• Rebecca Di Schino

Fantastico Fantasy: gli sviluppi moderni

Come abbiamo visto la scorsa settimana, si tratta di un genere molto apprezzato e ricco. Autori ed emulatori dei grandi si sono susseguiti per decenni, finché non si è capito che, in realtà, erano le mode a tirare i fili del successo del fantasy. Anche in questo caso, autori diversi e sottogeneri differenti hanno distribuito i lettori in vari seguiti, garantendo di volta in volta il trionfo dell’uno o dell’altro. Oggi ci occupiamo di quelle saghe che hanno reso celebre il genere negli ultimi vent’anni, indirizzando le trame a un pubblico di età molto diverse tra loro, dai bambini, agli adolescenti, agli adulti: Manfredi, Rowling, Riordan.

Non sarebbe sbagliato affermare che il successo del fantasy negli ultimi vent’anni è stata una conseguenza, abbastanza diretta, dell’incremento esponenziale delle serie tv. Ancora meno sbagliato sarebbe dire che, probabilmente, la fortuna del genere e la fortuna della serialità cinematografica sono andate a braccetto. Alla mia generazione, e ai millennials venuti dopo, piace da pazzi il concetto di serialità. Sarà l’attesa, sarà la continua aspettativa delle modificazioni della trama, gli incroci improbabili tra personaggi, saranno i risvolti spesso anche più imprevedibili e, tuttavia, spesso ben incasellati nell’intreccio generale che in un film di 120 minuti sarebbero difficili da inserire, sta di fatto che più una serie è lunga e più crea seguito. È così che, inevitabilmente, i fan si autosuddividono in fazioni (stile Divergent):

  • I puristi: quelli che erano in prima linea già dalla puntata pilota, che hanno seguito tutto per filo e per segno, hanno letto i libri da cui è tratta quella serie e confrontano ogni dettaglio con le modifiche apportate dagli sceneggiatori. Non mancano di criticare anche le virgole mancate rispetto al testo originale…

  • I metodici: loro aspettano almeno che siano uscite un paio di stagioni, o di film, poi iniziano ad interessarsi e recuperano il tempo perduto diventando fanatici quasi quanto i puristi. Hanno bisogno del loro tempo per apprezzare una saga e se non possono confrontare almeno venti puntate o tre libri non ha senso per loro iniziare a interessarsi. Al limite dell’ossessivo-compulsività ma vanno accettati per ciò che sono.

  • I ritardatari: questi sono i miei preferiti. Non seguono le mode, spesso guardano i film o seguono le serie tv quando oramai sono finite le stagioni, anche da parecchi anni. È stato già detto tutto, è finita l’attesa, rischiano ogni giorno di imbattersi in tanti di quegli spoiler (che per convenzione dopo tre anni non possono nemmeno definirsi più tali) che in confronto passeggiare bendati su un campo minato per loro sarebbe un piacevole passatempo pomeridiano. Si ingozzano cinque/sei stagioni da venti puntate in 4 giorni diventando ossessionati e per i due mesi successivi non parlano d’altro. Sono spassosissimi!

Il discorso suddetto vale per le serie tv, per le saghe cinematografiche e per quelle letterarie. Se poi l’universo stampato su carta si trasla in un prodotto da divano, pc e copertina ecco che tutti i pianeti si allineano e il mondo diventa più bello. Negli ultimi quindici o venti anni, i famosi pianeti di cui sopra si sono allineati più di una volta, lasciandoci capolavori senza pari o incresciose situazioni in cui avremmo tanto voluto accoltellare lo sceneggiatore o il regista. In questo articolo vi do una mia personale opinione su quanto accaduto in questo senso visto che sono gli anni in cui io stessa mi sono avvicinata al genere fantasy in tutte le sue forme.

Valerio Massimo Manfredi e il fantasy storico

Anche in questo caso parliamo di un sottogenere del fantasy che, per certi versi, ha molto a che fare con la struttura del romanzo storico. Il periodo storico, all’interno di questo filone letterario, però, svolge ruoli differenti a seconda di come si voglia intendere la trama. L’esempio più classico è un periodo ben definito e storicamente esatto in cui vengono inseriti ad hoc elementi fantasy (spesso la magia o creature mitologiche) senza che la loro esistenza influenzi il ciclo normale degli eventi così come li conosciamo noi. Altro esempio è la narrazione di antichi miti o leggende in cui si enfatizza, appunto, la resa della realtà storica dell’epoca del mito che si sta raccontando. Infine, vi sono due varianti legate allo stesso concetto: o la storia racconta gli eventi così come si sono svolti per poi virare, in una sorta di universo alternativo, grazie all’inserimento di quei pochi cambiamenti che mutano totalmente ciò che conosciamo come realtà; oppure l’intera trama è ambientata in un mondo secondario nel quale appaiono riferimenti a luoghi e avvenimenti del nostro passato.

