(?) delle donne. L'8 marzo editoriale: l'abbandono degli stereotipi.

Aggiornamento: 8 apr 2020



Niente mimose da estirpare quest’anno: il pianeta ha bisogno di ossigeno quindi lasciamo le piante a fare il loro dovere. Se proprio dovete, regalate mazzi di libri! O, in alternativa, le mimose con panna e pan di spagna comodamente adagiate nei banconi di pasticceria… molto più rapide per sollevare l’umore e il picco glicemico.

Scrivere l’ennesimo articolo sull’8 marzo creerebbe non pochi problemi. Normalmente il mondo si divide in due gigantesche categorie: quelli che devono festeggiare la ricorrenza in ricordo di non-sanno-nemmeno-loro-cosa-ma-la-discoteca-fa-la-serata-a-tema-andiamoci; e quelli che si rifiutano di festeggiare con vino, musica e spogliarellisti perché sanno esattamente di che tipo di memoriale si tratti e onestamente non c’è poi molto da stare allegri. Nonostante tanti locali ancora si sfreghino le mani pensando a questa giornata e molte signore di tutte le età sognino ancora di toccare con le mani sporche di pizza muscoli bisunti di olio, siamo contente di vedere come si stia pian piano prendendo coscienza che, di festa, l'8 marzo ha ben poco. Noi di trentapagine facciamo parte della tanto rinomata categoria "l’8 marzo è tutti i giorni" visto che, come abbiamo detto prima, preferiamo festeggiarlo con mazzi di libri, che sono i nostri fiori, le nostre mimose. Ergo, in occasione della festività meno amata e più celebrata del mondo dopo San Valentino, abbiamo pensato di proporvi qualcosa di nuovo che rientra nel concetto di girl power ma che poco ha a che fare con free drinks e musica techno.

Passeggiando in centro siamo passate di fronte a una Feltrinelli e da brave psicopatiche siamo entrate in cerca di qualche simpatica novità tanto per occupare quell’ora o due che avevamo a disposizione. Tra gli scaffali ci siamo accorte di una terribile verità che la fa da padrone anche in altre librerie, per lo più di catena visto che sono più grandi da un punto di vista meramente spaziale: la gestione degli scaffali interni. Ale entra in libreria e a botta secca va verso la sezione poesia. Rebby entra e corre alle novità e alla narrativa. Ma, indipendentemente dai gusti di ognuna, un orrendo reparto si è palesato di fronte ai nostri occhi: la sezione femminile.

Ora, non per iniziare polemiche sterili, anzi. È stato molto carino da parte degli addetti al marketing e alla logistica pensare che ci avrebbe fatto piacere (“ci” a noi donne) una bella e ampia scaffalatura dedicata, se non fosse che suddetta scaffalatura sia il trionfo del rosa e della scarsa sostanza. In pratica è come guardare l’on demand di Sky nella sezione “sentimentali” e ricevere come suggerimenti titoli che finiscono per far accapponare la pelle. Mescolanze improbabili di classici letterari che occupano lo stesso ripiano di titoli chick lit caratterizzati dalla stessa profondità di trama di un cucchiaino di miele che trabocca da tutte le parti. Copertine sgargianti in colori pastello, titoli giganteschi in font accattivanti, riferimenti ad altre opere della stessa autrice perché, strano ma vero, sono quasi tutte donne le procreatrici di tali disastri editoriali, e fascette promozionali in cui si elogia il capolavoro letterario che grandi quotidiani internazionali fingono di aver letto e apprezzato. Tutto molto bello quanto una bastonata sui malleoli.

Il vero problema, tuttavia, non è nemmeno questo tipo specifico di editoria. Dopotutto gli Harmony hanno fatto scuola e testi leggeri per letture spensierate sono capitati in mano a tutti/e. La cosa che dà fastidio è l’accostamento di un determinato tipo di produzione letteraria al genere femminile, come se non ci fossero donne che possono appassionarsi ad altro e che quindi sarebbe meglio se scegliessero titoli più confacenti alla grazia del loro genere. Ecco, questo è il vero sessismo. E non perché abbiamo la pretesa di pensare che l’idea bacata di creare una sezione di romanzetti rosa sia di un uomo, ma perché nessun essere umano con un minimo di senso critico ha pensato di avvisare il tizio o la tizia che si è fatto venire questo malsano pensiero che forse, magari, non era il caso. I gusti letterari sono quanto di più personale c’è al mondo. E la cosa bella è che possono anche essere diversi per lo stesso individuo: ci può piacere il romanzo di maniera sette-ottocentesco e l’horror; possiamo apprezzare il genere fantascientifico e, al contempo, leggere poesie d’amore. Come sempre accade, in ogni tipo di situazione, le etichette non sono mai una buona idea.

