• Rebecca Di Schino

Dalla Book therapy allo tsundoku

Aggiornato il: 8 apr 2020

Ovvero quello che accade se storia letteratura e medicina lavorano insieme per farci entrare in libreria.


La storia insegna che l’uomo è un animale suscettibile alle influenze e che il controllo del suo pensiero è la prima arma che un potere governativo deve possedere. Ridimensionando la scala di valutazione e passando dal binomio governo-popolo al dualismo uomo-donna, ci si trova anche in questo caso a combattere con un’entità che si erge a padrona dell’altra.

Durante il secolo Ottocento era facile che ci si trovasse di fronte a casi di donne, magari appena diventate madri ma non dedite ogni momento alla cura della prole, dichiarate isteriche dai medici dell’epoca. In particolare l’America visse in quel dato momento storico un periodo di profonda transizione a livello politico e culturale che segnò immancabilmente ogni ceto, genere e gruppo sociale. Era il periodo dell’Indipendenza, di lì a poco si sarebbe affrontata la Guerra Civile e tra i vari cambiamenti uno dei più gravi fu l’idea che le donne avessero una loro cultura e perseguissero studi e passioni in maniera autonoma. Vi ho raccontato, la scorsa settimana, di censura relativamente ai titoli messi al bando. Oggi un altro tipo di censura è in esame, quella del pensiero. Se la società definisce i ruoli dei generi senza chiedere il permesso a una delle parti in causa, ecco che l'unica soluzione pensabile e possibile è la rivoluzione. E non stiamo parlando di scioperi bianchi, bensì di fare la storia.

La vera rivoluzione si ottiene solo quando una voce fuori dal coro si alza e inizia a creare davvero scompiglio. Una di quelle voci che hanno cercato con le loro forze di superare questo blocco maschilista e chiuso di pensiero che imperversava nella società europea e d'oltreoceano solo due secoli fa è stata Charlotte Perkins Gilman. Sociologa e scrittrice americana vissuta tra la fine del 1800 e la prima metà del Novecento, femminista e favorevole all’emancipazione delle donne, la Gilman visse in un periodo durante il quale essere donne senza votare la propria vita esclusivamente alla famiglia e alla crescita dei figli era considerato come una manifestazione di nevrosi e isteria. Il primo che diagnosticò questo genere di “malattia” a una donna (affetta da quello che oggi definiremmo solo depressione post partum o volontà di evadere e farsi una carriera) fu Silas Weir Mitchell, un medico che durante la Guerra Civile americana aveva avuto il compito di verificare che genere di traumi nervosi avessero subito i soldati. Mitchell aveva delle idee alquanto particolari su quale fosse il ruolo della donna e sul fatto che erano proprio le donne le maggiori vittime di isteria. Le carrieriste, convinte che la loro vita dovesse avere uno scopo più alto dell’essere semplicemente madri, erano dichiarate pazze e sottoposte alla cosiddetta rest cure, introdotta dallo stesso Mitchell. Il trattamento consisteva nell’allettare la paziente e trattarla come una bambina, non permettendole di fare assolutamente nulla, nemmeno di mangiare autonomamente. Le donne sottoposte a tale cura, tra cui la stessa Gilman dopo la crisi che aveva seguito la nascita della figlia Katharine, finivano davvero per impazzire, tanto da arrivare a togliersi la vita o lasciarsi morire di stenti. Charlotte Gilman però, come molte altre scrittrici e attiviste americane di talento, riuscì a sfogare la propria frustrazione nel dover essere trattate come delle pazze, attraverso i propri scritti. Caso emblematico e quasi fonte di scandalo fu il suo celebre Yellow Wallpaper, un breve racconto a sfondo autobiografico, in cui l'autrice racconta la storia di una donna cui era stata diagnosticata l’isteria finendo per essere sottoposta alla rest cure.

La scrittura, il porre nero su bianco le proprie impressioni, magari tenendo un diario o scrivendo poesie o racconti, fu una delle altre cure, decisamente più efficaci e meno invasive, a cui vennero sottoposte queste donne. La cosiddetta book therapy, ovvero la scrittura terapeutica, aiutava le pazienti a mettere a fuoco il problema che le affliggeva, trasformarlo in arte, viverlo dall’esterno per affrontarlo meglio e rendersi anche conto che si trattava di qualcosa di meno grave rispetto a quanto potesse sembrare ai loro occhi.


Fortunatamente, col passare dei decenni, ci si è resi conto che traumi come la depressione post partum e le semplici insicurezze sul come affrontare la vita sono condizioni assolutamente curabili, e che l’emancipazione e la volontà di far carriera di una donna non solo non possono essere considerate fonte di discriminazione sociale e di sessismo, ma anzi non possono in alcun modo essere viste come cause di disturbi come la nevrosi e l’isteria. La tecnica dello scrivere è ancora oggi di uso abbastanza comune in psicoterapia, poiché permette al paziente di avere un confronto esterno anche in assenza del terapeuta. Ma non solo la scrittura può aiutare: un buon libro, letto in tranquillità, crea una sorta di bolla intorno a noi, lasciando fuori, almeno temporaneamente, ogni problema reale. Già Aristotele, nella Grecia classica, era convinto che la letteratura aiutasse le persone a guarire dai propri malesseri psicofisici, e gli antichi romani riconobbero l’esistenza di un legame tra medicina e lettura. Nel 1937, lo psichiatra W.C. Menninger parlò per la prima volta di book therapy nel trattamento della malattia mentale. Questa tecnica particolare e innovativa vede il maggior sviluppo nei paesi Anglosassoni e negli Stati Uniti e nuovi studi stanno attestando la sua validità nella cura di vari disturbi psichici degli adulti e dei bambini. Leggere trasmette, soprattutto ai fanciulli, la possibilità di approcciarsi alle diversità che si incontrano nel mondo con un maggior spirito di adattamento e tolleranza. I romanzi accrescono il senso di empatia, aiutano ad accettare il brutto, il bello e il folle del mondo, spiegano la realtà attraverso l’inverosimile e rilassano i muscoli e i nostri sensi. Entriamo in un mondo che è solo nostro e accettiamo la vita con la serenità del Piccolo Principe, aspettando quella lettera che ci cambierà la vita, come per Harry Potter, o scovando la verità dietro la bugia affinando l’intuito al pari di Sherlock Holmes.


