Focus on: Ipazia, scienziata alessandrina


Autore: Antonino Colavito e Adriano Petta

Anno di pubblicazione: 2004

Edizione italiana di riferimento: Lampi di stampa, 2006

Collana: I libri di Alice

N. di pagine: 287


Breve mese e, dunque, breve recensione. Ma come si sa, nella botte piccola c’è il vino buono e nella vita di Ipazia d’Alessandria, morta all’età di cinquantacinque anni, di vino buono ce n’è stato davvero parecchio.

Su di lei è stato scritto molto, fonte inesauribile di ispirazione per tutti gli scienziati martiri della religione venuti dopo di lei. Margherita Hack la considerò una delle prime grandi figure di donne votate al sapere scientifico, colei che aprì la strada allo studio della matematica, dell’astronomia, della metafisica e della filosofia scientifica a tutte le studiose successive.

Ma chi è stata Ipazia?

Nel testo che vi proponiamo oggi nel focus, i due autori, Antonino Colavito e Adriano Petta, scoprono la figura della matematica alessandrina in una doppia veste. Una biografia ricca di empatia e trasporto, la storia della vita e del lavoro della giovane studiosa alla vigilia della distruzione della biblioteca più importante dell’occidente allora conosciuto, quella di Alessandria d’Egitto, narrata dal suo giovane apprendista Shalim, figlio di un produttore di fogli di papiro e particolarmente interessato all’ingegneria urbanistica. Uno sguardo parziale, quello di Shalim, che racconta Ipazia come farebbe un ragazzo innamorato, con gli occhi offuscati non solo dalla bellezza della ragazza ma anche dalla sua mente brillante, la sua intelligenza e il carattere forte e sicuro. Una donna diversa da quelle che ci si aspetterebbe di trovare all’interno dei confini dell’Impero romano, legata al padre ma devota alla conoscenza e alla salvaguardia di quel sapere che, secondo lei, è la prima e vera fonte di libertà.

Alternati alla storia che si srotola capitolo dopo capitolo, dalla scoperta del grave pericolo che corre la biblioteca all’accusa da parte della Chiesa di essere un’eretica, fino alla condanna a morte, una delle scene più crude e terribili che possano mai essere lette, il lettore impara a conoscere Ipazia, impara ad ammirarla, a sentire il peso della sua presenza nel mondo delle scienze, con la certezza che dopo oltre quindici secoli il suo sacrificio sia stato fondamentale per il progresso e lo studio delle scienze che non si piegano ai dogmi retrogradi e chiudi della religione, qualsiasi essa sia. Ipazia ha sostenuto con coraggio la distruzione della sua persona, psicologicamente e fisicamente, senza piegarsi e senza ritrattare le sue convinzioni. Shalim descrive l’ascesa e il declino della sua mentore con le parole di ammirazione più dolci che possano esistere, sottolineando anche l’inadeguatezza di chi la criticava, di quelle menti che non avrebbero mai raggiunto la sua grandiosità.

I due autori svolgono un lavoro moto diverso e complementare all’interno del libro. Petta, medievista e storico della scienza, si occupa della vita di Ipazia per quello che è stata, utilizzando Shalim come intermediario ma senza dimenticare la collocazione storica della sua protagonista. Colavito, al contrario, ci fa conoscere un’Ipazia più intima: i suoi sogni, le sue paure, la sua mente e il suo cuore intervallano la narrazione dando spessore al personaggio, umanizzandolo, attualizzando il discorso che, ambientato nel V sec. d.C., rischia di apparire troppo lontano nella percezione del lettore. Ma i sogni di Ipazia sono ciò che rende unico questo romanzo, una biografia che rappresenta tutte le sfaccettature dell’anima umana, vita e sogni, azioni ed emozioni, in un turbine di eventi che culminano nel sacrificio supremo e nell’annullamento di una donna che per prima si è immolata in nome della conoscenza.

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