Focus on: Il giardino delle farfalle

Aggiornato il: 16 set 2020

Non è quello che sembra.


Autore: Dot Hutchinson

Titolo originale: The Butterfly Garden

Anno di pubblicazione: 2016

Edizione italiana di riferimento: Newton Compton Editori, 2017

Collana: Nuova narrativa Newton

N. di pagine: 332


Il momento in cui ho capito che scrivere la recensione di questo libro mi avrebbe creato angoscia è stato appena sono arrivata a pagina 12. Se proprio dovessimo trovare una metafora per descrive il testo potremmo prendere spunto dal lungometraggio animato L’incantesimo del lago, da cui deriva la frase che funge da sottotitolo a questo post. “Non è quello che sembra”. Oddio, nessuna espressione avrebbe potuto essere più azzeccata. Altra metafora me l’ha fornita mio fratello a pranzo qualche giorno fa: non riesco a smettere di mangiare questo formaggio anche se vorrei. Ecco, il libro di oggi è come quel formaggio.

Mi rendo conto che con premesse simili sembra che non gli stia facendo buona pubblicità ma vi assicuro che è uno di quei libri che dovete assolutamente leggere. E adesso vi spiego il perché.


Innanzi tutto, riprendendo il film di prima, non lasciatevi ingannare dal titolo: Il giardino delle farfalle non è un romanzetto simpatico e spensierato, ma uno di quei thriller che fanno venire la pelle d’oca già dalle prime pagine. E lo si capisce anche solo dalla scelta della copertina: nera e screziata, come se fosse asfalto fotografato molto da vicino, con una farfalla bianca, morta, stesa su di esso, una farfalla le cui ali mostrano un inquietante profilo di donna. Ed è tutto qui. Due colori, un’immagine, e si entra perfettamente nell’atmosfera cupa del romanzo che fa quasi a cazzotti con il giardino stesso, colorato, pieno di fiori, piante e delicati insetti dalle ali multicolor. E allora perché una falena bianca in copertina? Ogni farfalla descritta nel libro è caratterizzata da colori forti, abilmente accordati, perfettamente armonizzati e disegnati nel dettaglio. Eppure un tale Eden in qualche modo inquieta e non si capisce bene il perché ma sin da subito si viene a contatto con un luogo, il Giardino, che tutto è fuorché un paradiso.

Incentrato inizialmente sul non detto, la trama si sviluppa in due modi: le domande di due agenti dell’FBI che interrogano una ragazza, in palese stato di maltrattamento, ferita e bendata, anche se non si sa il perché della sua condizione; il racconto al passato della ragazza, Maya, che spiega ai due agenti cos’era la vita nel Giardino. In un turbine di inquietudine, sociopatia, terrore e dolore fisico, scopri che il Giardiniere, di cui non viene mai detto il nome, rapisce delle giovani donne, mai sotto i quindici anni, o meglio, cattura le sue farfalle. Le droga e le porta nel giardino, tatua loro dietro la schiena enormi ali, ognuna indicativa di una specie particolare di farfalla appunto, dà loro un nome nuovo, le stupra e da quel momento le considera una sua proprietà.

L’orrore, tuttavia, non si manifesta nei tatuaggi, nel rapimento, o nelle violenze. Leggere questo libro è un’esperienza che cambia profondamente la propria prospettiva, su tutto. Stai lì, vai avanti inesorabilmente, divorando pagina dopo pagina senza sapere davvero il perché. Tutto quello che c’è da sapere, tutte le perversioni sono esposte già nel primo capitolo, perché in realtà sono solo tre le parti di questo romanzo. Ma devi continuare, devi finirlo, e più vai avanti più speri in un rovesciamento delle parti che mai, mai arriva. E stai ancora lì, riga dopo riga, e diventi Maya, certo, diventi Felicia, Lyonette, Magdalene e Magdalena, Evita, Danelle, Marenka, sei parte di loro, ritrovi un po’ di te in loro e viceversa. Ma, inesplicabilmente, diventi anche i due agenti dell’FBI, diventi il Giardiniere e diventi Desmond. Cerchi una spiegazione razionale e scopri che non ne esiste nessuna, che bene e male sono una cosa sola, che tutto si riduce al punto di vista. E quello che dovresti odiare non lo odi davvero, e quello che vorresti amare non puoi amarlo sul serio.

