Focus on: Follia


Autore: Patrick McGrath

Titolo originale: Asylum

Anno di pubblicazione: 1996

Edizione italiana di riferimento: Adelphi, 2019

Collana: Gli Adelphi

N. di pagine: 296


Quante cose accadono in un anno?

Quanto può essere forte e ineluttabile un amore proibito?

Quanto si è disposti a sacrificare pur di tenerselo stretto?

Follia, signori miei, non è un romanzo da prendere alla leggera. È un libro che va somministrato al nostro animo a piccole dosi, calibrate, scelte, come avviene per una cura. Ma per quanto la scienza e la psichiatria si applichino, non c’è assolutamente nulla in grado di curare un cuore infranto.

Patrick McGrath, dall’alto dell’esperienza acquisita grazie al lavoro del padre nei manicomi durante la metà del secolo scorso, ci schiaffeggia con uno dei testi più duri che si possano incontrare sul proprio cammino di lettori. La storia d’amore tossico di Stella Raphael e Edgar Stark sarà un turbinio di sentimenti e rapporti distorti che lavoreranno per rinnegare tutto quello che normalmente viene considerato amore. Amore in senso stretto, come sana relazione di due anime congiunte da un affetto più alto. Questo perché quello che lega Stella a Edgar inizia già con i presupposti peggiori. Lei è la moglie annoiata del vicedirettore dell’ospedale psichiatrico in cui è confinato Edgar. Max Raphael vive in completa apatia un matrimonio che non ha nulla da dimostrare alla società se non le apparenze. Non c’è complicità, non c’è affetto, solo un figlio, il piccolo Charlie, che tiene uniti due estranei che non hanno più nulla da dirsi e che, forse, non si sono nemmeno mai amati. Edgar, dal canto suo, è tutto quello che una donna come Stella cerca. Sicuro di sé ma costantemente in cerca di certezze, pieno di passione e forza di carattere, completamente attratto da lei, legato a doppio filo a una donna che non dovrebbe nemmeno guardare. E Stella lo lascia fare, gli permette di entrare nella sua vita, di sconvolgerla.

La storia inizia nell’estate del 1959, nell’ospedale in cui Max lavora, a pochi chilometri da Londra, e si conclude in quello stesso posto, esattamente un anno dopo, quando ben quattro vite saranno state spezzate, quando tutto sarà perso, bruciato, in un incendio che sembra aver subito anche l’ulteriore disastro di una passata di calce viva.

La paranoia, la violenza, la depressione, l’isteria, l’apatia, l’innocenza. E poi le apparenze, il disgusto, il biasimo, l’affetto. Sensazioni, condizione che si mescolano in meno di trecento pagine e creano un crescendo di ansia e disagio che ben si prestano alla comprensione della condizione della protagonista. Perché, a ben guardare, è lei, Stella, l’unica assoluta presenza che domina la scena. Lei, osservata, amata, ignorata, biasimata, posseduta, persa. Lei, che vive per ciò che gli altri vogliono senza degnarsi di capire ciò che ella stessa cerca.

Un cerchio che si chiude è questa storia, un anello che inizia nella noia per finire nella tragedia senza esclusione di colpi.

Un testo del genere non è facile da assimilare, e un po’ di merito è anche dovuto al tono della narrazione. Lo slittamento di lessico di frase in frase, che passa con quieta nonchalance dal vocabolario psichiatrico alla terminologia dei reietti, lavora di pari passo con il narratore. Quest’ultimo, ad esempio, non è chiaro, mai. Ma il lettore, preso dal racconto, coinvolto nella vita traumatizzata di Stella e Max e Edgar, se ne accorge solo a sprazzi. Il ruolo del narratore pare sia affidato a una voce imparziale e fuori campo, il collega psichiatra Peter Cleave. Ma è davvero così? Terapista di Edgar, collega di Max, amico e confidente di Stella, Peter racconta la storia dal suo punto, riportando le parole di Stella, le parole di una donna che ha iniziato a confidarsi solo alla fine, quando era sotto farmaci. Non si sa più, a un tratto, chi ha le redini, chi è il vero narratore. E, soprattutto, non c’è imparzialità, benché fin troppo simulata.

Follia non è un romanzo facile, è un continuo esame di coscienza, di rielaborazioni di scelte drastiche, di conseguenze impreviste, terribili, inevitabili. E McGrath è un genio in questo. Persiste con la storia senza perdere un colpo, trascinando il lettore in quella follia così razionale che sembra troppo realistica per essere studiata. Una spirale che sprofonda nell’inferno di una vita fatta di apparenze e falsità che nessuno è più disposto ad accettare. Come tutte le tragedie, anche in questo caso la vittima collaterale sarà quella che più di tutte ha vissuto il dramma ma che meno di tutte ha avuto voce.

Eppure, quello che si impara da un testo del genere è che anche le persone più sane e esteriormente forti nascondono debolezze che spesso non riescono più a controllare. La depressione, trattata con un tatto estremo, misurata nelle parole e nelle descrizioni, è un male molto più frequente di quel che si pensi. Un male che trova compimento nei grandi gesti plateali, o nella solitudine della propria stanza, quando si decide di non combattere più.

Il 1960 è l’anno in cui inizia un nuovo decennio e lo stesso in cui quattro vite si sono spente per sempre, in modi diversi, con effetti devastanti. E Asylum, il titolo originale, spiega con crudele chiarezza quanto tutto il mondo, in realtà, sia un manicomio mal celato.


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