano caso del Dr. Jekyll e Mr. Hyde, sotto l’effetto dell’ergot, un fungo che si propaga dalla segale e dal frumento e che altro non è che un potentissimo allucinogeno anche potenzialmente letale.

Oh cielo, potremmo andare avanti per ore a raccontare le malefatte dei grandi artisti, ma qualche altra chicca ve la voglio dare. Sapevate, ad esempio, che la dipendenza da cocaina di Sherlock Holmes è dovuta alla dipendenza alla stessa sostanza del suo autore, sir Arthur Conan Doyle? Be’, ora lo sapete!

Non è abbastanza? Ne volete ancora? E va bene, razza di pettegoli, ve ne do ancora!

Il Club des Hashischins, messo su dal sopracitato Baudelaire, contava tra i suoi illustri membri giusto qualche nome che forse vi ricorderà qualcosa: Victor Hugo, Theofile Gautier, Gerard de Nerval, Alexandre Dumas, e quell’ipocrita di Balzac, che ha sempre negato la sua partecipazione affermando che la sua arte non aveva bisogno di ulteriori stimoli…

Un passo indietro nel tempo e arriviamo al grande inglese per eccellenza, il capo indiscusso della letteratura britannica, sua maestà William Shakespeare, particolarmente legato alla marijuana.

E ancora i Romantici (Shelley, lord Byron, Keats e Scott) che insieme a Dickens erano larghi consumatori di laudano.

Poe, invece, era amante del più sobrio alcol, come Cheever, Carver e Tennessee Williams. Ognuno con il proprio preferito, perché si sa che il feeling è tutto e anche con la sostanza che ti dovrà stordire ci deve essere una sorta di legame affettivo. L’autore americano del Gatto nero, ad esempio, preferiva tra tutti il Brandy; Bukowski era più un tipo da whisky, Oscar Wilde portava avanti una relazione stabile con la Fata verde dell’assenzio. Fitzgerald andava di Gin, D’annunzio fu addirittura testimonial dell’Amaro Montenegro, mentre Hemingway e Truman Capote preferivano i cocktail: Mojito e Daiquiri il primo, Vodka orange il secondo.

I rappresentanti della più contemporanea Beat generation, invece, preferirono abbandonarsi ai piaceri della chimica consumando LSD, sostanza a cui si dedicarono anche i nostrani Elsa Morante e Alberto Moravia.


Ma, c’è un ma. Per ogni Conan Doyle che ha prodotto uno Sherlock, c’è un Lapo che ha inventato un finto rapimento con riscatto. Per ogni Hemingway alcolizzato, c’è un personaggio molesto che vive su uno sgabello di un bar cercando di abbordare anche il cestino della spazzatura. Ovvero: non è l’abuso di sostanze psicotrope che genera il talento. Stiamo parlando di geni, chimere, eventi rari che in una moltitudine di persone comuni possedevano quelle capacità che, tuttavia, avevano bisogno di un certo tipo di aiuto per uscire fuori. Non basta attaccarsi alla bottiglia, o fare una scampagnata a funghi ad Amsterdam per produrre il capolavoro letterario del terzo millennio. Ci vuole ben altro. La letteratura si fa con la letteratura, quindi, prima di alcolizzarvi, leggete! Che al più il risultato prodotto sarebbe qualche delirio internettiano con conseguente recapito a casa di un’ordinanza restrittiva autografata dal vostro ex!

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