Focus on: Donne che amano troppo

Aggiornato il: 16 set 2020


Autore: Robin Norwood

Titolo originale: Women Who Love Too Much

Anno di pubblicazione: 1985

Edizione italiana di riferimento: Feltrinelli, 1989

Collana: Universale economica Feltrinelli

N. di pagine: 300


Oggi parliamo di un libro un pochino diverso per genere e per tematiche rispetto a quelli recensiti di solito nella nostra rubrica #focuson. Risaputo il fatto che a noi piace variare molto, non dovrebbe stupire; del resto, parliamo spesso libri anche poco conosciuti o comunque datati, ma questo, rispetto agli altri, è davvero insolito.

Perché Donne che amano troppo è un manuale di auto-aiuto che dalla fine degli anni Ottanta ha vantato cinque milioni di copie vendute e testimonianze di successo e autoconsapevolezza dopo la lettura dello stesso da parte di molte, molte donne. L'edizione italiana, distribuita da Feltrinelli, si avvale di un'introduzione curata dalla scrittrice Dacia Maraini.

L'autrice, Robin Norwood, classe 1945, non è una scrittrice di professione: è una psicoterapeuta americana, che ha fatto della terapia in ambito famigliare la sua specializzazione, lavorando soprattutto su casi di dipendenza eccessiva e curando gli stessi rendendoli poi utili ai fini di tutti nelle sue pubblicazioni, tradotte in circa trenta lingue, conosciutissime in una vasta fetta di mondo.

Leggere il libro in questione non significa assolutamente fare un salto spazio-temporale nella metà degli anni Ottanta, anni, come già detto, in cui è venuto alla luce; si tratta di lasciare la propria valigia a terra e fare un salto nella propria introspezione. Non importa il tempo, non importa lo spazio, l'età anagrafica e, mi permetto di dire, nemmeno il sesso, sebbene sia un libro dedicato a un pubblico femminile. Attraverso i tredici capitoli, la Norwood ci presenta le sue pazienti, tutte succubi di un amore che ha l'effetto della droga, concetto ribadito più volte durante tutta la lettura: si parla di rapporti di dipendenza attraverso casi personali, specifici, raccontati inizialmente in maniera globale come insieme di aneddoti che passano dal contesto ristretto del rapporto amoroso. Successivamente, allargando il campo alla vita famigliare e alle difficoltà scaturenti la dipendenza, si offre al lettore, dopo una lettura globale della situazione, un aiuto pronto, che assolutamente non vuole sostituire la seduta psicoanalitica ma incoraggiare lo stesso a prendere consapevolezza delle proprie difficoltà e spingerlo all'automiglioramento che, in questo senso, consiste nel prendere delle decisioni assolutamente non legate al partner ma a delle scelte di cui beneficiare in solitudine, per ricostruire integramente il lato psicologico e emotivo.

Attraverso la metafora della "Bella e la Bestia", la Norwood mette in condizione realmente il lettore (o la lettrice, sarebbe corretto dire, solo perché nello specifico in quell'epoca era indirizzato, come già detto, ad un pubblico che avrebbero chiamato "rosa") di capire cosa serve per trovare la felicità: l'accettazione, intesa come il riconoscere la realtà in tutte le sue sfaccettature, anche pessime, anche dolorose, in modo da poter cambiare la stessa per arrivare, poi, a scegliere una relazione unicamente per le sue caratteristiche intrinseche, non per qualcosa direttamente collegato con la propria storia personale. L'autoconsapevolezza, del resto, è la vera chiave della sanità mentale.

I racconti di queste donne hanno lo scopo di far immedesimare altre donne negli aneddoti posti: la proiezione della dipendenza in un mondo unicamente femminile, a detta della Norwood (e non possiamo assolutamente darle torto) è data dal fatto che gli individui di sesso femminile sono spesso "svantaggiati" e oppressi a livello culturale, sessuale, lavorativo. Proiettiamo per un attimo questo pensiero trent'anni indietro e capiremo che lo scopo della psicoterapeuta era aiutare un gran numero di donne che, al contrario di oggi dove la percentuale è più bassa a causa dei notevoli (e mai troppi, purtroppo) cambiamenti nello stile di vita da parte delle stesse, vivevano le relazioni come salvezza in un contesto dove spesso la creazione di un nucleo famigliare era un obiettivo forzato, la relazione veniva vista come essenziale, rispetto alle ovvie differenze di oggi, dove la libertà di scelta ha sostituito le esigenze imposte dai retaggi culturali. Eppure, le dipendenze ancora esistono (e così sarà per sempre) e questo libro sembra senza tempo poiché aiuta a guardare la situazione da un punto di vista obiettivo e professionale e regala ai lettori decine di spunti di riflessione e confronto. Per questo, se si inserisce su un qualsiasi motore di ricerca il titolo e si leggono le recensioni degli utenti, si possono trovare commenti per la maggior parte assolutamente positivi.

Noi di trentapagine lo consigliamo a chiunque abbia bisogno di un distacco, con un caro augurio.

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