Focus on: Il paradiso degli orchi

Aggiornamento: 16 set 2020


Autore: Daniel Pennac

Titolo originale: Au bonheur des ogres

Anno di pubblicazione: 1985

Edizione italiana di riferimento: Feltrinelli, 2012

Collana: Universale Economica Feltrinelli

N. di pagine: 202


Leggere Pennac significa entrare in un mondo fatato, una sorta di universo parallelo in cui sembra quasi che tutto il racconto sia una favola, dai risvolti fin troppo fantasiosi, fino a cadere, poi, nella cruda realtà.

Daniel Pennac nasce professore e scrittore, con una dislessia che lo accompagna fin da ragazzino e lo porta a orientarsi verso un tipo di studio diverso dal solito, con brevi romanzi a puntate per esercitare il suo estro creativo. E nel romanzo di oggi quell’estro esce tutto. Il paradiso degli orchi è molte cose insieme, una matrioska che più si smonta e più entra nel vivo del vero significato. Una Parigi presente ma mai descritta, vista dal basso, con gli occhi di chi ci vive e non con quelli del turista: le fermate della metro, il quartiere di Père Lachaise, i sobborghi abitati da immigrati musulmani, i quartieri brasiliani, il Grande Magazzino. Non c’è descrizione dei luoghi, ma un sentore di quella vita che li permea e li caratterizza, e che poi è tutto quello che serve. I personaggi, a metà tra il grottesco e il reale (amplificato), sono lo specchio più verosimile di quelli presenti nelle storie narrate dal protagonista, Benjamin Malaussène, di mestiere “capro espiatorio”. Quando assumersi le colpe di tutto e venire pagati profumatamente per subire ramanzine riguardo mancanze di cui non si è responsabili diventa un lavoro, allora ogni stranezza nell’esistenza può essere favorevolmente accettata e vista come routine. Malaussène vive in un palazzetto proprio nei pressi del cimitero più celebre di Parigi, a piano superiore di un altro appartamentino dove dividono la casa i suoi quattro fratellastri: Clara, la sua preferita, fotografa amatoriale con l’occhio attento per i dettagli, tutti i dettagli, anche i più macabri; Thérèse, astrologa mancata, fissata con le stelle e le congiunzioni astrali che sfociano nell’esoterico spicciolo; Jérémie, undici anni di pura anarchia; e il Piccolo, l’unico normale della combriccola, ma solo per via della sua forte ingenuità interamente legata alla gioventù. Le vite di Ben e dei suoi fratelli si intrecciano a quelle della sorella maggiore Louna, incastrata in una gravidanza accidentale che le è costata il fidanzato, del collega di lavoro Thèo, e di una giornalista senza nome, soprannominata zia Julia, che formano la rappresentanza adulta della cerchia di Malo.

Una vita piatta, senza eccessivi stimoli, punteggiata dai racconti fantasiosi delle lavate di capo che subisce al lavoro rimodellate per piacere ai fratellini, perseguita Ben in una monotonia che si sfascia di colpo a causa di una serie di esplosioni avvenute al Grande Magazzino. Grandi botti, morti selettivi, una, due vittime al massimo, con un’espressione estatica sul volto, sempre in presenza di Ben nelle vicinanze, sempre nel reparto giocattoli. Il Grande Magazzino diventa il fulcro della vicenda, il luogo della chiusura del cerchio, un cerchio aperto nel 1942 e di cui Malaussène è ignaro finché un gruppo di colleghi non lo pesta a sangue in strada convinti che sia lui il dinamitardo selettivo.

Equivoci, incomprensioni, personaggi secondari che diventano principali, protagonisti di racconti fantastici che si materializzano con coraggio nella vita vera, e un capro espiatorio che impersona talmente bene questo ruolo da costringerlo a incarnarlo anche in una situazione del tutto inopportuna.

In un’escalation di colpi di scena, eventi apparentemente insignificanti, previsioni astrali inquietanti e dita che saltano, Pennac ci regala una storia intrisa di follia e realismo, avvicinando il lettore a una verità molto più terribile di quanto possa sembrare. Un tono da novella, un eloquio da professore, un racconto punteggiato qui e lì da regole di grammatica, tutti elementi che smorzano l’angoscia che attanaglia il protagonista, fino all’exploit finale, in cui ogni cosa riprende senso, tutto è spiegato, come nei più classici romanzi gialli in stile Agatha Christie.

La differenza sostanziale sta nel fatto che non è un detective metodico come Poirot a fare chiarezza, ma il rapporto tra dinamitardo e Malaussène è molto simile a quello vissuto dal belga e dai protagonisti dell’Assassinio sull’Orient Express, e sempre su un treno ci troviamo! Ben agisce per il bene della famiglia, convinto sostenitore della “cosa giusta” è costretto a scegliere il male minore, addentrandosi in uno scontro che sa di non poter vincere per davvero, perché nonostante l’estraneità ai fatti, resta comunque un capro espiatorio.

6 visualizzazioni0 commenti

Post recenti

Mostra tutti