• Alessandra Libertini

Federico García Lorca, storia di un animo gitano


Quante volte nella vita avete camminato a piedi nudi anche dove il terreno punge i piedi?

Qualcuno di voi dirà: "mica sono stupido! perché dovrei fare una cosa simile?"

Perché a volte il ricongiungimento con le proprie radici e con se stessi passa, in modo fulmineo e, forse, potremmo dire labile, proprio per questo gesto apparentemente senza senso.

Nessuno di noi è zingaro davvero. Ad oggi nessuno di noi sa cosa voglia dire non essere stanziali. Siamo ancorati ai nostri divani, legati alle nostre strade tramite le ruote delle nostre auto, trascinando per i piedi una vita che ci piace o che non ci piace. Che dire? Questo siamo. E non è colpa di nessuno.

Ci sono moltissimi modi però per vivere la vita scalzi senza farlo davvero. Per liberare l'anima dall'apatia, per correre liberi interiormente e, uno dei modi migliori, è la letteratura.

Quando Federico Garcìa Lorca mi fece camminare scalza attraverso il suo Romancero Gitano avevo già tre anni di psicoterapia alle spalle, una laurea imminente, tanti guai esistenziali ed è stato, se così si può dire, la mia bombola d'ossigeno in un mare di roba confusa, che nemmeno oggi saprei definire. L'ho letto nella mia camera a casa dei miei genitori, e mi è entrato nella parte più selvaggia senza chiedere il permesso. Il suo modo totalmente emotivo e viscerale di rivelarmi la parte selvaggia dell'uomo collegato ai paesaggi della sua terra, all'amore carnale che si fonde con il tempo e gli elementi naturali, l'alba sempre presente, la natura come stato d'animo che è riuscito ad essere mio più di ogni altra cosa, mi hanno dato un gran senso di appartenenza. Flamenco, continuo e lento, nelle pagine e delicato dentro di me.

Io oggi non voglio lasciarvi nozioni di tipo accademico. Vorrei solo che compraste le sue opere e lo leggeste. Non mi ripeterò, sarà l'unica volta. Questo immenso poeta del Novecento non si spiega: si vive.

La luna

La luna venne alla fucina col suo sellino di nardi. Il bambino la guarda, guarda. Il bambino la sta guardando. Nell’aria commossa la luna muove le sue braccia e mostra, lubrica e pura, i suoi seni di stagno duro. Fuggi luna, luna, luna. Se venissero i gitani farebbero col tuo cuore collane e bianchi anelli. Bambino, lasciami ballare. Quando verranno i gitani, ti troveranno nell’incudine con gli occhietti chiusi. Fuggi, luna, luna, luna che già sento i loro cavalli. Bambino lasciami, non calpestare il mio biancore inamidato. Il cavaliere s’avvicina suonando il tamburo del piano. nella fucina il bambino ha gli occhi chiusi. Per l’uliveto venivano, bronzo e sogno, i gitani. le teste alzate e gli occhi socchiusi. Come canta il gufo, ah, come canta sull’albero! Nel cielo va luna con un bimbo per mano. Nella fucina piangono, gridano, i gitani. Il vento la veglia, veglia. Il vento la sta vegliando.

Alba

Il mio cuore angustiato avverte alle prime luci la pena del suo amore e il sogno di lontananza. La luce d’aurora reca una vena di rimpianti e la tristezza senz’occhi del midollo dell’anima. Il sepolcro della notte innalza il suo nero velo a occultare nella luce l’immensa cima stellata. Che farò su questi campi raccogliendo nidi e rami, circondato dall’aurora e piena di notte l’anima! Che farò se gli occhi tuoi hai morti alle chiare luci e mai sentirà la mia carne il calore dei tuoi sguardi! Perché ti perdi per sempre in quella limpida sera? Oggi il mio petto è arido come una stella spenta.

La donna lontana

Tutte le mille fragranze che emanano dalla tua bocca sono profumate nuvole che uccidono di dolcezza. Il mio corpo è come un’anfora, fatta di notte scura che riversa la sua essenza in te, folle divina! I tuoi sguardi si perdono dietro i dolci sentieri, per te Notte ed Erebo ritornano dal Nulla, Febe languida davanti a te si spegne, umiliata, e una brina di fiori ricopre la testa di Eros. In una notte tutta blu, nel giardino silente, quando tu starai fantasticando di contrade brumose e il piano consumerà la Canzone dell’Oblio, La stella del mio bacio si poserà sulla tua fronte, la fonte della mia anima ti inonderà di rose e il piano canterà vibranti suoni.

Io vorrei stare sopra le tue labbra

Io vorrei stare sopra le tue labbra per spegnermi alla neve dei tuoi denti. Io vorrei stare dentro il tuo petto per sciogliermi al tuo sangue. Fra i tuoi capelli d’oro vorrei eternamente sognare. E che diventasse il tuo cuore la tomba al mio che duole. Che la tua carne fosse la mia carne, che la mia fronte fosse la tua fronte. Tutta l’anima mia vorrei che entrasse nel tuo piccolo corpo. Essere io il tuo pensiero, io il tuo vestito bianco, perché tu t’innamori di me d’una passione così forte che ti consumi cercandomi senza trovarmi mai. E perché tu il mio nome vada gridando ai tramonti, chiedendo di me all’acqua, bevendo, triste, tutte le amarezze che sulla strada ho lasciato, desiderandoti, il cuore. E intanto io penetrerò nel tuo tenero corpo dolce essendo io te stessa e dimorando in te, donna, per sempre, mentre tu ancora mi cerchi invano da Oriente ad Occidente, fin che alla fine saremo bruciati dalla livida fiamma della morte.

Mia viva morte, amore delle viscere

Mia viva morte, amore delle viscere, io aspetto invano una parola scritta e penso, con il fiore che marcisce, che se non vivo preferisco perderti. L’aria è immortale. E la pietra nessuna ombra conosce, né, immobile, la scansa. Non ha bisogno nel profondo il cuore del freddo miele che sparge la luna. Ti sopportai. Mi lacerai le vene, tigre e colomba, sulla tua cintura in un duello di gigli e veleno. Calma la mia follia con le parole, o nella notte dell’anima oscura per sempre, lascia ch’io viva sereno.

Crepuscolo del cuore Solitario il parco. Aria mite e dolce, grigia e azzurra soavità. Quei giorni! Che triste sonata! I tuoi boccoli erano il mio sangue i tuoi occhi erano, oh ingrata!, l’anima delle mie melodie. Quei baci! Con soavità di specchi. Cadenze di una musica di nardi. Anima di un colore molto remoto. Quei baci! Quelle mani! Bianche magnolie incarnate che conoscono i misteri delle anime. Colombe capaci di consolarmi. Quelle mani! lo accesi la mia lampada. Ti ricordi? Era di raso e avorio il mio bene come la casta luce dell’alba. Tu eri la fiaccola del mio Essere. Ti ricordi? Ma te ne andasti… Non svanisce mai la mia illusione. Ahi, come esprimere ciò che provo! Appassito è il mio cuore. Passione illusione. Luna laguna.
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