• Alessandra Libertini

Come siamo passati dai piccoli brividi ai romantic horror?

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Non posso credere che oggi tocchi proprio a me scrivere un articolo di questo tipo e mettere in copertina questa immagine.

Dovrei essere imparziale, dovrei essere neutrale, dare una visione del genere prettamente oggettiva e non dovrei dissacrare nulla per rispetto di chi, in questo suo lavoro, ha impiegato notti insonni, soldi che, fino a che non sono stati guadagnati dopo esser stati investiti, hanno rappresentato una mannaia pendente sulla testa; tecnici, attori, registi e tutto il campionario di figure del cinema che hanno omaggiato una scrittrice che, di questi romanzi o saghe, ha fatto la sua fortuna o, in generale, di scrittori che hanno fatto lo stesso.

Ma io non posso essere ipocrita: a me, il soft horror, mi fa uno schifo irreversibile.

Era il 2008 quando al cinema uscì Twilight, primo film estratto dall'omonimo libro della scrittrice Stephanie Meyer pubblicato qualche anno prima. Uscì e rimbalzò da una sala all'altra raccogliendo spettatori e soldi in quantità bibliche, diventando quasi culto (dio, i brividi), diventando fenomeno di proporzioni esagerate. Ovviamente, io non andai a vederlo. Mi piace sfatare quando possibile il mio scetticismo su tutto e amo non precludermi nulla, ma Twilight, storia di vampiri che luccicano e licantropi che nonostante l'assenza quasi costante di maglietta non prendono mai un raffreddore che contendono una ragazza monoespressiva anche qualora dovessero affettarla come un culatello, no, non potevo farcela. Una delle mie migliori amiche mi rimproverò dicendo che non potevo avere un giudizio così duro senza aver letto il libro e visto il film, che poi diventò, pochissimi anni dopo, un'intera saga. Come darle torto? Lessi il primo libro, tutto. E guardai i film, tutti. Stiamo parlando di una saga di quattro film (tratti dagli omonimi romanzi): Twilight, New Moon, Eclipse, Breaking Dawn, scritti tra il 2005 e il 2008 (e adesso c'è Midnight Sun, pubblicato quest'anno). La mia espressione è stata tutta un "Ma che caz..." ad ogni pagina e frame. Però il libro, nonostante io non sopporti le storie a mio giudizio stucchevoli, oggettivamente funziona: è creato in modo da diventare fenomeno, avere una trama che riesca a coinvolgere, avere delle quotes e delle scene che rimangano. Insomma, la Meyer è stata geniale nel suo ambito. Ma io, nel 2008, avevo ventidue anni, ero un'universitaria e fuori dal cinema trovavo sì persone di tutte le età, ma soprattutto adolescenti e preadolescenti.

E ora, signore e signori, discorso da vecchia zia:

alla loro età io mi ricordo, oltre a cartoni animati da coma diabetico, che quando si aveva fame di creature vampiresche o animali antropomorfi con canini pronunciati si ricorreva a quella meravigliosa collana che i diversamente ventenni come me ricorderanno: I Piccoli brividi. Una serie di libri che vide la luce nel 1992, ideata da Robert Lawrence Stine, tradotta in più di trenta lingue con un totale di 500 milioni di copie vendute. Non sono di certo numeretti, parliamoci chiaro. E dopo i Dylan Dog, anche ai grandicelli stuzzicava l'idea di una storia un po' da brivido adatta a chi era più piccolo ma che riportava indietro chi non lo era più. Sono tanti, tantissimi i titoli di maggior fortuna e, dalla serie principale, sono state poi create delle serie a tema. Incredibile ma vero, la collana ha successo anche oggi, più fuori dal nostro paese che qui. In trent'anni le cose sono molto cambiate: abbiamo visto il genere dell'orrore, soprattutto quello più soft dedicato ai ragazzi, crescere e mescolarsi con altre cose per dare forma a una nuova categoria di intrattenimento che unisse il terrore e i personaggi dello stesso con nuove ambientazioni, più moderne, inserendoli in una società dove celare o meno l'identità è un elemento che dipende molto dagli scopi dell'intreccio. Troviamo rivisitazioni dei classici trasposti in un universo parallelo horror, come PPZ- Pride+Pejudice+Zombies, un Orgoglio e pregiudizio come non lo avete mai visto, scritto da Seth Graham Smith che, in questa riscrittura di un immenso classico, fa divenire le sorelle Bennet delle guerriere impegnate a contrastare la piaga dei non morti che infesta il loro stesso paese, mantenendosi fedele alla trama originale, condendola con il sapore della battaglia ed elementi dell'orrore. O il Cappuccetto Rosso Sangue di Sarah Blakley-Cartwright, romanzo del 2011, dove un'ardita Cappuccetto Rosso ha a che fare con un sinistro licantropo, umano di giorno e lupo assetato di sangue la notte, dove l'amore è ancora una volta condito con il sangue di qualcuno e governa la trama nelle sinistre ambientazioni boschive in cui Valerie, la protagonista, si muove.

Vi lascio questi titoli per fare in modo che, se la serata di Halloween dovesse annoiarvi o spaventarvi, possiate trovare qualcosa di più leggero da fare: leggere una storia d'amore nata da elementi sinistri o, come me, tornare bambini senza avere più paura dei mostri sotto il letto.

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