• Alessandra Libertini

Considera il peso della genialità. David Foster Wallace.


Recensire un autore presuppone ovviamente la conoscenza pregressa delle sue opere. Ciò che fa un bookblogger per ottemperare al proprio dovere, generalmente, è quello di "uccidersi" durante una fase acuta di programmazione tra scelta di autori e romanzi e ancora calcoli di pagine per rispettare le scadenze, rendendosi conto spesso di essere veramente poco flessibile nei confronti di se stesso. La mia scelta ricade quasi al centopercento sui contemporanei, spesso della letteratura internazionale, un po' per via del percorso accademico, un po' perché i contemporanei hanno saputo riadattare la letteratura lì dove il mondo antico è stato raso al suolo dal progresso e dalla tecnologia, reinventandolo.

Per comprendere al meglio l'autore, dunque, spesso mi avvalgo della fortunata possibilità di avere a disposizione, nello sterminato campo che è l'Internet, materiale audiovisivo che possa raccontarmi qualcosa in più; uno scrittore si legge, questo è scontato, ma vedere uno scrittore durante le interviste può essere rivelatore quanto il godere di un suo libro o il soffermarsi sulla critica ufficiale.

Dunque, di buon mattino, con l'alba e una spremuta d'arancia, mi sono messa alla ricerca di qualcosa che completasse il mio percorso e definisse il ritratto di David Foster Wallace. Così, sulle varie piattaforme che offrono video in streaming, ho trovato delle interviste all'autore; la prima, è stata quella al Charlie Rose Show nel 1997, dopo l'uscita del saggio Tennis, tv, trigonometria, tornado (e altre cose divertenti che non farò mai più). Ascoltandolo in lingua originale e non avendo grandi problemi con la traduzione simultanea, ho avuto il privilegio di guardare tutto il tempo il comportamento dello scrittore, e l'unica cosa che mi è venuta in mente è stata: quest'uomo ha voglia veramente di fuggire. La bocca digrignata, il continuo bisogno di bere, un disagio tangibile, più di mezz'ora di intervista in cui, Charlie Rose mi perdoni, lo avrei caricato di peso e portato io stessa fuori dagli studi. Non siamo qui per parlare della sua fragilità emotiva, nemmeno dello spettro della depressione che, nel 2008, lo portò a togliersi la vita a quarantasei anni, ma il vederlo sul monitor con tutta l'insofferenza del mondo mi ha fatto capire molte, molte cose riguardo le letture dei suoi libri. È stato come dare un volto alla genialità e a quel denso, prolisso, toccante fiume di parole che scorre nelle sue (vastissime) opere, come dare umanità all'umanità quotidiana donataci nelle stesse.

Difficile interpretare un uomo complesso se non si ha sensibilità e una mente aperta, difficile interpretare un libro complesso se non si ha il giusto tempo per leggerlo e capirlo: questo è ciò che l'autore ha impresso come fosse un marchio di fabbrica. Perché leggere un libro di David Foster Wallace non è una di quelle cose che si possono fare in due giorni, e a me è capitato di leggere libri di quattro o cinquecento pagine in un weekend (più per lavoro o studio che per altro, arrivando la sera sempre di pessimo umore per non aver goduto di quella lettura come fosse una brutta esperienza sessuale). E, una volta letto, ci si divide spesso nel dilemma se sia realmente geniale o sopravvalutato molto (discorso che spesso si fa con Baricco, o con Coelho, o addirittura con Bukowski) a causa del boom creato dalla diffusione del "fenomeno", che a volte ha fatto diventare dei cult opere degne ma non degnissime. Scusate se io mi schiero, ma a me sembra che le definizioni di "genio postmoderno" e "genio iperrealista" gli calzino veramente a pennello e che, in questo, la critica abbia racchiuso la più onesta essenza di questo autore che sviscera un ventennio pregno di significato in opere dense di significato. All'interno di queste si viene catapultati in un universo che non proprio tutti hanno vissuto (e mi riferisco ai Millennials), quello principalmente degli anni '80 e '90, in storie in cui lo showbiz e la tv dell'epoca fanno spesso da spalla a personaggi ordinari resi straordinari dalla sua penna. Lo stile, caratterizzato da periodi brevissimi, continuamente frammentato, pur rendendo la lettura a volte stancante, dona al lettore il tempo necessario per metabolizzare ciò che è il racconto, stimolandolo quasi alla tolleranza alla frustrazione e donando sempre un'incredibile voglia di andare avanti. Le sue opere, dal numero di pagine mai contenuto, sono divise in racconti veri e propri dotati di trame indipendenti e romanzi o saggi ricchi di un'esperienza autobiografica che manda avanti il libro stesso. Un esempio del primo, che ho avuto il grande piacere di leggere e finire in poco tempo nonostante le suddette pause, è La ragazza con i capelli strani, raccolta di racconti (breve per il suo standard, meno di trecento pagine) del 1989. L'allora ventisettenne mise in piazza attraverso i suoi ordinari/straordinari personaggi il lato oscuro dell'allora attuale società capitalistica americana, descrivendone vizi e nevrosi, condendo il tutto con uno spaccato delle controculture in voga (come quella punk) e definendo l'importanza avuta dai media e da alcuni format molto famosi (come i David Letterman Show). Nove racconti in cui si succedono personaggi variegati che, nel loro stesso spettacolo, trattano tematiche controverse nel rumore bianco del quotidiano presente negli anni '80, farcito di media e tecnologia imperante: dalla storia saffica di Julie e Faye, una fortunata partecipante al noto quiz televisivo dell'epoca Jeopardy, l'altra autrice dello stesso, racconto che non solo mostra la relazione tra le due ma fornisce spunti di riflessione sull'importanza acquisita dalla televisione per l'individuo dell'epoca; al claustrofobico e angoscioso racconto di un infarto avuto da un anonimo amministratore esecutivo e dei momenti in cui sopraggiunge a salvarlo un altrettanto anonimo funzionario commerciale nel parcheggio sotterraneo della loro azienda; al racconto in prima persona di un avvocato di stampo repubblicano e al suo rapporto con un gruppo di punk di Los Angeles, composto da Big, Manomorta, Cacio, Gin Fizz (tale Sandy Inbum) e altri personaggi pittoreschi, in un racconto che comprende concerti, assunzione e spaccio di LSD da parte del gruppo e la vena di sadismo che contraddistingue il narratore; al racconto del collaboratore omosessuale di Lyndon Johnson, presidente Usa per quasi tutti gli anni Sessanta, a quelli che mettono al centro il proprio rapporto intimo e il proprio matrimonio o anche l'adulterio visto da un ebreo, a quello che ha il Late Night with David Letterman come fulcro e scopo primario vissuto con tensione. Senza voler rivelare troppo (mi si accusa sempre di spoilerare alla grande, ed è vero in effetti, ma a volte non è utile descrivere un'opera senza rivelare il suo scopo attraverso il finale), già da qui ci rendiamo conto come l'influenza e la pressione dei media nell'individuo, spinto allo stesso tempo alla voglia di fama ma con tutti i limiti esistenziali dati dal quotidiano, nonché la dimensione intima e introspettiva raccontata in modo essenziale e apparentemente spicciola (perché di spicciolo, David Foster Wallace, non ha nulla veramente), per dare una seconda pelle al lettore, siano i temi fondamentali dei racconti, ma spesso anche del resto delle opere.

