Focus on: Il cavaliere inesistente

Aggiornato il: mag 10


Autore: Italo Calvino

Anno di pubblicazione: 1959

Edizione italiana di riferimento: Mondadori, 2011

Collana: Oscar moderni

N. di pagine: 166


C’è poco da dire ancora, signori miei, siamo di nuovo in zona rossa.

Un’intera nazione divisa tra quelli che accettano mestamente una simile situazione di stallo, di surreale standby esistenziale, e quelli che, invece, vorrebbero solo che uscisse una scritta gigante a coprire il cielo italiano che recita “siete su Scherzi a parte, avete resistito un anno e adesso avete vinto tutti un milione di euro a testa come risarcimento!”.

Be’, non succederà, lo sappiamo bene. Ed è proprio questa duplice condizione esistenziale, il vorrei ma non posso e il potrei ma non devo, che mi ha spinto a scegliere un vero e proprio emblema della letteratura fantastica, uscito dalla penna di uno dei mostri sacri della produzione letteraria italiana ed entrato a tutti gli effetti tra il novero dei classici senza tempo.

Italo Calvino è uno dei nostri autori preferiti, immagino ve ne sarete accorti. Eppure, parlando di lui e delle sue molteplici opere, ci si è spesso soffermati a ragionare sulle sue qualità scrittorie, sulle innovazioni in campo stilistico, senza davvero renderci conto di quanto la sua trilogia sia un vero inno alla vita umana, in tutte le sue forme. Il testo di oggi, Il cavaliere inesistente, è l’ultimo volume della raccolta I nostri antenati, un testo singolare, con un finale amaro… amaro come la vita.

Lo abbiamo ripreso perché l’esistenza, mai come quest'anno, è stata al centro di ogni discorso, battaglia, decisione politica, economica e medica. La vita è una guerra, come ben sa il protagonista, Agilulfo Emo Bertrandino dei Guildiverni e degli altri di Corbentraz e Sura, cavaliere di Selimpia Citeriore e Fez. Un nome complicatissimo, altisonante, difficile da ricordare, corredato di luoghi, cariche militari, rango e responsabilità; un nome difficile da portare per un uomo comune. Ma Agilulfo tutto è fuorché comune: già, perché il protagonista della nostra storia semplicemente non esiste. Il genio di Calvino raggiunge il suo picco massimo nella descrizione di un uomo che non c’è, che esiste come mera forza di volontà, come essenza delle doti più rette, leali e coraggiose dell’essere umano. Ecco perché scegliere di farlo cavaliere, e non principe o duca. Il cavaliere risponde a un codice, vota al sua intera vita al servizio degli altri, agisce per conto della morale, del coraggio, sa obbedire ma anche farsi rispettare: un cavaliere, insomma, sa come vivere, come vivere sul serio. Agilulfo è il migliore in questo, sempre attento al suo reggimento, obbediente nei confronti dell’imperatore Carlomagno, prode in battaglia come nei servizi resi alle donzelle in pericolo.

Ma Agilulfo è perfetto perché non c’è, la sua esistenza è frutto di tutto quello che dovrebbe essere la vera essenza dell’uomo giusto e giacché un tale concentrato di pregi – ma anche difetti e debolezze, in minima parte – non possono appartenere a un uomo normale, ecco che lui non esiste. La sua armatura, bianca, pura e splendente affronta la frenesia delle battaglie senza restare opaca o ammaccata, proprio perché i suoi sentimenti e il suo valore sono irreprensibili. Sul versante opposto c’è Gurdulù, un uomo con tanti nomi e nessuno davvero suo, un involucro corporeo che non ha nulla di davvero umano, e si sente a volte bestia, a volte acqua, a volte albero, cambiando umore e presenza come una bandiera al vento. Gurdulù è ingenuo, è bambino, ma anche uomo, ed è la controparte complementare di Agilulfo. Come Calvino stesso afferma attraverso le parole di Carlomagno:

Questo suddito qui che c’è ma non sa d’esserci e quel mio paladino là che sa d’esserci e invece non c’è.

Ecco: questa è per sommi capi la vera idea del libro. Dal visconte che ha l’esistenza sdoppiata, si passa al cavaliere che questa esistenza non la possiede affatto, tenuto insieme da quell’armatura che fa da fodero alla forza di volontà che gli permette di combattere, amare e credere in sé stesso. Appena tale forza viene meno, appena tutto quello su cui Agilulfo ha costruito la propria “vita” è messo in dubbio, ecco che si sgretola anche la chiave di volta che reggeva tutto insieme. Agilulfo smette di esistere, per davvero, lascia in eredità la sua scintillante armatura a un ragazzo, un giovane cavaliere carico di ardore e buone intenzioni, forse l’essere umano che tra tutti si era dimostrato più vicino a quell’ideale di rettitudine a cui Agilulfo aspirava.

Il concetto di esistenza effimera è un discorso complesso da affrontare. Ci hanno provato psichiatri e soprattutto filosofi per gran parte della storia che conosciamo. Uno dei più interessati al ragionamento circa esistenza e percezione è stato Putnam con la sua ipotesi basata sui “cervelli in vasca”, nella quale afferma che uno dei cervelli in questione non può ammettere di essere un cervello piuttosto che una persona normale. Gli eventi esperiti dal cervello immerso nel suo liquido nutritivo e collegato ad un computer che trasmette impulsi elettrici, sono gli stessi eventi possibilmente esperiti dal cavaliere inesistente. La loro realtà è vera a prescindere da quale sia la verità dei fatti. Ad ogni essere, sia esso cervello, cavaliere, uomo o altro corrisponde una percezione della realtà che lo circonda relativa alle esperienze e alle percezioni che vive, in qualunque situazione si venga a trovare. Proprio per questo motivo io non posso dimostrare di non essere me, in quanto il solo fatto di affermare di essere qualcuno, fa di me quel qualcuno. Come spiega Cartesio, infatti “se l'ipotesi che la tesi stessa sia sostenuta o enunciata implica la sua falsità, allora una si confuta da sola”. Non importa cosa io sia nella realtà: nel momento in cui esperisco, percepisco e provo delle sensazioni, anche se falsate o non riconducibili a rappresentazioni reali – come avviene per gli impulsi elettrici che fanno “conversare” i cervelli in vasca, o come l'armatura che permette al cavaliere di combattere in guerra – allora io esisto. Ed Io esisto perché sono Io a dirlo. E se nel dirlo sono convinto di essere un uomo allora sono un uomo. La consapevolezza di sé è determinata dal tipo di relazione che abbiamo con noi stessi e con ciò che ci circonda e ci rende coscienti di essere qualcosa.

Calvino, quindi, con il suo breve romanzo, ci racconta qualcosa a proposito degli esseri umani che spesso noi stessi tendiamo a dimenticare. Siamo fatti di quello in cui crediamo, dei nostri comportamenti, dei nostri sogni, obiettivi, schemi mentali. L’essere umano vive davvero solo quando è convinto di essere qualcosa, qualcosa di valido, di utile, di concreto, malgrado la transitorietà di un’esistenza effimera. In questi tempi in cui ci facciamo guidare dagli altri, in cui sembriamo solo alghe smosse dalla corrente, trasportate su una riva che non riconosciamo come casa perché tutto intorno a noi è mutato, inesorabilmente, pensiamo ad Agilulfo, al suo sacrificio, alla sua esistenza, tanto vera quanto assente.

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