Il Giardino è oltre la realtà ma è parte di essa. È vero e falso, è illusione transitoria e terribile concretezza. Le ragazze sono farfalle ma sono anche donne, eppure non abbastanza. E hanno una scadenza, perché stiamo parlando di animali bellissimi ma delicati e come tutte le cose belle e nate per essere ammirate sono effimere e non durano. Non vi svelo cosa accade, e nemmeno che succede quando il tramonto della vita inizia a farla da padrone, è quella forse la parte più inquietante e perversa ma è quella che merita davvero la lettura. È una storia assurda eppure reale, è un racconto che non è successo ma potrebbe succedere, o magari è accaduto e nessuno ne è a conoscenza. Ragazze che spariscono dall’oggi al domani riempiono le cronache ogni giorno e di pazzoidi sociopatici ne trovi due ogni dieci. E tutta questa possibilità la senti mentre leggi, ti penetra le ossa, ti massacra lo stomaco, perché non può essere ma potrebbe.

Perché “non è quello che sembra”.


Un nome che vale più di una vita. Una reputazione che vale più della vita di tutte le ragazze. E sui nomi si gioca parte della trama, parte del trauma. Maya è il nome che il Giardiniere decide per la protagonista, un nome che lei non ha scelto ma con il quale, ora che è nell’Esterno, non riesce a non identificarsi. Il nome che le farfalle si vedono dare servirà ad aiutarle a cancellare quello che sono state nella loro vita prima del Giardino, quello che non saranno mai più. Anche se dovessero salvarsi, quei nomi resteranno parte di loro, di un’esperienza che vorrebbero cancellare ma che non riusciranno mai a dimenticare. Maya è un nome che identifica la ragazza come farfalla, Inara è il nome che ella stessa si è scelta quando è scappata di casa a quattordici anni, Samira è come la conoscono i suoi genitori. Ma la ragazza che parla ai Federali, quella stuprata, rapita, abusata, costretta, picchiata, accolta, fuggita, amata, usata non è nessuna delle tre, eppure è tutte e tre. Innocenza, maturità e consapevolezza che il mondo è ingiusto in un unico essere, più forte di quel che sembra ma non abbastanza per poter evitare l’orrore a cui è sottoposta.


Normalmente i thriller sono quelle storie che partono male, continuano malissimo e terminano nel lieto fine. Il giardino delle farfalle crea qualche grattacapo in questo senso. Finisce bene? Finisce male? Potrebbe finire meglio o peggio? Anche qui, punti di vista. Tu lettore sei chiamato a compiere delle scelte, per tutta la durata del libro, già solo il continuare a leggerlo è una scelta. Sei costretto a scontrarti con verità scomodissime, a chiederti cosa avresti fatto al posto dell’uno o dell’altro personaggio. Lo finisci, lo chiudi e pensi che sia un mero libro molto meno di altri che hai già letto.

La quarta di copertina lo definisce come

Il thriller più terrificante dell’anno tra Il silenzio degli innocenti e Il collezionista di ossa.

Io non so se sono d’accordo. Certo, la sociopatia ci sta tutta e l’orrore di scene terribili da immaginare anche. L’idea che facciano un film basato su questo libro potrebbe portare al capolavoro assoluto del genere psico-thriller o a una schifezza assurda. Ma per quanto Hannibal Lecter avesse qualche suo vezzo e gli piacesse giocare anche un po’ col cibo prima di mangiarlo e Richard Thompson lasciasse indizi tratti dalle sue vittime, forse per essere trovato e dimostrare di essere bravo, qui la situazione è molto diversa. Il Giardiniere è lucido quando sceglie le sue vittime, quando le porta nel Giardino e le fa sue. Al contempo, però, vive l’illusione che le sue farfalle lo amino, che quello che concede loro sia abbastanza da permettere alle ragazze di essergli riconoscenti. Ma quando continui a vivere in gabbia, sebbene tu possa avere più di quello che ti aspetti, resti comunque in prigione.


Inquietante sotto diversi aspetti, terribile ma realistico. Leggerlo significa vivere nell’ansia per 332 pagine, aspettando dopo ogni paragrafo quella batosta emotiva che ti conferma la crudezza della storia. Eppure, le scene davvero esplicitamente e moralmente orribili sono pochissime. Quello che rende grande questo thriller è il tono, uno spartito che va dal divertito al violento, dal volgare allo scherzoso, dallo sconfortato allo speranzoso, in un saliscendi di angoscia che ti lascia senza fiato fino all’ultimo punto.

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