• Rebecca Di Schino

Fantastico Fantasy: i grandi maestri

Aggiornato il: 8 apr 2020

Come è nato il genere, in che filoni si divide, e quali sono i capostipiti, quelli a cui ogni lettore amante guarda per eventuali confronti? Queste sono alcune delle domande a cui cercherò di dare una risposta nei prossimi articoli, una breve rubrica a tema Fantasy, a me molto caro, per fare una sommaria distinzione tra autori, sottofiloni e capolavori che hanno segnato generazioni di lettori.

Il primo incontro sarà dedicato ai grandi maestri, gli imperatori del fantasy classico per come molti lo intendono, benché appartenenti a ben quattro categorie diverse: Lovecraft, Verne, Tolkien, Howard.

Iniziamo!



Innanzitutto di cosa parliamo? Il fantasy è un genere letterario che nasce e trova terreno fertile tra il XIX ed il XX secolo. Per cercare di “rinchiuderlo” nei confini, piuttosto labili, degli argomenti di cui si occupa, possiamo dire che ci sono alcuni elementi che tendono a dominare rispetto a quanto avviene per altri generi. Stiamo parlando principalmente del mito e del soprannaturale, il tutto condito con abbondanti doti di immaginazione, allegoria, metafora, simbolismo e riferimenti a eventi surreali. La caratteristica migliore del fantasy è che, trattando di elementi esterni al contesto naturale, interseca verità e fantasia, appunto, senza che sussistano presupposti scientifici che possano spiegare quello che accade a livello soprannaturale. Entrando nel contesto e nell’ambientazione in cui una narrazione si svolge, il lettore è automaticamente portato ad accettare quello che legge sapendo che non potrebbe essere altrimenti.

Come vi ho anticipato, i quattro autori che andremo a conoscere un po’ meglio oggi fanno parte di quel gruppo di scrittori che rappresentano i pilastri a sostegno di tutta l’impalcatura del fantasy in generale e dei vari sottogeneri di cui si compone. Ed ecco perché:

H.P. Lovecraft e il dark fantasy

Le atmosfere sono cupe e tetre. Il contesto è quello del fantasy classico anche se le ambientazioni a cui tende sono quelle tipiche dell’horror. Ma perché si è sviluppato e come mai ha avuto un così ampio successo? Le risposte sono da ricondurre a un autore in particolare, il celeberrimo H.P. Lovecraft. Stiamo parlando di uno dei maestri dell’incubo, padre e sviluppatore dell’universo terrificante di Cthulhu. In verità non è stato esattamente lui il primo, ma di certo è, per gli amanti del filone, quello che maggiormente rappresenta tale sottogenere di fantasy. Il contesto in cui si muove il Ciclo di Cthulhu in generale e il dark fantasy in particolare è quello dell’ambientazione urbana, verosimile nonostante avvenga in città completamente inventate (come il caso di Arkham). Legato al filone classico, ma al contempo distante da esso, le opere d.f. hanno come protagonisti non tanto creature che oggi potremmo considerare quasi mainstream (i vari vampiri, licantropi e zombie), ma anzi contemplano appositamente creature derivate da miti ancestrali (miti amerindiani, ad esempio) o elementi spaventosi che tuttavia risalgono proprio dall’archetipo del fantasy classico. A Lovecraft si sono ispirate molte generazioni di autori che hanno fatto di questo particolare filone la propria fortuna. Nel corso degli anni il dark fantasy si è andato affrancando sempre più dall’horror puro, avvicinando le sue produzioni al cosiddetto high fantasy e al genere sword and sorcery, generando una particolare triade legata e, al contempo, nettamente separata. Oltre al padre di Chtulhu, comunque, ritroviamo come esempi del genere Terry Brooks e il suo Ciclo dei Demoni, Steven King con i suoi sette volumi della Torre nera e il procrastinatore per eccellenza, sua maestà George R.R. Martin e le sue Cronache del ghiaccio e del fuoco.

