Elizabeth Bathory e la tortura targata nobiltà

Aggiornamento: 20 mag 2020


Correva l’anno 1971 quando Rosanna Fratello ottenne il suo maggior successo a Canzonissima con la presentazione del singolo Sono una donna, non sono una santa, una canzone dal contenuto artistico discutibile magari, ma che racchiude in quell’unico verso che i posteri ricordano l’essenza della figura che vi racconto oggi.

Non si tratta di una leggenda letteraria, di un’autrice, intendo, che ha trasmesso il suo sapere per via dei suoi lasciti scritti, ma anzi di una donna di cui molti altri hanno scritto. Appassionati di storia, autori di thriller e romanzi del mistero, studiosi delle casate meno famose, perdute in quei territori secondari dell’Europa dell’est se parliamo di periodo Rinascimentale, è ricordata come una delle più celebri, sadiche e sanguinarie serial killer del XVI secolo.


Ungheria, 1560. Erzsébet Báthory nacque in un piccolo villaggio a nord-est di quello che oggi è il territorio ungherese e venne cresciuta in una zona di proprietà della famiglia paterna, i Bathory-Ecsed, in Transilvania. Legati al credo protestante ed economicamente benestanti, i Bathory furono affetti da una serie di disturbi a livello mentale e fisico dovuti ai continui matrimoni tra consanguinei e i genitori di Elizabeth non fecero eccezioni. La famiglia era punteggiata da membri affetti da epilessia e schizofrenia e la stessa Elizabeth mostrò sin da subito segni di squilibrio, con cambi di umore improvvisi, scatti di ira e momenti di inquietante tranquillità. La dinastia Bathory era abbastanza benestante da permettere alla ragazza, appena undicenne, un matrimonio decisamente vantaggioso, promettendola in sposa al conte Ferenc Nádasdy, del quale divenne la moglie appena compiuti quindici anni.

Come contessa svolse il suo ruolo in maniera quasi ineccepibile, amministrando i territori del marito sia mentre egli si assentava per le sue imprese, sia dopo la sua morte avvenuta nel 1604. Guidò la contea per circa dieci anni, prima di essere denunciata e condannata alla reclusione forzata con l’accusa di molteplici omicidi, sadismo e torture.


La figura di Elizabeth è interessante per diversi motivi. Affermare che le tendenze omicide e, più che la morte, le elaborate sevizie che propinava alle sue giovani vittime fossero frutto di instabilità mentale è decisamente riduttivo. La contessa, lasciata praticamente sempre sola negli anni del matrimonio per via delle continue assenze del marito, fu appoggiata nei suoi comportamenti “discutibili” da alcuni servi, forse spaventati dalla sua ferocia o semplicemente propensi ad appoggiare le sue perversioni sanguinarie, e da una donna conosciuta all’epoca per i suoi legami con la magia nera, Dorothea Szentes, nota come Dorka. Erano in quattro a compiere i più efferati omicidi che la storia ricordi: la contessa, Dorka, il suo servo Thorko e Ilona Joó, un’altra serva della Bathory. Uno squadrone della morte, perfettamente organizzato, che nel corso degli anni, si pensa tra il 1585 e il 1610 quando vennero denunciati e condannati, riuscì a torturare e uccidere oltre 300 ragazze.

Elizabeth era nata e cresciuta in un clima di violenza. Lo stesso territorio in cui mosse i primi passi e passò la giovinezza era colmo di leggende e racconti di stregoneria, magia oscura e vampirismo, non a caso in quegli stessi territori fu ambientato tre secoli dopo il capolavoro di Bram Stoker Dracula. Il padre stesso, violento e sanguinario, fece cucire all’interno del ventre di un cavallo sventrato il corpo di uno zingaro accusato di aver venduto i figli ai turchi e la piccola a soli sei anni sgattaiolò fuori dalle sue stanze per assistere alla condanna. A tredici anni, durante un incontro in Transilvania con suo cugino assistette alla punizione che quest’ultimo inflisse a 54 uomini accusati di rivolta: fece tagliare loro naso e orecchie sulla pubblica piazza.

