• Rebecca Di Schino

Cinquanta sfumature di Orgoglio

Ovvero: come alcuni protagonisti si rovinano la vita.

Ci sono diversi motivi per cui mi piace leggere. Un po’ è perché non mi dispiace restare sola, in silenzio, a concentrarmi su una bella storia che mi porti via dalla routine della realtà quotidiana; un po’ perché mi piace vivere, benché di riflesso, le vite di altre persone, e più sono lontane dalla mia e meglio è. Un altro po’, però, è anche perché da eterna romanticona quale sono, sotto le mentite spoglie della cinica inacidita, mi posso scegliere un nuovo fidanzato ogni volta che pesco un libro ancora intonso o magari già letto più volte, un uomo diverso, anche se fittizio, a seconda del mio stato emotivo in quel momento. Mica male, no?

Comunque, anche se mi piace molto leggere le ultime uscite, romanzi nuovi, in giro da poco, su cui ancora non è stato detto tutto e il contrario di tutto, i miei preferiti, ormai lo sapete, restano i classici. C’è sempre un che di poetico nei classici, sembra sempre che sappiano cosa dire e come dirlo oltre che azzeccare esattamente le tempistiche sul quando dirlo. Allora sei lì, che fissi la libreria stracolma, già rimpiangendo di non avere più molto spazio per tutti quelli che ancora non hai comprato, e scegli un libro tra i mille che ci sono, forse per caso o forse per destino, finendo per trovare tra le mani esattamente quello che cercavi. Sicuramente, noi uomini, razza che ha elaborato il concetto di effetto placebo per fregarci da soli e autoconvincerci di molte cose inspiegabili, cerchiamo in poche righe di un qualsiasi libro esattamente quelle tre frasi adatte a noi. E la cosa fantastica è che non importa che libro sia: quelle tre frasi ci sono sempre. Anche in un manuale per il bricolage.

Se alla scelta di un classico ci aggiungiamo la mia predilezione per storie intriganti, complesse, a volte anche truculente ma, in ogni caso, passionali, ecco che la scelta del tema di questo articolo è presto spiegata. In ogni relazione umana, a un certo punto, subentra quel sentimento che crea e distrugge ogni cosa, esaltazione o rovina dell’essere umano, fonte unica e principale di dolore o gioia: l’orgoglio. Chiamatelo un po’ come volete: amor proprio, autostima, fierezza, arroganza, fermezza, decisione, fiducia in sé stessi. Una serie quasi infinita di sinonimi, con centinaia di sfumature diverse e differenti gradi di pericolosità. E la letteratura, sin dai tempi più remoti, è piena zeppa di personaggi che, a seconda del termine usato, hanno fatto danni incalcolabili o sono entrati nella leggenda.

Se c’è una cosa che ho imparato, dal mio selettivo OCD, è che fare le liste aiuta molto bene a capire di cosa si stia parlando. Quindi eccola, l’ennesima lista, con qualche personaggio che mi ha colpito in questi anni e che, a modo suo, mi ha insegnato qualcosa sulle varie sfumature dell’orgoglio.


Fitzwilliam Darcy

Per gli amici Mr. Darcy, l’uomo che ha praticamente coniato il concetto di orgoglio per come lo intendiamo oggi. Uno dei miei personaggi preferiti, protagonista di un libro tra quelli che amo di più al mondo, è l’essere umano più snervante di tutto il romanzo. Orgoglio e pregiudizio, dopotutto, prende il titolo proprio dall’indole sua e di Elizabeth, con la quale fa la staffetta nello scambiarsi l’uno o l’altro attributo. Ma parliamo, in questo caso, di una versione positiva dell’orgoglio, di un lato del carattere che, come spesso accade, serve a mascherare insicurezze, formazione e educazione, componenti tipici della classe sociale cui appartiene. Darcy lo si ama incondizionatamente: è un uomo altruista, generoso, leale e schietto e questo suo lato orgoglioso non fa altro che valorizzare ancor di più le sue innumerevoli qualità.


Mary Poppins

Be’, da questo momento in poi avremo a che fare con tutti i sinonimi, più o meno vicini del termine orgoglio in senso stretto. Ma in questo caso direi che non ci sono dubbi su chi sia la maga della fiducia nelle proprie capacità: la tata più famosa del mondo, Mary Poppins, “praticamente perfetta sotto ogni aspetto”. Ora, se non è un carico di fiducia in sé questa frase davvero non so cosa lo sia. È un orgoglio al servizio degli altri il suo, una consapevolezza di sapere cosa c’è da fare, con che ritmo e per quale risultato. È la tata che tutti avremmo voluto, che unisce, che educa, e che conosce un modo alquanto pratico per riordinare la camera!