Piccolo spoiler, che tanto spoiler non è: sembra che proprio Martin, approfittando della quarantena, sia riuscito a terminare il tanto atteso volume sesto, The Winds of Winter, della saga sopra citata… che sia la volta buona? Lo sapremo quando lo vedremo in libreria! (se mai lo vedremo in libreria!!!)

Jules Verne e lo steampunk

Qui occorre fare una precisazione. Il genere steampunk è, innanzitutto più legato alla fantascienza che al fantasy classico ma è, in quanto sottogenere, capostipite di un gigantesco albero che ha dato decisamente molti frutti. La regola di base è che, per appartenere a questo genere, gli elementi che si fondono sono una tecnologia anacronistica e un’ambientazione storica definita da caratteristiche quasi date per assodate: solitamente l’Ottocento, in particolare la Londra vittoriana. La felicità del connubio ipoteticamente improbabile sta nel riuscire a rendere unico e funzionale un universo del tutto anacronistico (un'ucronia, o allostoria, in gergo) nel quale tecnologia e strumentazioni vengono azionate dalla forza motrice del vapore (steam appunto) grazie al quale ogni macchina, ogni motore, ogni invenzione riesce ad avere una potenza tale che nella vita reale non potrebbe mai verificarsi. C’è chi ha descritto lo steampunk con questo slogan: "come sarebbe stato il passato se il futuro fosse arrivato prima", rapido ed efficace. Esempio moderno del genere, nel caso non ce ne fossimo accorti, è il capolavoro a fumetti della serie di Alan Moore e Kevin O'Neill, La Lega degli Straordinari Gentlemen: uscito nel ’99 e con tanto di quel successo che persino un monumento come Sean Connery ha accettato di partecipare al riadattamento cinematografico del 2003, quest'opera ha decisamente consacrato lo steampunk a categoria a parte. Lo sviluppo del genere nel corso degli anni, tuttavia, comporta tutta una serie di “modifiche”, come le peculiarità utopistiche del romanzo scientifico dell'età vittoriana, la comparsa di società segrete e teorie del complotto e fino al ricorso, a volte, a significativi elementi fantastici in cui si ritrovano le influenze di Lovecraft, occultistiche e gotiche.

Il Jules Verne che vi ho citato prima, però, non l’ho dimenticato. In questo caso si tratta dell’uomo che può essere identificato come precursore del genere. Dal 1864, quando vede la luce Viaggio al centro della terra, Verne prosegue con la pubblicazione di titoli che racchiudono in sé le caratteristiche della prima fantascienza: ambientazioni realistiche ma fuori dalla vera realtà, macchinari particolari, scoperte e invenzioni che oltre a rendere grande il suo personaggio e glorificare la sua letteratura hanno dato l’avvio al genere che si sarebbe sviluppato meglio qualche decennio dopo con la Macchina del tempo di Wells. Qualche titolo di questi due capostipiti: Dalla Terra alla Luna e 20.000 leghe sotto i mari (Verne); La guerra dei mondi e L’uomo invisibile (Wells).

