Focus on: Il barone rampante

Aggiornamento: 6 feb


Autore: Italo Calvino

Anno di pubblicazione: 1957

Edizione italiana di riferimento: Mondadori, 2017

Collana: Oscar moderni --- Raccolta: I nostri Antenati

N. di pagine: 302


Di Calvino ne abbiamo parlato in tutte le salse. È un autore unico, per quanto mi riguarda, in grado di mixare realtà e fantasia, morale e metafora, racconto e poesia con una facilità da fare invidia a tutti.

Io che adoro la serialità non potevo farmi scappare l’occasione di recensire l’ultimo romanzo della Trilogia degli antenati, quindi eccola qui, la mia versione personalissima del Barone Rampante.


Partiamo dal fatto che tra i tre romanzi della raccolta, questo, ahimè, vince la medaglia di bronzo. Forse perché al Visconte sono legata da quando ero bambina, o perché il Cavaliere ha saputo coinvolgermi emotivamente molto più di quanto mi aspettassi, sta di fatto che Cosimo resta ultimo nella mia graduatoria.

Eppure, con gli occhi più maturi di quelli che avevo quando ho scoperto questo romanzo per la prima volta, posso dire che il segreto per il quale è tra i più amati da tutti, quello che forse tutti maggiormente ricordano, sta nel fatto che il protagonista un po’ ci fa tornare fanciulli.


Cosimo litiga con i suoi genitori, durante un pranzo, per un piatto di lumache che davvero non ha intenzione di mangiare. La stizza tipica dei ragazzini che per far dispetto agli adulti combinano un guaio ancora più grave. Il ragazzo, infatti, fugge dalla tavolata e si arrampica su un albero, nel giardino della tenuta di famiglia, giurando a tutti che non sarebbe mai più sceso.

Anche in questo caso, come sempre accade con i giuramenti fatti da piccoli, gli adulti non danno peso a questa minaccia infantile, e probabilmente è proprio questa consapevolezza di non essere preso sul serio che rende Cosimo ancor più caparbio.

Il romanzo si snoda sulle avventure del ragazzino tra i rami del boschetto, in esplorazione del mondo, con incontri e innamoramenti, tutto senza mai mettere piede a terra.

Una presa di posizione radicale, certamente, eppure simbolo di un carattere forte e determinato che nell’uomo, spesso, è decisamente sottostimato.

Cosimo è simbolo di una generazione che vuole lottare per le proprie idee, per le proprie regole. Non si piega all’ordine degli adulti solo perché sono gli adulti stessi a imporlo. Non mangia il piatto di lumache e scappa sull’albero in quella che da una bravata diventerà la sua vita intera.

Fino alla fine dei suoi giorni, Cosimo resta fermo sulla sua posizione, guarda il mondo dall’alto, da una prospettiva solo sua, quasi divina, che ovviamente la famiglia non capisce perché non la condivide.


Metafora perfetta di quanto sia difficile far capire all’altro il nostro punto di vista se l’altro in questione non è disposto a condividerlo nemmeno per un tempo limitato. Cosimo ha il privilegio di vivere come la famiglia vuole ma anche di allontanarsi, figurativamente e letteralmente, da loro, per provare un nuovo modo di esistere.

Forse non è il più romantico o il più triste della trilogia, ma sicuramente è il romanzo in cui Calvino ha messo più di sé stesso.

È una lezione di vita chiara tanto quanto contorta, esposta attraverso un paradosso che funziona proprio perché non è condivisibile.

La chiusura del romanzo, con il ragazzo, ormai uomo maturo che vola via attaccato a una mongolfiera e scende giù solo quando vede il mare sotto di sé è la perfetta chiusura del cerchio.

Mantiene il punto fino alla fine, non tocca più terra ma solo una versione diversa dell’aria. Il mare, dopotutto, nella vastità della distesa d’acqua sotto di lui, continua a dargli quella libertà che agogna, circondato da un elemento in cui può fluttuare beato, con la stessa tranquillità con cui le foglie e i rami lo hanno accompagnato nella scoperta di sé stesso.

3 visualizzazioni0 commenti

Post recenti

Mostra tutti