• Rebecca Di Schino

Creepy Women: se è una donna a fare la storia del gothic romance

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Sarebbe bello se, nella storia attuale, ci fossero più occasioni in cui la figura di un determinato personaggio venisse riconosciuto per un merito, una competenza, una capacità, indipendentemente da tutto il resto. In letteratura, soprattutto nei secoli scorsi, la disparità socio-culturale sottolineata tra uomini e donne ha sempre creato problemi, ovviati talvolta dall’utilizzo di pseudonimi o direttamente dall’anonimato da parte delle categorie meno riconosciute.

In questa terribile e angosciante avventura del mese gotico, ci siamo accorte che forse stavamo parlando un po’ troppo di scrittori uomini – per forza di cose direi, visto che tutto sommato va riconosciuta la fama anche a loro – e che avevamo completamente “dimenticato” il contributo femminile al genere horror. Ma se c’è una cosa che le donne sanno fare è proprio quella di incutere terrore e parlare con scioltezza di dolore e tormento (e sangue… ma va be’). Dal “niente” pronunciato con tono criptico (fonte, nel maschio, di orrori ed esami di coscienza che cercano eventuali cause di scontento in comportamenti passati degli antenati fino alla quindicesima generazione precedente o a quel "tesoro, stai calma" maldestramente e distrattamente detto nel luglio del '98 alle 17.22 di un giovedì), le donne sono anche quelle che attaccano a parlare e non si fermano più. Vie di mezzo non ne abbiamo: o non diciamo mezza parola, o parliamo veramente tanto. Sguazzare nell’incertezza o affogarvi con una marea crescente di colpe e indignazione? A voi la scelta!

Nel frattempo, senza indugio, mi accingo a fare quattro chiacchiere con voi su quelle autrici che hanno segnato l’avvento del gothic romance al femminile, con un tocco di classe e un’incredibile capacità descrittiva che non ha nulla da invidiare ai vari Poe e Stevenson. Si tratta per lo più di donne benestanti, magari già scrittrici, con una discreta fama nonostante le difficoltà di una pubblicazione e la credibilità per il pubblico e la critica. Mogli che hanno messo in ombra, con il proprio talento, la figura dei loro mariti; donne che hanno fatto della penna il loro lavoro, che sono state conosciute per essere state ancora più brave di molti loro colleghi. Insomma, quelle che sfruttavano il talento letterario per sfogare i soprusi di una società sessista e bigotta. L’Ottocento, purtroppo, era così, ma per fortuna ci sono state loro.

Clara Reeve (1729-1807)

Figlia più del XVIII che del XIX secolo, Clara Reeve scrisse molti testi, tra cui anche saggi, ma viene ricordata ancora oggi per l’unico e fondamentale romanzo gotico da lei prodotto: The Old English Baron, inizialmente intitolato The Champion of Virtue, vide le stampe nel 1777. Recuperando The Castle of Otranto di Walpole e anticipando, o meglio fungendo da ispirazione per, il Frankenstein di Mary Shelley, il testo, pubblicato ovviamente in anonimo, raccontava le avventure di Sir Philip Harclay, un signorotto che, tornato in patria, scopre che le proprietà di un suo caro amico sono andate perdute e cedute ad altri. Il contesto medievaleggiante, gli orrori e i tradimenti e la lotta finale tra forze del bene e del male fanno del romanzo della Reeve uno dei testi che meglio esemplificano i primi lavori femminili nel gotico.

Ann Radcliffe (1764-1823)

Non si può parlare di female gothic senza pensare immediatamente all’unica e sola Anne Radcliffe. Di lei si sa poco o nulla, il che la rende perfetta come pioniera della scrittura del mistero. Diventata celebre con la pubblicazione de Il romanzo della foresta, nonostante avesse iniziato a dedicarsi ai racconti a tema gotico già qualche anno prima sotto incoraggiamento del marito. Di salute malferma, poco socievole, esternava i suoi pensieri e il suo talento nei suoi romanzi. Dopo la pubblicazione anonima del Romanzo della foresta che ottenne un grande successo di critica, la Radcliffe decise di apporvi il proprio nome per la seconda edizione, consacrando il proprio mito e iniziando una lunga e fruttuosa carriera come scrittrice gotica per eccellenza. I misteri di Udolpho ottennero forse ancor più successo del primo romanzo, partecipando alla definizione stessa del genere. Le capacità della Radcliffe erano racchiuse nel riuscire a spiegare ogni evento criptico e misterioso in modo razionale, senza togliere nulla all’inquietudine delle ambientazioni e al concentrato di mistero delle trame. Fonte di ispirazione per contemporanei e successivi, Ann Radcliffe generò un vero e proprio mito sulla sua persona: depressione, solitudine, problemi polmonari e insinuazioni sulla sua presunta infermità mentale fecero di lei il maggior mistero gotico del secondo Settecento, alimentando la fama sia personale che dei suoi lavori.

