Focus on: Donne che corrono coi lupi


Autore: Clarissa Pinkola Estés

Titolo originale: Women Who Run With the Wolves: Myths and Stories of the Wild Woman Archetype

Anno di pubblicazione: 1993

Edizione italiana di riferimento: Pickwick, 2007

Pagine: 572


I nostri focus on sono sempre di mano neutra. Nonostante chi ci conosca ormai sappia riconoscerci dal tono e dallo stile, spesso gli articoli targati terentapagine cercano di seguire degli standard per dare a tutti voi una visione abbastanza spoglia del nostro privato punto di vista. Ma oggi non si può fare.

Oggi è il mio compleanno, ne compio trentaquattro. E sono io, Alessandra, a (micro) recensirvi il mio libro preferito, il libro del mio conforto.

Spoiler: questo non è un tipo di lettura semplice. Donne che corrono coi lupi non riuscirete mai a leggero tutto d'un fiato. Appena lo aprirete, dalle pagine della prefazione capirete che si tratta di un'analisi così introspettiva da cacciarvi una mano dritta nella bocca, prendere la vostra spina dorsale e scuoterla come un albero di noci. Non tutte le persone sono pronte a sentire questa mano strisciare nelle proprie interiora, tantomeno nella propria interiorità.

Personalmente, ci ho messo mesi per leggerlo la prima volta. Abituata a finire un libro come uno shottino di vodka, è stata quasi un'agonia, come la seduta settimanale dalla psicologa ma, alla fine, ho capito che un libro ti può dare delle consapevolezze che nemmeno la vita ti insegna, perché ritrovi sulla carta, davanti ai tuoi occhi, ogni volta che vuoi, una verità che non ti abbandona. Ce l'hai davanti agli occhi.

E Donne che corrono coi lupi è così denso e pregno di verità che si fatica a leggere, perché fa male e fa la cosa più pericolosa di tutti: rende libere.

La sua autrice è la psicoterapeuta junghiana, poeta e cantora, specializzata in psicologia etnica Clarissa Pinkola Estés, una donna settantenne che, a leggerla, dà l'idea di essere una guaritrice vera e propria, una sciamana dell'anima. Per scrivere questo libro ha fatto delle cose spaventose: ha viaggiato in posti dove da sole le donne non hanno il coraggio di farlo, conosciuto gente ai margini, preso malattie difficili da gestire, fatto ricerche, vissuto con le porte della mente completamente spalancate, bevendo l'acqua dei suoi natali dalle sue stesse radici, appellandosi come proprio mantra alle storie della sua infanzia, correndo con la mente alla sua terra e nelle terre degli altri raccogliendo storie, favole. Perché questo è un libro di favole. Favole, queste, che smembrano l'archetipo della donna selvaggia, nascosta dentro di noi o esplicitata (e, per questo, la propria vita risulta complessa) in racconti che affascinano la mente e rendono colloso lo spirito, con il liquido appiccicoso della consapevolezza. Attraverso figure di donne sacre che sanno cullare la nostra anima in ogni loro rituale, l'autrice ha donato a migliaia di donne la forza per potersi tirare fuori dalla propria prigione; per alcune, a vedere le invisibili sbarre dietro cui convenzioni e scelte di vita (o di uomini) sbagliati le hanno segregate gettando poi la chiave.

Io non voglio anticiparvi molto, forse è anche troppo quello che vi ho detto e, ai fini della recensione, soprattutto di questo libro, scendere nel dettaglio leva il gusto della lettura. Posso unicamente consigliarvi di acquistarlo in un giorno in cui pensate che la vostra vita stia andando male e leggerlo quando avete veramente voglia di risalire. Così successe a me: me lo consigliò una persona che ho amato da morire e perso quest'anno, come rapporto, intendo, con mio immenso dolore. Rileggendolo, ho capito che due donne selvagge, per quanto amiche, spesso non possono camminare l'una accanto all'altra. Ma lei mi ha consigliato questo libro quando mi sentivo persa, libro iniziato del tempo dopo e, una volta decisa a risalire la china della mia vita con tutte le difficoltà del caso, all'ultima pagina ho acquisito la consapevolezza che bisogna necessariamente viverlo.

Si tratta, del resto, di un manuale di istruzioni per ritrovare il proprio manto e i propri artigli. Vi auguro che, leggendolo, ritorniate a correre.

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