Focus on: L'animale morente


Autore: Philiph Roth

Titolo originale: The dying animal

Anno di pubblicazione: 2001

Edizione italiana di riferimento: Einaudi Editore, 2003

Collana: Supercoralli

N. di pagine: 113


Lo ammettiamo: Roth ci piace. Ed è la terza recensione a tema qui sul nostro blog. Dopo Lamento di Portnoy e Quando lei era buona, recensiti in tempi diversi, l'ultimo recentemente, L'animale morente è stato scelto per la semplicità e bellezza della sua struttura. Del resto, lo dice anche un maturissimo e folle Hannibal Lecter a Clarice Starling ne Il silenzio degli innocenti, per aiutarla a trovare Buffalo Bill:

"Prima regola Clarice: semplicità".

Roth di complesso non ha nulla, se non il suo imperscrutabile genio. Tagli netti, regolari, link che aprono link da A a Z passando per le altre lettere come fosse la cosa più naturale del mondo, con un linguaggio talmente intelligibile da chiunque e con tematiche così vicine ad ogni singolo amore, rancore, repressione, impulso sessuale presente nell'essere umano, che è impossibile non rivedere se stesso. Anche solo in parte. A nessuno interessa che non abbia mai vinto un Nobel: Philip Roth ha portato in scena il mondo ebraico, la mente umana, il lato oscuro della stessa con tutte le sue debolezze, la sindrome dell'impostore, la tiepida consistenza dell'amore al di fuori del sesso e lo stesso come bisogno offuscante (e vergogna primordiale) come pochissimi altri scrittori hanno saputo fare. Il risultato? Per lui il mondo nel XX secolo era Sodoma come lo era ai tempi della Bibbia, ma con l'esigenza di determinati riti sociali per nasconderlo, perché "non sta bene". L'ultima, grande certezza su questo autore è che, come Shakespeare, saprà perpetuare in modo continuo un'attualità che prescinde dai cambiamenti storici: quella della psiche umana.

Detto questo, ci tuffiamo nel breve romanzo L'animale morente. Un quasi-monologo, come in Roth succede abbastanza frequentemente. Perché all'autore piace essere protagonista, narratore, dire che c'era quando sono cambiati i decenni, ci sono stati rapporti sessuali, feste, riunioni di famiglia, eventi della polizia. In questo caso, i mille volti di Philiph Roth stazionano sul singolo volto del professore sessantaduenne David Kepesh ancora una volta, per la terza: la prima fu ne Il seno del 1972, la seconda ne Il professore del desiderio, del 1977. Al termine della trilogia, vediamo l'evoluzione di questo libertino predatore sessuale mascherato da professore ebreo, partito da studente di buona famiglia e arrivato alle soglie della pensione trent'anni dopo: da allegoria di un seno, riferimento alla Metamorfosi di Kafka (nella quale Kepesh diventa un seno da settanta chili rinchiuso in una clinica senza possibilità di muoversi), passando per la sua storia personale, il professore adesso ricorda sì vecchie glorie e vecchie amanti ma ritorna spasmodicamente a palpitare nel cuore e nei pantaloni per la cubana ventiquattrenne Consuela Castillo. La sua mente è focalizzata sulla conquista di quella ragazza larga di fianchi, abbondante di seno, vestita in modo professionale. Kepesh mostra un percorso di pensiero molto semplice: i suoi ragionamenti su come circuirla (con ricordi variegati su come questo sia successo in altri tempi con altre studentesse) e su come agire dopo averlo fatto lo spogliano delle vesti umane e gli danno gli attributi di un felino predatore. Da qui il titolo del libro: è Kepesh l'animale morente, il sessantaduenne che, prima di esalare l'ultimo respiro sessuale, sceglie la preda migliore, la più desiderata di tutta la sua carriera di libertino incallito. Per lui, la rivoluzione sessuale che lo ha investito negli anni Settanta, quando era un giovane professore universitario alle prime armi, non ha mai abbandonato il suo spirito. Passato per osmosi dalle ragazze con cui ha avuto un turbinio di esperienze selvagge, si è radicata in lui in modo permanente, definitivo, tanto da lasciarlo agire in suo nome anche quando tutti i suoi colleghi, ultrasessantenni, si sono ritirati. Lo spirito di Kepesh, festaiolo e godereccio, è quello di un adulto che vuole rimanere ragazzo nonostante i doveri e le responsabilità e questo lo rende un personaggio interessante, da cui imparare come si possano bilanciare la professionalità e la tendenza a nutrire i propri istinti.

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