In questo particolare terreno si muove Manfredi. L’unico autore italiano nel gruppo di scrittori del fantasy che vi sto raccontando, ha la capacità di far collimare, con dovizia di informazioni, personaggi ed eventi storici che tutti noi abbiamo studiato a scuola con contesti diversi da quella che è stata la realtà dei fatti. Manfredi è l’uomo delle saghe, brevi, che tuttavia non hanno visto trasposizioni cinematografiche, fatta eccezione per la pellicola del 2007 che ripropone il romanzo omonimo L’ultima legione. Da storico, archeologo e accademico qual è, Manfredi inserisce nei suoi romanzi e racconti informazioni accurate, eventi noti e personaggi che hanno davvero fatto la storia (come la trilogia su Alessandro Magno) e la storia del mito (con la trilogia di Ulisse) in elaborate trame che travalicano il confine del vero pur lasciando al lettore un’immagine delicata di ciò che avrebbe anche potuto verificarsi. Se amate i romanzi storici è sicuramente l’autore più azzeccato.

Rick Riordan e il fantasy mitologico

Dalla storia alla mitologia il passo è breve; l’una si lega all’altro più facilmente delle fette di pancarrè con la Nutella. Tuttavia, per come si è evoluto questo specifico sottogenere, il mitologico appunto, sembra che si sia inconsciamente creata una specie di scissione nel target di riferimento. Tralasciando gli onnivori, quelli che appena scoprono che è sul mercato un nuovo titolo fantasy si fiondano in libreria indipendentemente dal sottogenere, capita sempre più spesso che all’interno dei lettori del fantasy stesso si creino dei gruppi di “bulli”. De gustibus non disputandum est, ovviamente, e io per prima non mi azzardo a criticare chi legge cosa, ma pare sempre più evidente che alcune saghe siano considerate inferiori rispetto ad altre, che alcuni libri, più anziani per uscita o più epici per trama e ambientazioni, siano di default migliori di altri. Ripeto, i gusti sono gusti e, per quanto non discutibili, mai mi sognerei di mettere allo stesso livello Il Signore degli Anelli e Twilight, ma non perché elfo batte vampiro o Battaglia del Fosso di Helm surclassa e umilia la rissa tra Edward e i tre Volturi pallidi e assorti. Semplicemente perché non mi pare corretto biasimare un lettore per ciò che legge, semmai andrebbe biasimato chi non legge, perché non sa che si perde! Resta il fatto che proprio il sottogenere mitologico, e quelli di cui ci occuperemo nel prossimo articolo, sono considerati dalla stragrande maggioranza alla stregua di libri per bambini o adolescenti in piena tempesta ormonale.

Restando sul fantasy mitologico in generale e sulla saga di Percy Jackson in particolare, di cui Riordan è autore e per me, al momento, esempio concreto, ridurre i libri di questa serie a romanzetti per fanciulli mi sembra riduttivo e a tratti offensivo. E vi spiego perché. Innanzitutto al centro del contesto c’è l’universo mitologico in tutte le sue sfumature. Questo sottogenere di fantasy pesca dalla cultura greca classica, a quella dei miti romani, scandinavi, egizi e chi più ne ha più ne metta, creando da quella che era la credenza religiosa dei popoli precristiani storie e racconti leggendari che riprendono in ogni caso le conoscenze che già si hanno di quelle stesse culture. Percy Jackson ne è appunto un esempio. Ambientato ai giorni nostri incastra la realtà con l’immaginazione e il mito. Ecco che scopriamo che gli antichi dèi greci, in tutta la loro potenza, meschinità, autorevolezza e potere, hanno procreato con gli umani creando una classe di semidei. Questi ultimi, in quanto dotati di poteri sovrannaturali, frequentano una scuola di addestramento e affrontano determinate sfide riprendendo, con metodologie narrative attuali, le stesse sfide che gli autori di tutti i tempi hanno riportato dei grandi eroi classici (un esempio banale sono le 12 fatiche di Ercole). Ma come i lettori di miti sanno, ogni azione, ogni provocazione, ogni situazione di pressione o test servono a mostrare quanto quel dato eroe sia, in realtà, al contempo umano e speciale. Lo scopo è sempre quello di valorizzare i propri pregi, enfatizzare l’onore, l’onestà, il coraggio e la lealtà. E stiamo parlando di elementi che non hanno un limite di età per essere compresi e appresi. Percy è un ragazzo come altri, alle prese con la improvvisa consapevolezza di essere il figlio di Poseidone. Mi direte che nella realtà sia poco probabile che accada qualcosa del genere, ma il fantasy è un genere bello esattamente per questo: tutto è possibile.