Così, nella raccolta Brevi interviste con uomini schifosi il grottesco si fonde con il realismo e l'autore ci racconta in ventitré episodi storie postmoderne di esseri angoscianti, ambigui, soggetti al mostrare con tutta l'ironia e il cinismo della penna da cui escono un lato amaro e oscuro della vita.

Per quanto riguarda la saggistica, già abbiamo citato il bellissimo (se posso permettermi) Tennis, tv, trigonometria, tornado (e altre cose divertenti che non farò mai più), raccolta di sei saggi che mostrano le opinioni dell'autore su vari argomenti, dalla propria vita privata, al già citato rapporto tra l'America e la televisione, all'esperienza sul set di Strade perdute con il regista David Lynch, di cui era un grande ammiratore. Considera l'aragosta, recentissimo (2006) è conosciutissimo anche tra i lettori meno accaniti dell'autore: si tratta di un'altra raccolta (effettivamente, la maggior parte delle opere è di questo tipo) di dieci saggi sulla sua esperienza diretta e introspettiva riguardo personaggi e avvenimenti, come l'11 settembre 2001, o riflessioni di tipo linguistico, come quello riguardanti le considerazioni sulla lingua inglese. Interessante non solo per conoscere in modo diretto l'oggetto dell'argomento, ma perché David Foster Wallace ha uno stile assolutamente unico e chiaro seppur ricco per raccontare un punto di vista che finisce per assorbire totalmente chi lo voglia ascoltare.

Concludiamo la carrellata di esempi (presi a campione, non per scelta personale ma per non rendere l'articolo troppo vasto e confusionario) con ciò che sono i romanzi da lui scritti. Tra tutti, parlando di uno scrittore complesso, si può parlare per ore di Infinite Jest, del 1996; infinito, probabilmente, sia per la lunghezza (1200 pagine circa) che per la complessità dei giochi linguistici al suo interno, che per il tempo di affezione del lettore per questo spaccato delle opinioni dell'autore riguardo gli argomenti più vari, dallo sport alla cronaca nera, ai tanto presenti media (come la pubblicità, che governa l'universo definito dal romanzo), all'identità nazionale, tutto intrecciato allo scorrere della trama in un mondo futuristico e alle sorti del regista James Incandenza, alle prese con una cartuccia smarrita del suo film, che dona il titolo all'opera, della sua famiglia, di altri narratori presenti man mano nello scorrere delle pagine.

Il mio consiglio in generale, se volete approcciare la lettura di uno dei più complessi (e geniali) contemporanei della storia della letteratura americana, è quella di prendervi del tempo di qualità per assaporare tutto quello che c'è oltre il racconto. Ne varranno un sacco di cose belle, per niente la pena.



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