Focus on: Il diario di Bridget Jones


Autore: Helen Fielding

Titolo originale: Bridget Jones's Diary

Anno di pubblicazione: 1995

Edizione italiana di riferimento: Rizzoli, 2013

Collana: Vintage

N. di pagine: 313


È strana la vita di un lettore. Sempre più spesso capita che la produzione editoriale faccia da magazzino per le opere cinematografiche, che quelli che andiamo a vedere in sala, o meglio che andavamo a vedere, siano per lo più riadattamenti di libri con più o meno successo. Si cavalca l’onda di un prodotto ben riuscito, si è sondato il mercato e bene o male si è tirato fuori che ci sono buone possibilità che quel film tratto da quel libro almeno un gruppo di persone disposte a vederlo ce l’abbia di default.

Noi che leggiamo e vediamo i film tratti da questi libri cadiamo in una doppia spirale, già trattata in articoli precedenti sempre su questo blog. Chi vede il film e poi legge il libro perché stuzzicato dalla trama o dai personaggi, e chi, viceversa, va al cinema dopo aver letto il libro.

Con il best seller di Helen Fielding, devo ammetterlo, sono ricaduta nella prima categoria e si è instillata in me quella paura dell’ignoto tipica dell’accesso al sito dell’università quando uscivano gli appelli degli esami. Il diario di Bridget Jones ha effettivamente segnato un’epoca. Il libro venne pubblicato l’anno in cui stavo per salutare definitivamente i compagnucci dell’asilo per addentrarmi nel vasto e crudele mondo della scuola elementare. Sono quei traumi che ti segnano… eppure vista la giovane età non ero ancora abbastanza precoce, a sei anni, per poter leggere un romanzo di siffatta natura. Però vidi il film appena uscì e me ne innamorai. Vuoi per il cast, vuoi per il richiamo a Jane Austen palese come i trenta gradi in agosto, vuoi perché ero ancora relativamente giovane, mi piacque per come era ma non per quello che davvero rappresentava. Anni dopo, quando il film era impresso a memoria nel mio cervello, presi in mano il testo.

Ebbene, mi sentivo come se Bridget Jones fosse seduta sul letto con me a raccontarmi la storia della sua vita. Aveva la faccia inconfondibile di Renée Zellweger, ma parlava della mia storia, della storia di tutte le donne che a cavallo dei trent’anni non si sentono ancora né carne né pesce.

È incasinata, un po’ volgare, sincera, diretta, indipendente, acida, carica di quelle sicurezze tipiche della gioventù e, al contempo, di quelle insicurezze tipiche di chi sa di non rientrare appieno nei canoni della società. Un gruppo di amici pazzoidi che le stanno accanto sempre, perché chi si somiglia si piglia, e il debole per gli uomini potenti e un po’ stronzi che rappresentano la continua mutazione del bad boy sin dai tempi di Heathcliff.

Daniel Cleaver lo abbiamo amato tutte, ma anche Mark Darcy. Due uomini che incarnano il “vorrei ma non dovrei” e il “dovrei ma dove mi avvio lui sta troppo avanti”. Un romanzo, certo, che finisce necessariamente bene e getta le basi per il genere chick lit. Un diario, per dare la possibilità alla protagonista di condividere la propria vita in prima persona, con quelle parole che avremmo usato noi, con quelle considerazioni dettate dall’impulsività e le fantasie sull’amore della vita che hanno occupato pagine e pagine dei nostri di diari. Ma Bridget è prima di tutto una donna normale, una londinese degli anni Novanta, incastrata in un lavoro che non la stimola, con una madre invadente che non si accorge di quanto la sua presenza sia ingombrante, un padre succube della moglie ma dolcissimo con la sua sbadata figlia, e un uomo che ha difficoltà a scardinare le proprie idee per rispettare il suo status.

La scrittura è tagliente, le battute veloci, e la trama che ricalca un grande classico della letteratura inglese sapientemente ricollocato in un contesto contemporaneo. Un successo garantito, a venticinque anni di distanza dalla prima edizione, che continua a vedere riedizioni e vendite. Tutte siamo un po’ Bridget; tutte, almeno una volta nella vita, ci siamo guardate allo specchio e abbiamo fatto smorfie di fronte alle smagliature sulle cosce, alla pancia che non cala, alle tette piccole e al sedere grosso. Tutte abbiamo parlato con le nostre amiche di quello che ci piace ma non ci fila e di quello che ci fila ma che dovremmo tenere a distanza manco fosse una mina antiuomo. E ci siamo innamorate, e siamo rimaste scottate, ferite, sole. Abbiamo fatto stupidaggini, detto cose di cui ci siamo vergognate, sperato nel lieto fine che la realtà non ha mai fatto pervenire, nel nome dei mai una gioia.

Ma se ce l’ha fatta Bridget, sei lei è riuscita a ordinare un minimo quel casino di vita che la Fielding racconta con il tono confidenziale di chi chiacchiera di fronte a uno Spritz, allora ce la possiamo fare anche noi. Noi che nel 2021, a trent’anni suonati, ancora non ci sentiamo adatte, ancora siamo un po’ incomplete, ma abbiamo un potenziale da arma atomica che deve solo trovare il modo di venire innescato.

Il diario di Bridget Jones è una di quelle letture che ci sentiamo di consigliare a prescindere dall’età, che va letto a piccole dosi, come se lo si stesse scrivendo davvero giorno per giorno. È un libro sul credere in sé stessi, sul non accontentarsi, e sull’amore per sé oltre che verso un altro essere umano.

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