Edmond Dantès

Il protagonista de Il conte di Montecristo è, a mio parere, la più alta manifestazione della fermezza. Vittima di un complotto ordito dal vicino di casa invidioso, Edmond è incarcerato e condannato all’ergastolo; tuttavia dopo appena quattordici anni di prigionia, con la complicità del compagno di cella Faria, il poveraccio riesce a recuperare il tesoro di Montecristo e, con quello, il suo titolo e la sua dignità riscattandosi finalmente dai suoi aguzzini. Per quanto sia una sfumatura un po’ lontana dall’orgoglio vero e proprio, la fermezza che dimostra Dantès è davvero ammirevole. Un uomo che sa quanto vale, e quanto ha sofferto, ed è pronto a dimostrare al mondo che farà di tutto per riprendersi ciò che gli è stato sottratto… quando si dice portare rancore!


Heathcliff

Quante lacrime ho versato su Cime tempestose, quanto mi sono dannata su quella testa dura di Heathcliffe e, soprattutto, quanto ho odiato Catherine per averlo fatto soffrire come un cane. La fierezza che dimostra il “bastardo”, però, la volontà ferrea a non piegarsi alla sua sorte, ad elevare il suo status pur di arrivare, un giorno, a meritare la donna che ama, fanno di Heathcliff uno dei personaggi più complessi della letteratura inglese. Considerato troppo spesso un villain, messo a paragona con quella prugna moscia di Edgar Linton, mostra un carattere difficile da apprezzare a trecentosessanta gradi ma impossibile da dimenticare una volta fatta la sua onorevole e fiera conoscenza.

Narciso/Dorian Grey

Un testa a testa sull’autostima, ma due personaggi che comunque vada hanno fatto una miserabile fine. Il primo annegato nel suo riflesso, il secondo corrotto da ciò che aveva guastato il quadro che mostrava la sua vera natura. Entrambi rappresentanti dei più bassi livelli a cui può arrivare la troppa fiducia in sé, il troppo autocompiacimento. La perfezione non esiste, la condanna arriva per tutti, e se Narciso è vittima di sé stesso ma designata da sfere più alte, Dorian non ha scusanti e resta uno dei più abbietti personaggi mai scritti, degno esemplare della società fatta di apparenze e traviamento in cui vive e si muove.


Achille

Se l’arroganza aveva un volto, questo era il volto del figlio di Peleo, piè veloce, colui che “addusse lutti agli Achei” e anche a sé stesso. Se tua madre ti dice “Guarda che se vai in guerra poi muori giovane, ma chi te lo fa fare? Senti a me: resta a casa!”, e tu le rispondi “Eddai ma’ non rompere, che mi frega di vivere, io voglio la gloria eterna, voglio che delle mie gesta si parli anche tra mille anni!”, possiamo dire che un po’ quella freccia nel tallone te la sei cercata? Possiamo dire che la tua arroganza e la continua auto-adulazione di quanto fossi bravo ti ha portato a farti ammazzare da quello che, in un certo senso, in quella guerra ti ci ha trascinato? Sì, possiamo dirlo!


Lady Macbeth

C’è un girone dell’Inferno apposta per lei, lo so, me lo sento. Continuamente insoddisfatta di quello che aveva, convinta di meritare di più, di meritare almeno un re come consorte, spinge quel soggetto del marito a compiere un regicidio e mettere sottosopra la Scozia. “Lady Macbeth” è un aggettivo terribile da affibbiare a una donna: le hai appena detto che è un’arrogante manipolatrice, una falsa, una spietata criminale che nemmeno si prende la briga di sporcarsi le mani anche se poi cerca di lavare via il sangue. È la donna la cui troppa decisione e il troppo orgoglio l’hanno resa una delle più efferate omicide del teatro shakespeariano.


Anna Karenina

Dove c’è Barilla c’è casa e dove c’è tragedia c’è un russo. Anna Karenina è l’emblema dell’assenza dell’orgoglio e mi piaceva metterla a chiusura di questo mio post. Vittima degli eventi, moglie infelice di un uomo distante, si innamora perdutamente forse per la prima volta in vita sua ma, invece di combattere fino alla fine per questo, invece di dimostrare del vero amor proprio, di saper prendere in mano la propria vita, è travolta dalla società, dalla sconvenienza, dalle apparenze che la vogliono moglie devota e rispettosa. La confusione, la tossicità del rapporto col marito, la consapevolezza che senza il suo Vrònskij la vita non ha senso, la convincono a gettarsi sotto un treno. Oggi lo chiamano “disturbo affettivo-ossessivo”, in parole povere è la perdita totale di autostima e la dipendenza dal proprio oggetto del desiderio.


Quindi, in tutto ciò, cosa abbiamo imparato da questi personaggi? Che credere in sé stessi fa bene, è sano, però, sul serio, a volte anche meno, eh!

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