Focus on: La bella estate


Autore: Cesare Pavese

Anno di pubblicazione: 1949

Edizione di riferimento: Einaudi, 2015

Collana: ET Scrittori

N. di pagine: 108


Abbiamo detto di voler recensire vecchie glorie? Ecco. Chi di noi non ha un mostro sacro della letteratura nostrana in libreria? Che sia stato tramandato dalla famiglia, ereditato dal percorso scolastico, donato alla prima comunione (che immagine triste ragazzi: la festa pomposa. L'abito orrido. Tanto oro inutile e il libro nel mezzo regalato dalla zia pulciarona, ovvero tirchia) o comprato, spesso a poco prezzo, c'è. Lui c'è. Ed è una certezza, ci rassicura.

Anche nelle case in cui si possiedono pochi libri (non parliamo, dunque, di quelle in cui non si legge e quindi è lecito trovare magari alcuni libri dal successo istantaneo, ci sta) il classico è sempre reperibile: Calvino, Pirandello, Manzoni, quanti Promessi Sposi direttamente dalla tradizione scolastica su cui inciampare. Milioni. Così come le copie della Divina Commedia o del Decamerone. Le poesie di Ungaretti, Montale, Quasimodo, Foscolo, Pascoli per chi proprio è appassionato o per chi lo ha letto nel sussidiario d'italiano e ha scoperto di non poterne fare a meno. Pavese, Pasolini, i " "modernissimi" Bevilacqua, Fallaci, Maraini, Moravia, Eco, qui proprio per il mainstream necessario a conoscere un pezzetto di storia della letteratura e tastare con mano il cambiamento, oltre che la bellezza.

Oggi abbiamo il piacere di non recensire propriamente un romanzo, piuttosto un racconto, che ci è piaciuto veramente molto da tempo. Pavese, scrittore meraviglioso nella semplicità di linguaggio contenuta in trame lineari e stupende, è uno di quegli autori che dovrebbero essere letti più e più volte nella vita, soprattutto quando si esce fuori dall'adolescenza. La sua intensa attività letteraria vede il massimo fervore in quattro anni di attività, che possono sembrare pochi ma sono sufficienti per aver scaturito nei colleghi l'idea dell'impossibilità di poterlo imitare; con lui, si è chiuso un cerchio.

La bella estate è il nome del racconto breve che ci ha tanto affascinato: scritto nel 1940, viene pubblicato nel 1949 dall'editore Einaudi, che ne fa una raccolta aggiungendo i racconti Il diavolo sulle colline (1947) e Donne sole (1949). Il contenuto delle poche pagine è zoomato su una storia veramente semplice: in una Torino che definiremo "da cartolina" anni Quaranta, in bianco e nero, popolare e industriale, un gruppo di amiche si frequenta dandoci notizie, come in un docufilm, di come fosse la vita delle giovani al di fuori del lavoro in quegli anni. Adolescenti già mature, tra di loro la protagonista Ginia vive con sospiro i suoi primi amori ma, se pensate che sia una storia romantica, vi sbagliate. Se questo racconto di "formazione" segna il passaggio dall'adolescenza all'età adulta della ragazza è perché questa non fa come la sua amica Rosa, rappresentante della società media italiana, già sposata, eppure desiderosa di avere una vita sociale al di fuori del matrimonio (cosa, all'epoca, non sempre concessa): Ginia, innocente, viene trascinata suo malgrado in un turbinio di esperienze come giù dallo scolo del lavello, esperienze raccontate da Pavese con estrema delicatezza. Entrata a contatto con il mondo dell'arte grazie alla sua amica Amelia, modella di nudo, si innamora del pittore Guido che, nonostante l'apparenza di uomo perbene, dopo averla sedotta si rivelerà più interessato alla sua cerchia di amici e alla nullafacenza che al desiderio di costruirsi un futuro. Ma Guido non è l'unico a sedurla: Amelia è l'altra figura che la farà cadere in tentazione. La figura di Ginia, virginale e pura, si contrappone con un microcosmo seducente e libertino, in cui tutti sembrano a estremo agio tranne lei, che è la parte sentimentalmente sana del gruppo. In poche pagine, Pavese racconta una storia densa di insegnamenti tra le righe, ma non come si potrebbe pensare: non è un racconto finalizzato ad essere moralista ma, al contrario, il candore con cui si narrano le esperienze di Gina rende il racconto una parabola, sì, ma che esprime quanto sia normale l'attrazione e come questa non abbia regole.

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