Mary Eleanor Wilkins Freeman (1852-1930)

Americana, molto prolifica, non si considerò mai autrice di romanzi gotici. La sua produzione inerente al genere mistery è compresa nella Collected Ghost Stories, una raccolta di racconti caratterizzati per la presenza di fantasmi e altri elementi sovrannaturali. Per quanto non fosse amante di questa sua produzione così particolare, le Ghost Stories della Freeman contengono una gran quantità di elementi che oggi definiremmo, forse, soft creepy: costante, negli undici racconti, è la presenza di maledizioni, spiriti, ombre, morti e sparizioni improvvise. Come nella migliore tradizione horror, se non c’è almeno una fanciulla in pericolo o un bimbo che piange la storia non ci piace, indi per cui i protagonisti sono spesso famiglie o donne sole, bambini trascurati, il tutto in case solitarie, paesini sperduti e l’intero repertorio sconvolgente.

Gertrude Barrows Bennett (1883-1948)

Più recente rispetto alle altre, la Bennett fu elogiata nientemeno che da Lovecraft, il quale la considerava l’autrice di uno dei romanzi più strani e coinvolgenti che siano mai stati scritti. Il padre di Cthulhu & Co. si riferiva al capolavoro assoluto dell’autrice, il romanzo Claimed, ma il lavoro della Barrows Bennett iniziò quando la scrittrice aveva appena diciassette anni, con la pubblicazione del primo di una lunga e ansiogena serie di racconti. Considerata da tutti la regina del dark fantasy, spinse la sua penna fino ai confini della fantascienza con situazioni distopiche e ambientazioni al limite della follia: Le Teste del Cerbero, del 1919, è considerato da molti il primo romanzo in cui compare la teoria degli universi paralleli. Tra soprannaturale, fantastico, misero e immaginazione, la Bennett decise, nonostante il successo, di pubblicare sotto pseudonimo (col nome di Francis Stevens) aspettando il 1952 per rivelarsi al pubblico.

Le immancabili:

Di alcune di loro vi ho già parlato, di altre è stato nominato solo il contributo letterario, ma nel ricco filone gotico molte sono le autrici che hanno contribuito a incrementare la bibliografia del genere. Oltre a Mary Shelley, inconfondibile e superba nel suo racconto dello scienziato che sovverte le leggi della natura, anche alcune delle mie preferite si sono cimentate, chi meglio chi peggio, in un genere che no rientrava proprio nelle loro corde.

Una tra tutte è stata Jane Austen. Guai a chi me la tocca, la mia piccola Jane, così cocciuta e adorante verso il lavoro di Ann Radcliffe di cui sopra da decidere di cimentarsi in un esperimento gotico che la critica ha trovato poco riuscito. A dirla con franchezza, L’Abbazia di Northanger non è mai stato il mio romanzo preferito tra i suoi, ma la Austen impara dalle colleghe più esperte, citando anche, in un certo senso, Il romanzo della foresta, e costruisce una storia ricca di mistero e ambientazioni tipiche del gothic romance: tempeste, oscurità, foreste, castelli, morti misteriose, sparizioni e presenze strane.

Un po’ meglio è andata a Louise May Alcott. Prima di diventare la celebre autrice della saga di Piccole donne, la Alcott è stata una ragazza ribelle che aveva scelto, almeno inizialmente, di prendere le distanze dalle idee retrograde e oppressive del padre. Uno dei suoi primi scritti, lontanissimo dallo stile dei romanzi della maturità, è stato Dietro la maschera o Il potere di una donna. Benché non propriamente gotico, il racconto mostra le capacità machiavelliche e falsamente ingenue di una giovane istitutrice che crea scompiglio nella casa dove prende servizio a causa dei suoi modi a dir poco perturbanti. Insinuazioni, mistero, avvertimenti e la lenta creazione di un clima di insicurezza e terrore intimo, insomma una storia moto più avvincente di quella di Jo e delle sue sorelle…

La chiusura ve la faccio in grande stile, con un nome che da solo è sinonimo di ansia e oscurità: Emily Brontë. Se non è gotico Cime tempestose, ditemi voi cosa lo è! Nebbia, neve, freddo, mistero, storie di famiglie, amori perduti, passati cruenti e futuri incerti. E le cime coperte di quella neve che gela il cuore del lettore oltre che quello dei protagonisti. Per quanto tutte e tre e sorelle Brontë non ebbero vita facile e scrissero romanzi che molto si discostavano dallo stile più spensierato della Austen, resto fermamente convinta che Cime tempestose sia uno dei romanzi d’amore (perduto) più belli di tutti i tempi. Brutale nella sua realtà, terribile nel suo finale triste, la penna di Emily è quella di una donna che ha definito davvero il concetto di sofferenza, attraverso quel dolore che trascina con sé e nella sua scrittura frutto di una vita ingiusta, breve e senza soddisfazioni.

Se la Radcliffe ha creato il genere gotico, be’, Emily Brontë lo ha vissuto.

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