Tra l’altro, e andiamo forte con la vena acido-polemica, l’errore di base è il non conoscerle affatto quelle etichette che si affibbiano. Femminile e femminista, ad esempio, non sono sinonimi, e se lo dice la Treccani conviene crederci! Il primo è un riferimento al genere, quindi tutto ciò che è riconducibile alla donna. Il secondo è un

Movimento di rivendicazione dei diritti delle donne, le cui prime manifestazioni sono da ricercare nel tardo illuminismo e nella rivoluzione francese; nato per raggiungere la completa emancipazione della donna sul piano economico (ammissione a tutte le occupazioni), giuridico (piena uguaglianza di diritti civili) e politico (ammissione all’elettorato e all’eleggibilità), auspica un mutamento radicale della società e del rapporto uomo-donna attraverso la liberazione sessuale e l’abolizione dei ruoli tradizionalmente attribuiti alle donne.

Facendo chiarezza ci si trova di fronte a un mare di incomprensioni. Legare un gruppo di testi letterari al genere femminile, ad esempio, va contro alcuni principi esposti dalla corrente femminista di cui sopra. Ovvero, pensare che, visto che una data categoria possiede determinate caratteristiche intrinseche a cui si possono far veicolare altri attributi, sia un buon motivo presupporre anche i suoi gusti letterari. Be' questo non è solo sbagliato, ma è addirittura presuntuoso. Allo stesso tempo, aggrapparsi alle lotte femministe per far valere ogni tipo di “sopruso” è controproducente e svilente verso quelle stesse lotte. Non serve essere femministi per essere intelligenti. Siamo nel 2020, pare assurdo ma il Medioevo l’abbiamo passato da qualche secolo, non proprio l’altro ieri. Il concetto di femminismo deve anch’esso rimodernarsi. Nato nel settecento era ovvio che auspicasse a una serie di mutamenti sociali che dessero maggior respiro al ruolo della donna. Ma con il tempo abbiamo raggiunto traguardi che nemmeno si sognavano le antesignane del movimento ed è stato proprio grazie a loro. La letteratura stessa ce lo dimostra, con esempi di donne che hanno lottato per avere di più in risposta a precedenti, e ahimè successivi, modelli che ci hanno fatto sperare nell’estinzione anticipata.

Ma questa punta dell'iceberg è proprio la punta-punta. Qui il problema è che la donna non è sempre donna. Ed è qui che l'etichetta pesa un sacco negli occhi di chi guarda e non comprende. Dovremmo parlare di togliere il rosa e il blu per distinguere ciò che è da maschietto e cosa è da femminuccia, gli scaffali con le pentoline e i Cicciobello divisi dalle pistole e le action figures, smettere di passare in tv gli spot che fanno comprendere come un'auto sia più agevole da guidare e quindi adatta a un pubblico femminile (dato che conosciamo tutti donne che guidano come i professionisti del settore e uomini che, se gli ritirassero la patente, riceverebbero un premio da Mattarella in persona) o che quel profumo maschile se lo schiaffi sugli addominali e la barba ti fa essere un maschio alfa.

Perché questa non è la vita reale.

Dunque, in questa giornata, nessun augurio. Siate donne che danno l'esempio, sempre, anche con i boxer e i mustacchi alla Capitan Uncino, i peli sotto le ascelle e la panciera di Bridget Jones. E magari passate la serata con un bell'horror mentre fate l'amore oppure con il metal mentre leggete un saggio sugli alieni. Che vi frega? Siete liberi, prima di essere qualunque altra cosa!

7 visualizzazioni0 commenti

Post recenti

Mostra tutti