Focus on: La morte cammina per Eastreeps

Aggiornato il: 16 set 2020


Autore: Francis Beeding

Titolo originale: Death Walks in Eastrepps

Anno di pubblicazione: 1931

Edizione italiana di riferimento: Polillo Editore, 2005

Collana: I Bassotti

N. di pagine: 279


Esistono quattro moventi principali per commettere un omicidio: passione, vendetta, denaro e la necessità di coprire un altro crimine. Ed è, questa, una massima che si ripete bene o male in quasi tutte le situazioni. A volte capita che due di queste cause lavorino a braccetto, altre volte subentra la necessità che, il narratore, ne ricerchi un’altra, diversa, più profonda.

Se, invece, ci si trova davanti a una storia in cui non si comprende il movente, il modus operandi dell’assassino si ripete, inequivocabile, e se c’è scadenza regolare tra le morti oltre che la reiterazione, di solito abbiamo davanti un serial killer.

A queste premesse base si deve sommare la fantasia dell’autore, la scelta di designare un criminale e la capacità di far arrivare il lettore con il dubbio su chi sia il colpevole fino alla fine del libro. Ora, se una persona è solita leggere thriller è anche abbastanza smaliziata da farla in barba allo scrittore e anticipare il colpo di scena molte pagine prima di quanto era stato preventivato.

Per il testo che vi proponiamo oggi nel focus, il grado di difficoltà ad intercettare il Mostro che sta gettando terrore nella piccola cittadina di Eastreeps sta tutto nella bravura del lettore. Ma andiamo con ordine.

Una serie di efferati omicidi si susseguono nelle afose notti estive di Eastreesp, città di villeggiatura nel Norfolk, in un lasso di tempo di circa venti giorni. Non c’è molta distinzione tra le vittime, possono essere residenti o turisti, la cosa che li accomuna è la ferocia con cui vengono uccisi: una coltellata dritta nella tempia destra, con la lama che penetra senza esitazione fino alla nuca. Morte immediata e, soprattutto, silenziosa. Altro punto in comune sono gli orari, tutti di sera, intorno alle 22.30 e sempre in strada, durante il tragitto compiuto abitualmente dalla vittima di turno. La polizia non sa che pesci prendere, molti sarebbero i possibili indiziati, uno viene finanche arrestato, ma altre due morti lo scagionano e ci si ritrova di nuovo al punto di partenza. La scena finale, della quale non vi sveliamo nulla perché è un libro che merita davvero di essere letto, ci mette di fronte a una nuova immagine del concetto di arrivismo, a quanto l’egoismo e la presunzione di meritare di più di quel che si ha possa essere, a volte, fatale. Allo stesso tempo, poi, l’autore ci sgancia un ceffone in pieno viso: il perbenismo e le apparenze miste alla capacità di farsi scivolare addosso tutto, anche le scoperte più macabre, che rappresentano quella natura insita della società inglese dell’epoca, volta a giudicare gli altri come “brave persone” in base alla pura prima impressione, e un giudizio corrotto da una morale fasulla e pregiudizievole.

La peculiarità di questo testo è, tuttavia, la sua scrittura, uno stile che ricorda le inquadrature di un poliziesco anni Trenta, che è appunto il periodo in cui è ambientata la storia e l’anno di pubblicazione del romanzo. Molti protagonisti, uno sguardo sia sulle vittime che sul carnefice, tutte presentati con il solito tono, costante e lontano, ma abbastanza vicino da far pensare che l’assassino, o il prossimo morto, possa essere chiunque. La scena cambia spesso, una sequela di primi piani, memorie, visioni panoramiche, menzogne. Un thriller degno di uno dei migliori testi di Agatha Christie, tanto che ci sembra quasi che, nel finale, possa presentarsi Hercule Poirot per far confessare il colpevole.

Eppure c’è qualcosa di strano in questo libro che, vista la distanza temporale della sua redazione, si allontana dai thriller a cui siamo oggi abituati per catapultarci in una realtà passata più vicina alla scrittura di Conan Doyle che a quella di Michael Connelly o Patricia Highsmith. Un’aura di quel mistero tipico della campagna britannica, di quella Londra fumosa e piovosa anche in piena estate. L’idea che tutti abbiamo qualcosa da nascondere, che quel segreto, se rivelato, potrebbe metterci in cattiva luce o creare pericolosi problemi a noi e a chi ci sta intorno, si ripete come una balla di fieno rotolante in un deserto di piccoli indizi.

Uno dei misteri del romanzo, dopotutto, è l’autore. Frencis Beeding, infatti, non esiste. È, anzi, lo pseudonimo di due scrittori: John Leslie Palmer e Hilary Aiden St. George Saunders. Prolifici paladini del giallo inglese dei primi del Novecento, firmarono a quattro mani altri trenta romanzi gialli e di spionaggio, gettando le basi per quella che sarebbe diventata la sceneggiatura hitchcockiana di Io ti salverò (tratta, appunto, da The House of Dr. Edwards).

Diversamente da quanto vi abbiamo abituati fino ad ora, La morte cammina per Eastreeps ci è piaciuto e abbiamo deciso di presentarvelo per ritornare a una scrittura a cui non siamo più abituati. Un misto tra classico e giallo che si contorce tra le pagine di una storia che non racconta solo una sequela di omicidi, ma anche una società che non riconosciamo più come la nostra. La lentezza delle decisioni, la totale mancanza di aiuti da parte della polizia scientifica che ancora non aveva raggiunto i livelli di precisione di oggi, il dubbio e le manipolazioni facilmente inculcabili nella mente di una giuria durante un processo penale incapace di non sottostare alle opinioni personali che non riescono a rimanere fuori da una scelta che sancirà vita o morte. L’oggettività tipica, che si ricercherebbe per condannare qualcuno, viene totalmente scavalcata dalla soggettività, dai sentimenti e dall’emotività della gente, una condizione che oggi, forse, troveremmo inaccettabile ma che, nonostante tutto, non siamo ancora stati in grado di mettere da parte totalmente.

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