• Alessandra Libertini

Fernanda Pivano, ti ringraziamo.

Aggiornato il: 20 nov 2020


Sapete cos'è la bellezza? La capacità di generare nel proprio ambiente e negli occhi altrui un'emozione talmente concreta da rimanere nel proprio essere come un piccolo segnalibro, un promemoria, un insegnamento. La cosa bella di questa intangibile qualità è quella di essere talmente versatile da poterla applicare veramente in ogni ambito della vita, del mondo interiore ed esteriore dell'essere umano; inoltre, la sua più grande caratteristica è quella di essere così leggera da poterla veicolare in giro e lasciarne nella quantità che serve in tutte le situazioni della vita.

Stabiliamo che non si tratta di qualcosa di visibile. Parliamo invece di un arricchimento intrinseco, graduale o improvviso, che si può solo percepire. A livello concreto, non stiamo parlando di bellezza fisica ma di cambiamenti apportati all'esistenza altrui che lasciano il segno, senza troppi giri di parole.

Gli uomini e le donne che hanno calpestato questo pianeta sono stati tutti capaci o meno di lasciare delle impronte che potevano allontanarsi o no dalla propria casa. Chi è andato lontano e ha lasciato su ampia scala il proprio segno ha saputo veicolare la bellezza tramite l'arte ma, si sa, l'arte nel mondo non poteva, nei tempi passati, veicolarla un singolo essere umano. Il ruolo di alcune persone nel mondo è proprio questo: far conoscere ciò che gli altri hanno da offrire per arricchire la propria conoscenza. Regalare la sapienza, propria e degli altri. Si tratta, a volte, di un caso, altre di una missione.

In tutto questo, grandi "veicolatori di bellezza" del passato oggi ci sono più utili che mai e, per questo, non possiamo fare altro che dire grazie. La prima persona che mi è venuta in mente è stata Fernanda Pivano, conosciuta, come molte delle personalità da me ritratte in questa rubrica, ai tempi in cui studiavo. Chi traduce, chi ha a che fare con le lingue e soprattutto con la letteratura (e la traduzione letteraria, dunque), la conosce e ricorda sicuramente con ammirazione. Signori, se possiamo godere della bellezza di diverse opere provenienti da oltre Oceano possiamo solo dire che è opera sua. Perché Fernanda Pivano ha fatto, nel senso della letteratura, quello che ha fatto Colombo: ci ha fatto scoprire l'America dei contemporanei e non solo. La Nanda (così voleva essere chiamata) è stata non solo un'importante scrittrice ma una traduttrice competente e fedele in senso totale alle opere di cui si è occupata. E il suo destino, come ci risulta dal suo lavoro, altri non era che portare nel presente e nel futuro l'arte della scrittura americana nel nostro Paese. Destino che ha consistito nel nascere nel 1917 a Genova da una famiglia, da lei stessa definita per stampo e usanze "vittoriana", da genitori che si intendevano di ogni ambito della cultura, trasmettendo per osmosi alla figlia la passione per il bello dell'arte. Dalla fine degli anni Venti si trasferì a Torino e lì, durante il suo percorso formativo, conobbe l'uomo del suo destino, un nome che tutti conosciamo ma, all'epoca, altri non era che un supplente di italiano. Quell'uomo era Cesare Pavese, che si legò a lei in maniera indissolubile, regalandole per il suo compleanno dei libri allora inediti in Italia: Addio alle armi di Hemingway, Foglie d’Erba di Whitman, Antologia di Spoon River di Masters e l’autobiografia di Sherwood Anderson. Negli anni Quaranta, omaggiando il suo mentore (che, nel frattempo, era stato da lei rifiutato come sposo non una ma ben due volte), tradusse Antologia di Spoon River e soprattutto Addio alle armi, libro messo al bando dal regime fascista, che vide la sua luce brillare anche da noi grazie all'audacia di una donna folgorata dall'intensità della storia, e non solo: Hemingway rimase folgorato, a sua volta, da lei, che rispose di no anche a lui, pur portandolo nella sua vita come una delle persone più importanti a livello personale e professionale.

La morte di Pavese, avvenuta lo stesso giorno di un suo ennesimo rifiuto, nel 1950, la porta a trasferirsi in America: sono gli anni della Beat Generation e lei li vive appieno con le personalità più in voga dell'epoca. Anni in cui, una notte, riceve una telefonata da Hemingway che la cerca disperatamente e poi, dopo un suo rifiuto, si spara un colpo in bocca. Anni in cui, dopo ventisette anni di matrimonio, Ettore Sottsass, l'unico ad aver fatto breccia nel suo cuore, la lascia per un'altra donna. Ma nonostante questa sventurata vita amorosa, la Nanda ebbe il suo lavoro come luce dell'esistenza: non rinunciò mai alla bellezza. E, per questo, regalò al nostro Paese autori come Hemingway, Faulkner, Francis Scott Fitzgerald, Poe, Ginsberg, Gertrude Stein, Jane Austen, Kerouac, Miller, Bukowski. E ci regalò la sua essenza nelle sue opere: Cos’è più la virtù, La mia kasbah, I miei quadrifogli, Una favola. E molte altre opere importanti di saggistica.


“L'arte non si può separare dalla vita. È l'espressione della più grande necessità della quale la vita è capace.”


E una donna piena di vita come lei, non poteva che veicolarne il fuoco sacro. Con immensa bellezza.

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