Elvira Sastre, la bellezza del corpo (e dell'anima) ferita.

Aggiornamento: gen 17


Credo di aver rimandato all'infinito questo giorno, che mi vede faccia a faccia con uno dei miei fantasmi principali. Elvira Sastre non è che la sintesi di una serie di ricordi tanto felici da risultare per me una delle sensazioni più malinconiche, non avendo potuto costruirne di nuovi, di perpetuare la gioia con la persona coinvolta in essi. Non sarà un articolo che parlerà di questo, è chiaro, ma i #Paperportraits portano la mia firma e, in questo mio articolo del giovedì, non omaggio solo un'autrice, ma un periodo della mia vita veramente felice. Dieci anni, per l'esattezza.

Nel novembre 2018 mi sono ritrovata, in quattro mesi, ad avere all'attivo una nuova laurea, un'operazione chirurgica molto importante che mi ha cambiato la vita e il temutissimo esame del master. Quattro mesi. C'è chi ci mette una vita e, sicuramente, risulta un modo più corretto di vivere tutto questo carico emotivo.

Un paio di settimane dopo il mio compleanno ero sola in casa con il mio fantasma preferito, un piccolo pacco regalo e mano stretta nella sua. Una volta scartato, La solitudine di un corpo abituato alla ferita era ufficialmente entrato a far parte della mia libreria. Una dedica, di cui non sapevo l'origine (poi ho scoperto essere una canzone), riempiva la prima pagina:


Siamo due sassi lanciati e tornati diamanti,

due cuori spezzati con i cuoi combacianti

e lo sai.


Uno dei ricordi che porterò sempre con me è questo: quanto ho pianto sulle sue mani.

Ma non era la prima volta che il mio fantasma mi poneva sul cammino Elvira Sastre: nella primavera 2017 incontrammo il suo Baluarte in lingua originale facendo un giro per Madrid. Ce n'era una copia sola. Sono uscita dalla libreria con le mani vuote e gli occhi pieni della sua felicità.

La solitudine di un corpo abituato alla ferita due anni dopo mi appare molto più chiaro, vicino. Sicuramente meno doloroso di quando non potevo capirlo pienamente. Leggendo le altre opere di Elvira Sastre, anche in lingua originale, mi sono resa conto che siamo tutti isole deserte in cui nessuno vuole rimanere quando fa buio.

Questa splendida e giovane poetessa non ancora trentenne, segoviana, è stata fin dal principio più di un fenomeno letterario. Ha cominciato a farsi conoscere su un blog per diventare un orgoglioso stendardo della letteratura spagnola. Nelle sue sette pubblicazioni poetiche (non le uniche sul mercato, poichè oltre ad essere una prolifica scrittrice, Elvira Sastre è un'operosa traduttrice) presenti sulla scena letteraria a partire dal 2013, la sua voce delicata eppure affilata taglia leggera la sfera emotiva del lettore con immagini evocative dove il suo vissuto, la sua dimensione onirica, i suoi luoghi mentali sono molto più che il riflesso della sua interiorità. Come molti illustri colleghi del Novecento, Elvira Sastre rende la terra, il mare e il cielo dei luoghi sospesi densi di emozioni collose, tangibili, graffianti. Mi ricorda molto Alberti, mi ricorda molto Garcia Lorca. I paesaggi ricchi di un intimismo limpido, con una malinconia a volte greve, sempre sorda, mai cieca. Le immagini sono tutte osservate da dietro la finestra che da su un campo sterrato, i suoi fantasmi gravitano intorno a lei fino a che la consapevolezza dell'andare oltre l'orizzonte non li rende un fermo immagine su carta, i ricordi e le immagini della tradizione si cristallizzano nella sensazione di un forte odore di terra mischiato a quelli dell'infanzia di chi legge. Provate a immaginarlo.




5 visualizzazioni0 commenti

Post recenti

Mostra tutti