Empatia, dunque, emozione, ricerca della serenità, tranquillità, fantasia: un libro racchiude un mondo sconosciuto che ognuno di noi vive in modo differente. Al contrario di come accade per altri oggetti, la scelta di un libro è particolare e unica proprio per la natura stessa del libro. È un appuntamento al buio con una nuova potenziale parte del tuo universo immaginativo. La scelta di un libro è una questione di pancia, o di cuore, e come tutto quello ci accade dipende dal cervello.

Ma quindi, aspetta, è una cosa che riguarda la ratio o i sentimenti? Blaise Pascal, alla metà del XVII secolo, affermava che “il cuore conosce ragioni che la ragione non conosce”, mettendo un poetico punto a tutta una serie di considerazioni scientificamente più fondate che dichiarano esattamente il contrario. Con gli studi sul sistema limbico si è chiarito che la ragione svolge un ruolo determinante per quanto riguarda la risposta emotiva. Tutto passa attraverso l’esame effettuato dal nostro organo cerebrale, che smista gli input provenienti dall’esterno e definisce la risposta emozionale più adatta. Il processo emotivo, tuttavia, pur seguendo dei percorsi cerebrali definiti, implica un lavoro complesso del cervello che rievoca memorie ed esperienze pregresse che generano processi di valutazione e decisione.

L’ultima volta che siamo entrati in una libreria, per curiosità, perché dovevamo compiere un acquisto mirato, per “fare un giro”, o un regalo, il risultato è stato, nel migliore dei casi, che siamo usciti dal negozio con un nuovo libro tra le mani. Siamo arrivati a casa, lo abbiamo tolto dal sacchetto della libreria e, una volta seduti comodamente in un posto a noi confacente per una lettura tranquilla, l’abbiamo aperto. Abbiamo sfogliato velocemente le pagine, controllato la rilegatura, esaminato la quarta di copertina, fatto maggiore attenzione al titolo. Magari abbiamo sorriso riconoscendo il nome di un autore a noi familiare, contenti e soddisfatti di aver una sua nuova creatura tra le mani, come una parte dello scrittore stesso pronto a entrare nelle nostre case e vivere con noi, per noi, raccontandoci una parte di vita che non avevamo considerato. Torniamo alla prima pagina e iniziamo la lettura. Quando la iniziamo…

...Perché ancora più frequentemente dell’entrare in libreria per una cosa e uscirne con un nuovo interessante testo pronto per essere letto, capita che facciamo man bassa di nuovi libri per il puro gusto di averli ma che poi rimangono lì, a fissarci dallo scaffale della libreria, con somma aria di biasimo. Questo comportamento ha un nome specifico: si chiama Tsundoku. L’origine del termine Tsundoku si deve a un nipponico gioco di parole: l’espressione, comparsa inizialmente in Giappone tra la seconda metà del 1800 e il primo ventennio del 1900, sembra derivare dalla considerazione che sempre più persone comprino libri che poi, però, non leggono. La parola si costituisce dal verbo 積んでおく (tsunde oku), che significa “accumulare e lasciare lì per un po’”; successivamente la parte doku venne sostituita dal kanji 読, che letteralmente significa “leggere” come nella parola dokusho, che vuol dire “leggendo”. Dall’unione creativa di questi caratteri è stato possibile creare la parola conclusiva tsundoku che specificatamente significa “acquistare materiali di lettura e accumularli da qualche parte per un certo tempo”.

Tsundoku, per quanto possa apparire un termine estraneo a molti, è in realtà una pratica più comune di quanto si pensi. Il bibliofilo compulsivo entra in libreria, o visita un sito per acquistare libri online e compra, indipendentemente dall’utilità di quel testo, o dall’effettivo interesse per quel dato oggetto. Si lascia convincere magari da qualche promozione, o da una copertina allettante dai caratteri sgargianti che attirano la sua attenzione. Mette in opera i consigli di qualche amico che ha già letto quel libro o che, semplicemente, ha espresso un’opinione favorevole in proposito. Diciamoci la verità: tutti nella vita, almeno una volta, siamo rientrati nella categoria dello tsundoku! Il problema di fondo, tuttavia, può palesarsi in maniera anche più grave, ovvero quando atteggiamenti di tipo compulsivo vengono attuati a causa di una disfunzione delle aree associative della corteccia prefrontale, quella atta, cioè, alla pianificazione e alle azioni programmate logicamente.

Una disfunzione di quest’area può quindi essere causa di comportamenti compulsivi, privi di una programmazione o di una organizzazione preliminare. Per quanto lo tsundoku si presenti in realtà come il minore dei mali, rappresentando quasi sempre solo un eccessivo esborso di denaro e una smodata quantità di libri che presto o tardi faranno crollare qualche scaffale della libreria domestica, è bene non sottovalutare il ruolo svolto da questa porzione di corteccia, strettamente legata al sistema limbico e interconnessa, quindi, con considerazioni di tipo emozionale che si riflettono nelle scelte che compiamo quotidianamente.

"Il sonno della ragione genera mostri", mai frase fu più esaustiva, ma se i mostri sono i duecento libri che ci attendono sulla libreria in attesa di essere letti, allora ben vengano!

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