Il sangue faceva parte della vita di Elizabeth e continuò a ossessionarla per tutti gli anni a venire. Le torture che sceglieva per le sue vittime avevano un duplice scopo: da un lato la pura eccitazione nel vedere le giovani donne punite e seviziate, sentire le loro grida, vederle morire assiderate nude in mezzo alla neve con secchiate di acqua gelida gettate loro addosso, trucidate in una sorte di vergine di ferro ante litteram in cui il corpo della prescelta, sbattuto in tutte le direzioni, veniva dilaniato dai chiodi che fuoriuscivano dalla gabbia. Le serve, tutte ragazze e tutte giovanissime, vivevano nel costante terrore del mutevole carattere della contessa. Pur sapendo delle inclinazioni violente e gratuitamente feroci della donna, né il marito Ferenc né i familiari fecero mai qualcosa per porvi rimedio. Anzi, il conte spesso e volentieri non solo assecondava le torture ordite da Elizabeth ma sceglieva a sua volta vittime e punizioni in nome di qualche presunta disobbedienza, persino una semplice malattia che impediva loro di lavorare. D’altro canto, un ulteriore motivo di sevizie era l’ossessione di Elizabeth nei confronti del suo corpo e della sua giovinezza. Il terrore di poter sfiorire e la fissazione di osservarsi mentre il suo fisico cambiava la convinsero, aiutata da alcune terrificanti credenze confermate da Dorka, di poter utilizzare il sangue di giovani vergini per preservare la bellezza della sua pelle. Iniziò a fare abluzioni nel sangue delle sue vittime, appese a testa in giù con la gola mozzata in modo da poterne raccogliere il più possibile. Se erano particolarmente giovani, belle o di ceto agiato finiva addirittura per berlo. Istituì nel suo palazzo una sorta di scuola di buone maniere per tutte le giovani fanciulle altolocate, in modo da far arrivare le sue vittime direttamente da lei, senza doverle cacciare, senza sperare in qualche povera famiglia che le affidava la figlia affinché avesse un lavoro a corte. Erano le pecore che andavano dal lupo adesso.

Col passare degli anni le sparizioni iniziarono a generare forti sospetti. Una cosa era uccidere o torturare fanciulle di cui nessuno avrebbe sentito la mancanza, che sarebbero comunque morte di stenti a causa della povertà estrema delle loro famiglie; un’altra era massacrare giovani promesse della piccola nobiltà e sperare di farla franca. Nel 1610, a seguito di alcune denunce giunte direttamente alle orecchie dell’imperatore Mattia II e della Chiesa Cattolica venne organizzata una “retata” al castello della Bathory con la speranza di trovare risposte in merito a tali accuse. Una volta arrivati quello che si trovarono davanti i soldati fu agghiacciante. Elizabeth e i suoi complici avevano creato nel castello una vera e propria ala adibita alle torture, una serie di strumenti e stanze creati appositamente per seviziare le vittime, oltre a una prigione sotterranea in cui venivano nascosti i corpi mutilati delle ragazze, alcune delle quali ancora in vita. La stima del massacro si aggira intorno alle 300 morti. I corpi ritrovati rivelarono la barbarie a cui le ragazze erano state sottoposte per anni.

I membri del gruppo furono tutti condannati a morte, a Ilona e Dorka furono amputate le dita e lasciate morire sul rogo. Per la contessa la sorte fu differente: venne murata viva in una stanza minuscola con un'unica fessura per far passare il cibo e l’acqua. La condanna durò quattro anni, poi Elisabeth si lasciò morire di fame nel tugurio in cui era stata rinchiusa.

Su di lei sono circolate storie per secoli e la sua ferocia ha ispirato non solo testi biografici e romanzi a lei dedicati ma anche, come nel caso del Dracula, racconti che rievocano proprio la magia nera e i misteri legati ai luoghi in cui la Contessa Sanguinaria visse e uccise.

Alcuni studiosi sostengono che le sue torture, alcune più particolari di altre, aiuterebbero a inquadrarla nella corrente estrema del BDSM, ovvero in quella che oggi rientra nella pratica sessuale del sado-masochismo. In realtà, l’ossessione della Bathory per le ragazze era legata alla loro essenza di purezza e giovinezza, all’utilità che la donna poteva trarre dai loro corpi ancora immacolati. Alcune vittime mostrarono segni di perforazioni con spilli per tutto il corpo, o parti mutilate con pinze acuminate. Anche volendoci vedere pratiche sessuali estreme, benché la tortura stessa e lo scorrimento del sangue eccitassero Elizabeth tanto da farle affinare le tecniche nel tempo per ricevere il massimo piacere e una maggiore utilità di quei corpi seviziati, la Bathory è conosciuta per essere stata la più prolifica omicida della storia, con una follia che riuscì, tuttavia, a renderla non solo organizzatissima ma anche fantasiosa e crudele oltre l’immaginabile.


Se decideste di approfondire l'argomento, essendo una storia abbastanza turpe da poter destare interesse in tutti quelli che amano racconti di sangue e violenza, vi consiglio un testo biografico su Elizabeth Bathory di qualche anno fa, targato Malatempora e redatto dal primo direttore della Casa Editrice che oggi è Golena Edizioni:

Elisabeth Bathory. La torturatrice. di Angelo Quattrocchi (Malatempora, 2012).


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