Focus on: La sovrana lettrice


Autore: Alan Bennett

Titolo originale: The Uncommon Reader

Anno di pubblicazione: 2007

Edizione italiana di riferimento: Adelphi, 2011

Collana: Gli Adelphi

N. di pagine: 95


Novantacinque pagine, lo stesso numero degli anni che compirà quest’anno.

Novantacinque pagine, quindici in meno dei minuti che ci si impiegano a leggere questo romanzo.

Da letterate, editor, votate alla letteratura in senso così ampio che, per dirla all’Alberto Angela, potremmo riempire almeno tre campi da calcio con la nostra passione, quando troviamo un libro che parla di libri ci sale l’estasi come per Santa Teresa. Se poi questo libro, o libriccino, se volete, tratta della lettura come mezzo unificatori dell’umanità, sorvolando su impegni istituzionali, ceto sociale, dinastia di appartenenza ed età, be’, allora il discorso si fa ancora più eccitante.

La sovrana lettrice, a onor del vero, è in circolazione da ormai quattordici anni, ma chissà come solo da qualche mese è tornato davvero in auge. Sarà che all’epoca della sua uscita la regina Elisabetta II sembrava già fin troppo anziana; sarà che ormai la sua persona è sempre più un’istituzione incrollabile, lì, fissa e impassibile come la statua del David michelangiolesco. Ma il successo di questo romanzo è, a parere di chi scrive, dovuto a tutta una serie di fattori per nulla trascurabili.

Primo tra tutti, la sua lunghezza. O, ancor meglio, la sua brevità. Divoratori di centinaia e centinaia di pagine, abituati a veri e propri mattoni di parole (coff, Ken Follett, coff), quando capita tra le mani un libello al di sotto delle cento pagine sale ancora di più la foga di iniziarlo e finirlo. Ebbene, difficilmente è capitata lettura più scorrevole, con un racconto in terza persona che odora tanto di autodescrizione, con una semplicità nello stile che rende la protagonista un essere umano tanto quanto chi in quel momento ne legge.

Perché, e qui c’è il secondo punto di forza, è la protagonista che attrae. Mai nominata, se non a fine libro, ma palesemente ovvia, sempre celata dietro apposizioni quali “la regina”, “Sua Maestà”, costantemente descritta come eterna, nei suoi (all’epoca) oltre cinquant’anni di regno, trova un briciolo di rivelazione alla sua precisa persona solo quando, a poco più di metà libro, si nomina finalmente un altro personaggio noto, Lady Diana. Eccola lì, Elisabetta II, che riporta alla mente una sua debolezza proprio ricordando la morte di uno dei membri della casa Reale più amati di tutti i tempi. Filippo è con lei, la segue nel testo ma, così come nella vita vera, resta in disparte, perché la vera attrazione – la regina, la governatrice, quella sottoposta a continua osservazione – è solo lei.

Terzo punto: i libri e il loro ruolo. Citati in ordine di complessità (tra classici, etnici, sconosciuti o celeberrimi, autoctoni o stranieri), fanno da sfondo a una figura che di autoritario ha ben poco. Se le mura di Buckingham Palace possono celare tutto, allora celano anche la vera natura della regina: una donna ormai anziana, che sente nel cuore il peso degli anni passati, che guarda a un futuro incerto e che si fa adombrare dai rimpianti. Rimpianti per non aver vissuto davvero, per aver sempre dovuto celare la parte più emotiva di sé e per non aver iniziato a leggere molto prima. L’incontro casuale con una biblioteca ambulante e l’inizio della sua passione per la lettura rivelano un’Elisabetta che, forse, un po’ tutti speriamo esista. Umana, sentimentale, attenta ai bisogni degli altri, soprattutto di servitù e sudditi. Una donna normale, che abbandona la rigidità dell’etichetta e si porta dietro un libro nel tragitto in carrozza verso la celebrazione solenne dell’apertura del Parlamento. I libri diventano fonte di sfogo, dell’apertura verso un mondo altro che le fa scoprire quello che anche cinquant’anni di viaggi, incontri, visite ed esperienze non è mai stata in grado di conoscere: sé stessa.

Come vittima di un retaggio dell’oscurantismo più becero, è costretta a nascondere la sua passione, a vedere i suoi preziosi libri fatti brillare come se fossero veri e propri ordigni pericolosi, subisce l’allontanamento del suo più fedele consigliere personale, vive la battaglia di dover giustificare la propria attività come se fosse qualcosa di malefico e sbagliato. I libri non servono, sono distrazioni; viene additata di stare perdendo lucidità, di essere diventata davvero troppo anziana ormai.

In un finale ai limiti dell’irrealtà, con un colpo di scena degno dei migliori film di Nolan, si affronta il livello successivo, quello che prima o poi affrontano tutti i veri grandi lettori: il libro non mi basta più, non posso più leggere la vita che vorrei, adesso devo scriverla io la mia versione. Brillanti i passaggi di riflessione sulla politica; eccezionali le visioni di come affronta davvero i suoi ministri, a dispetto di quello che pensa il mondo. Mirabili le immagini di una gabbia dorata in cui nemmeno essere la regina d’Inghilterra rende immuni dal pregiudizio sulla perdita della sanità mentale dovuta all’età.

È un’Inghilterra che esiste ma, al contempo, non può essere vera. È un’Elisabetta che rimane fedele all’immagine che il mondo ha di lei eppure, allo stesso tempo, sembra un’altra persona, un’altra donna, un’altra regina. Una signora che dopo mezzo secolo di onorato servizio alla Nazione decide finalmente di vivere solo per sé stessa.


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