J.K. Rowling e il low fantasy

Qui scatta il conflitto d’interessi. Mi è stato detto che come marchio di fabbrica dei miei articoli a comparire in quasi tutte le occasioni sono Jane Austen e Harry Potter. Come facevo a non citare quest’ultimo parlando di fantasy? Oggi, quindi, sono giustificata e me lo tengo per ultimo. Con la Rowling ho un rapporto diverso rispetto agli altri autori che ho citato e che citerò: quando uscì il primo volume della saga di Harry Potter, nel 1997, avevo solo sei anni. Una nana che ha iniziato a leggere il genere fantasy proprio grazie a lei. La cosa bella è che ho avuto la possibilità, come molti della mia generazione, di apprezzarne la serialità (e sto parlando solo dei libri) con una cadenza quasi regolare. Ogni anno circa c’era da aspettare quello successivo. Ogni volta che ne usciva uno lo compravo, lo divoravo e aspettavo quello successivo. Sono cresciuta con Harry. Ho combattuto con lui, ho pianto, ho amato, ho odiato, ho vendicato con lui. La Rowling è stata particolarmente brava a mutare lo stile non perdendo mai sé stessa. Mi spiego: i sette libri della saga sono legati per trama, personaggi, eventi, ma Harry cresce nel frattempo, e così i lettori che hanno seguito la serie dalla prima uscita. Così cresce il tono, diventa una scrittura più seria, con argomenti più vicini all’età del protagonista e del lettore. Leggerli ora, a distanza di anni, con esperienze passate ben più numerose di quante se ne potevano avere a diciassette diciotto anni non è la stessa cosa. Eppure la mutazione dello stile, impercettibile ma chiara, accompagna la lettura in modo più che fluido.

Spesso mi sono sentita dire che Harry Potter non potrà mai arrivare al livello di epicità del Signore degli Anelli, metro di misura (non) ufficiale per qualunque fantasy pubblicato dagli anni Sessanta in poi. Be’, vi do una notizia: non ha senso fare un paragone del genere! Sarebbe come comparare le costine di maiale a una bistecca Fiorentina: sempre di carne parliamo, ma sono due animali decisamente diversi. Entrambi fantasy, è vero, ma Tolkien rientra in quello che viene denominato high fantasy, la Rowling, invece, è esponente del low fantasy (cui eventi magici si verificano in un mondo altrimenti normale). E già questo è un tratto distintivo non da poco. Inoltre si tratta di due ambientazioni completamente differenti, protagonisti diversi, obiettivi di plot fortemente dissimili. Tolkien è per gli addetti ai lavori, ha una scrittura possente, una marea di nomi e stirpi e luoghi e lingue. Non credo di trovare troppi oppositori se dico che non si può leggere a cuor leggero a undici anni. Harry Potter possiede tutte le caratteristiche di un romanzo di formazione, una scoperta di sé stessi, la consapevolezza che il mondo non è come ce lo aspettavamo, che il male si cela dietro l’angolo, che l’amore muove il mondo ma anche la lealtà, l’amicizia e la fiducia. Il modo migliore per apprezzarlo non è compararlo ad altre saghe o altri autori, ma leggerlo con gli occhi giusti, all’età giusta. E forse sarò di parte, ma è grazie a questa scrittrice che ho imparato ad apprezzare tutti gli altri esponenti, ad affinare i gusti, a variare i generi, a decidere cosa mi piaceva di più e cosa di meno. Crescere con un autore che ti accompagna nella lettura limando lo stile e il tono, portandoti a notare le variazioni è una grande mano. E non è da tutti saperlo fare.

Spezzare una lancia a favore delle saghe moderne è come decidere di inimicarsi volontariamente gran parte della popolazione di lettori dei grandi maestri. Ma il vero lettore del fantasy sa bene che con la moltitudine di sottogeneri che sono apparsi nel corso degli anni, con la creazione di nuovi filoni, la cavalcata di mode a volte discutibili, ci saranno sempre dibattiti su cosa ci piace e cosa odiamo. Sarebbe intelligente non fare di tutta l’erba un fascio e lasciare a ognuno il suo sottogenere preferito. Dopotutto, che male c’è?

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