Focus on: Il giardino delle rose

Aggiornato il: 16 set 2020

"Il resto della nostra famiglia morì intorno alla mezzanotte, solo che ci volle del tempo per gli accertamenti".



Autore: Dot Hutchinson

Titolo originale: The Roses of May

Anno di pubblicazione: 2017

Edizione italiana di riferimento: Newton Compton Editori, 2018

Collana: Nuova narrativa Newton

N. di pagine: 299

Ma quanto ci piacciono i thriller a noi? Un sacco, ci piacciono!

Ho letto un meme su Facebook qualche giorno fa che diceva, in riferimento al Coronavirus, che “questo episodio di Black Mirror sta durando troppo”. Molti dei nostri lettori sanno esattamente di cosa si sta parlando e, per quanto faccia sorridere, il riferimento fa anche paura. Per lasciare, quindi, in disparte la puntata distopica in cui stiamo vivendo queste settimane, abbiamo pensato di gettarci a capofitto in un libro che per molti aspetti è quasi più realistico della realtà attuale. Il giardino delle rose è il secondo volume dei quattro che compongono della saga thriller “The Collector”. A differenza di quello che abbiamo recensito due settimane fa (Il giardino delle farfalle) questo libro ha alcuni punti da analizzare per essere veramente compreso e apprezzato.

Per chi è abituato a leggere libri noir e pensare al peggio, questo romanzo vi si presta abbastanza bene: la trama presenta un climax ansiogeno ascendente e, raggiunta la metà, è difficile lasciarlo incompiuto. Se il primo lo si legge tutto d’un fiato e tiene con il fiato sospeso fino all’ultima riga, questo parte più cauto, forse troppo. La Hutchinson ha un modo tutto particolare di raccontare le sue storie, lasciando che il lettore empatizzi con i protagonisti in modi diversi, spiegandoti sin da subito le ragioni che muovono il serial killer in questione.

Altro punto è il tono narrativo. La prima persona usata nelle parti raccontate da Priya ci mostra il presente, ci fa vivere insieme a lei i suoi incontri, le sue sensazioni, le sue giornate. Priya è una vittima di riflesso, sua sorella fa parte di una schiera di sedici ragazze uccise, a distanza di un anno l’una dalle altre, con la gola tagliata di netto, lasciate in una chiesa a caso in varie città degli Stati Uniti. I corpi delle ragazze erano nudi, stesi ai piedi dell’altare e circondati da fiori. Fiori diversi per ogni ragazza, mai ripetuti. Lei vive la morte della sorella come vittima e aspirante carnefice, cerca giustizia e vendetta, vuole ricordarla ma anche dimenticare tutto il male che è seguito dopo l’assassinio di Chavi. Ai racconti di Priya si alterna il narratore esterno che descrive le azioni degli agenti dell’FBI incaricati del caso. Eddison è uno degli agenti che ha lavorato al caso delle Farfalle ma ha una vera predilezione per Priya, come fosse una figlia o una sorella minore alla quale vuole disperatamente dire di aver preso l’uomo che le ha distrutto la vita, che non le permette più di sorridere come faceva un tempo. Infine, ci sono i corsivi. Brevi paragrafi in cui si entra nella mente del killer. Si raccontano alcune delle vittime, come sono state scelte, il perché dei fiori, il rapporto con esse. È un esterno che parla all’assassino, gli spiega le sue ragioni come se ci si trovasse ad una seduta di psicoterapia.

Il ritmo è ben cadenzato, l’inquietudine cresce molto gradualmente. La trama è intelligente e drammaticamente verosimile. Non tutto può essere spiegato, non tutti i casi possono essere risolti. Occorre fare delle scelte, a volte atroci, e decidere quanto si è disposti a vendere l’anima al diavolo pur di raggiungere una verità, qualunque essa sia.

La presenza di molteplici personaggi rende l’individuazione del colpevole più complessa. Da lettore, si inizia a pensar male di tutti, tutti sono possibili psicopatici. La Hutchinson lo sa e gioca su questo, aggiunge di volta in volta particolari e personaggi. Inserisce elementi, pochi alla volta, ma mai abbastanza per farti dire, a metà libro, “ok, so chi è stato!”. È uno di quei romanzi in cui il vero punto di drammaticità non si raggiunge quasi al termine, come nelle favole a lieto fine in cui prima di andare tutto bene deve necessariamente andare tutto male. Qui il ritmo è costante: a ogni buona notizia si intervalla un ricordo, un problema, un dubbio. Non sei mai tranquillo. Lo leggi già aspettandoti il peggio, e quel peggio non arriva mai. Anche nel momento in cui penseresti di trovarti di fronte alla scena madre, tutto sfuma in altro. L’amaro in bocca che si mescola alla fame continua del sapere. Pagina dopo pagina può accadere di tutto, che sia l’inizio, la metà o la fine del romanzo. Perché è come la vita: non ti avverte che sta succedendo qualcosa che non ti aspetti, succede e basta. Ti tocca solo farci i conti.

Dopo aver letto Il giardino delle farfalle l’approccio al resto della tetralogia è abbastanza ovvio. Agli amanti del thriller piace sapere cosa succede dopo e la sottotrama, difficile da identificare di primo acchito, affonda la sua subdola lama in quella parte del cervello che gestisce la curiosità. Non se ne può leggere solo uno.

Unico appunto negativo non dipende dal testo bensì dal titolo. L’originale Roses of May non solo rende perfettamente l’idea, ma è anche la più corretta sintesi delle quasi 300 pagine del romanzo. Per quanto l’edizione italiana non faccia perdere al testo il tono, la suspense e il carattere del romanzo, la ricerca disperata di creare un collegamento con il titolo del primo volume fa decadere quell’aura, al contempo di mistero e ovvietà, che si cela, invece, nel titolo inglese.

Se avete amato Maya adorerete Priya. Se avete apprezzato la psicologia malata del Giardiniere, non potrete non farvi venire i brividi dalle descrizioni del killer. Sono pochi paragrafi nel totale complessivo delle pagine, ma sono i peggiori, i più inquietanti, quelli davvero da brivido.

Le vite si intrecciano anche in un Paese gigante come sono gli Stati Uniti. Le esperienze si mescolano, le opinioni si condividono, le speranze si dilatano anche tra sconosciuti. Siamo tutti esseri umani, il che ci rende tutti uguali almeno sotto certi punti di vista: arrivati alla fine sarà difficile non essere d’accordo su come si sono svolti i fatti. Arrivati alla fine non vi basterà sapere quello che avete saputo.

Vorrete molto altro.

Vorrete “collezionare” anche voi.

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