J.R.R. Tolkien e l’high fantasy

Qui il terreno è scivoloso. Conosco persone che non mi perdonerebbero mai se sbagliassi anche solo una sillaba parlando di Tolkien quindi ci andrò con i piedi di piombo. Il sottofilone a cui mi riferisco è l’high fantasy, per intenderci quello che indicheremmo come epico. Qui l’immaginazione è tutto. Il fulcro è la contestualizzazione in ambienti del tutto inventati, mappe di luoghi che non esistono e che hanno un legame molto stretto con le entità divine. Inoltre sono frequenti personaggi di varie razze: elfi, nani, orchi, gnomi, folletti, stregoni e creature del male interagiscono con l’eroe, che può essere o meno appartenente alla razza umana. L’high fantasy è, a parer mio, uno dei migliori sottogeneri: qui l’immaginazione vola libera senza barriere, e nonostante tutto segua uno schema e vi siano delle situazioni ricorrenti, la possibilità di reinterpretare il tutto con la propria mente è non solo accettato ma auspicabile. Per comprendere la grandezza e la vastità degli elementi che lo costituiscono occorre aggiungere che all’h.f. si lega il filone dell’heroic fantasy che, pur prevedendo alcune caratteristiche simili, vi si discosta per la scelta, appunto dell’eroe, del personaggio principale. La trilogia più famosa del mondo, quella del Signore degli Anelli, possiede una tale quantità di elementi che già da sola potrebbe spiegare il perché questo genere abbia avuto così tanto seguito. Ma a Tolkien non bastava un libro da 1255 pagine (più o meno a seconda dell’edizione), quindi con fatica, precisione, immaginazione e creatività ha lasciato ai suoi proseliti la sua Bibbia personale: il Silmarillion (leggetelo perché farvelo spiegare implicherebbe un’emicrania da paura!). Nel lungo viaggio per distruggere l’Unico Anello, incontriamo ogni genere di personaggi che rientra negli elementi tipici del genere, più gli Hobbit, creazione di Tolkien e protagonisti, mezz’uomini, del lungo pellegrinaggio verso Mordor. Bene e Male si contendono il governo della Terra di Mezzo: Uomini, Elfi, Nani e Stregoni buoni si uniscono per scacciare Orchi, Goblin, Troll e lo spirito malvagio e potentissimo figlio dei creatori della stessa Terra in cui si svolge la vicenda, Sauron.

La completezza della storia è disarmante. La caratterizzazione dei personaggi è sorprendente. Avventura, coraggio, amore, lealtà, perfidia, corruzione, ambizione e giustizia si mescolano in una narrazione che comprende tutti i generi in uno, il tutto condito dal contesto fantastico che spinge il lettore in una realtà alternativa in cui tutto quello che viene narrato è perfettamente coerente.

Il signore degli Anelli è l’esempio più chiaro, ma al genere high fantasy appartengono anche le opere di altri autori. Ritroviamo Terry Brooks, ad esempio, stavolta con il Ciclo di Shannara, la Saga di Geralt di Rivia di Andrzej Sapkowski e, per certi versi, anche il Martin suddetto.

A mio parere è il più completo e preciso tra tutti i figli del fantasy.

Robert E. Howard e lo sward and sorcery

A conclusione di questo excursus tra i grandi maestri, vi voglio parlare di Howard. Spade e magia è la diretta conseguenza del medioevo fantasy per come lo si intende di solito, ma in realtà si tratta di una diversa definizione dell’fantasy eroico che vi ho menzionato pocanzi. Gli eventi ruotano intorno ad eroi muscolosi in conflitto violento contro una varietà di villains che spesso è identificata con maghi, streghe, spiriti malvagi e altre creature sovrannaturali. Le fonti da cui prende le mosse il sottogenere di sward and sorcery sono direttamente la mitologia e l’epica classica mescolate ai romanzi cappa e spada quali I tre Moschettieri di Dumas.

Howard, seguendo tale definizione, crea le avventure di Conan il Barbaro, e successivamente il personaggio di Solomon Kane (che consentirà all’autore di instaurare una lunga e proficua amicizia epistolare con Lovecraft). L’eroe in questione, Conan in questo caso, è un uomo imponente, fisicamente piazzato ma allo stesso tempo agile e atletico, capace di far interagire forza fisica e intelligenza per decidere quando combattere e quando scappare. Associato alla mentalità del mercenario, l’eroe di questo sottogenere è comunque mosso da sentimenti nobili e onorevoli, in modo da finire per fare sempre la cosa giusta.

Viste le radici e il tipo di protagonisti, si tratta di un genere molto amato da chi predilige l’azione, la guerra, le lotte e le battaglie tutti contro uno, piuttosto che ampie descrizioni di paesaggi, ambientazioni e motivazioni intrinseche che muovono i personaggi di altri generi.

Indipendentemente da quale sia la preferenza del pubblico, il lettore di fantasy tende ad avere in libreria un po’ di tutto, mescolando i sottogeneri con i propri gusti e i propri umori, ma facendo sempre comunque capo ai classici che hanno simboleggiato, e simboleggiano ancora oggi, le fondamenta del fantasy.

16 visualizzazioni0 commenti

Post recenti

Mostra tutti