Focus on: L'ignoranza

Aggiornato il: 16 set 2020


Autore: Milan Kundera

Titolo originale: L’ignorance

Anno di pubblicazione: 2000

Edizione italiana di riferimento: Adelphi, 2001

Collana: Gli Adelphi

N. di pagine: 184


Rari son stati quei libri tanto intensi quanto L’ignoranza. Parlarne implica non solo tentare di raccontare di cosa tratti, ma anche, e soprattutto, compiere una sorta di esame di coscienza che coinvolge l’intero nostro essere. L’ignoranza è quel romanzo che per forza di cose, prima ancora di arrivare all’ultima pagina, ti scava dentro, come un letto di fiume che si ingrossa, e mentre scava trascina con sé quei sassi del nostro passato, le memorie che sembravano dimenticate e che, di punto in bianco, riaffiorano autonomamente e inevitabilmente.

Appena cominciata la lettura Kundera presenta tutto ciò che di più lontano ci ricorda un romanzo in senso stretto. Il parallelo con l’Odissea è forte e preponderante in tutte le pagine, ma non è solo il legame con Ulisse e il suo tormentato ritorno a Itaca che colpiscono. No, si tratta più del modo di ragionare su Ulisse come uomo, come viaggiatore, come esule che vorrebbe tornare a una dimensione passata tanto agognata quanto non più sua. E la musica, presente tra le pagine come un sottofondo di colonna sonora dei grandi maestri classici austriaci, tedeschi e cechi. E la poesia. E la memoria.

Kundera ha il tocco magico. Leggerlo, sapere che è vivo e che nella sua presenza in questo mondo si conferma la visione di un tempo passato e contemporaneo che trapela dalle sue parole, rende il lavoro del lettore di difficile compimento. Non che sia pesante, anzi. Le pagine scorrono senza problemi, le frasi si susseguono in una danza così ben organizzata che non si fa caso nemmeno ai capitoli che finiscono e iniziano. E infatti non si può davvero parlare di capitoli: sono magari lunghi periodi, lunghi flussi di coscienza numerati in un ritmo perfettamente cadenzato e leggero. L’ignoranza si può tranquillamente leggere tutto d’un fiato. E ti legge mentre tu leggi lui.

Breve, solo 184 pagine, ma intenso come non mai. Tematiche potenti, riferimenti a fatti storici drammatici, una Praga descritta con la dolcezza di chi vorrebbe vederla diversa eppure immutabile. I due protagonisti che intrecciano le loro vite per un fugace pomeriggio vivono la stessa condizione di inadeguatezza: esuli sfuggiti al comunismo degli anni Settanta e Ottanta e ritornati a Praga per diversi motivi.

Irena segue il suo uomo, come ha sempre fatto nella vita, tornando in un luogo che non le appartiene più, che non è più casa e che non rispecchia la scelta attuale di una donna che dopo un marito morto, due figlie indipendenti e una madre fin troppo invadente vuole finalmente decidere per sé stessa. Vuole essere padrona di ciò che le rimane da vivere, degli ultimi anni della sua giovinezza che appassisce rapida, con un passato alle spalle che le ha dimostrato quanto poco le sue decisioni abbiano contato, quanto per nulla siano state ascoltate. E con Gustaf che ha preso il posto del defunto Martin la situazione si è riproposta: fuggire da Praga e stabilirsi a Parigi con il marito, ritornare a Praga e lasciare Parigi con l’amante.

Josef, dal canto suo, ha una storia simile. Vedovo della sua seconda moglie, la più amata, ancor prima divorziato. Torna a casa perché deve, perché da esule ci si aspetta che crollato il Comunismo tutti coloro che hanno lasciato il Paese tornino al nido. Ma nei tre giorni trascorsi nella capitale ceca, Josef comprende quanto quella vita non gli appartenga più, quanto quelle persone lo abbiano dimenticato in venti anni di assenza: un Ulisse atteso in patria per dovere, ma a cui nessuno chiede nulla.

Il problema del raccontare la propria vita all’estero, la voglia di vedere se davvero quei personaggi che un tempo si definivano amici e famiglia siano interessati a loro come persone è il punto focale che unisce le vite di Irena e Josef. Entrambi vorrebbero raccontarsi, far capire il loro cambiamento, esprimere quanto la lontananza abbia inciso sulle loro esistenze; entrambi vengono respinti, nessuno chiede come hanno vissuto, nessuno cerca in loro la storia dell’esule che ritorna, tutti gli dicono cosa sarebbe opportuno che facessero, ma non c’è amico, fratello, madre o conoscente che chieda a Ulisse di raccontare la sua storia. E quell’Ulisse, adesso, è senza patria, un’Itaca che non riconosce, che l’ha idealizzato allo stesso modo in cui lui stesso ha idealizzato la sua terra.

L’ignoranza, per Kundera, non è altro che la nostalgia, la sofferenza della lontananza appagata solo dal grande ritorno. All’inizio del libro lo scrittore propone un excursus etimologico per spiegare i vari significati e accezioni del termine “nostalgia”, recuperando latino, greco, ceco, islandese, catalano e francese. Ogni espressione non è mai del tutto completa, per ogni parola manca sempre quella sfumatura che rende completa l’essenza stessa della nostalgia. Ti manca quello che non hai più? Ti manca quello che non hai ancora? Soffri per qualcosa che ricordi com’era ma che appena ritrovi non riconosci? E allora perché provare nostalgia? Su cosa appoggiare una tale agonia, una simile sensazione di inadeguatezza e mancanza?

Forse il significato stesso del romanzo è proprio riconducibile a questo. Al viaggio emotivo, psicologico, mentale di due persone che ritrovano non tanto la loro vecchia casa quanto la loro vecchia vita, riscoprono loro stessi, tornando in una Praga che non riconoscono più come casa ma che li aiuta, in pochi giorni, a riconoscere cosa cercano dalla vita. Ulisse impiega venti anni per tornare da Penelope, venti anni per ricalpestare la spiaggia di casa, rivedere i suoi compatrioti. Ma Penelope non lo riconosce, i suoi amici hanno fatto di quella terra la loro sala giochi, le persone che conosceva non sono interessate a sapere delle sue peripezie. E allora Ulisse riparte di nuovo, abbandona tutti e si allontana definitivamente da una patria che anelava ma che non è più come lui ricordava. Irena e Josef affrontano lo stesso dilemma, con lui che riparte per tornare in Danimarca, la sua vera casa, con i ricordi di sua moglie, della sua vita da veterinario, in una casina con il tetto rosso; lei dorme in una stanza d’albergo, quasi un luogo di passaggio, come una viaggiatrice in transito che deve decidere se proseguire nel viaggio o tornare a casa.

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