Focus on: Lamento di Portnoy

Aggiornamento: 16 set 2020



Autore: Philip Roth

Titolo originale: Portnoy's Complaint

Anno di pubblicazione: 1969

Edizione italiana di riferimento: Einaudi, 2014

Collana: Super ET

N. di pagine: 220


Il focus di oggi riguarda qualcosa che a una delle due in particolare sta veramente a cuore.

Lamento di Portnoy, di Philip Roth, è il libro preferito in assoluto di Alessandra. Tra le centinaia di libri che porta nel cuore come si portano begli episodi di letto, questo è quello che più ha stimolato la sua monogamia letteraria. Inutile descriverne la fifa quando si è trattato di farne una recensione: il suo autore preferito, il suo libro preferito. Immaginiamo il panico e la catastrofe, oltre che la felicità.

Perché recensire Roth è un po' come recensire Umberto Eco: quando sei una briciola nel mondo delle recensioni letterarie e sgomiti tra blogger, maniaci e fissati che giocano a "chi ce l'ha più grosso" usando come calibro e righello il proprio livello culturale basato sul numero di letture e la capacità di interpretarle (centometristi o maratoneti nell'ambito della lettura), se hai un minimo di realtà negli occhi sai che dissacreresti il loro lavoro anche con parole di stima. Toccare i mostri sacri vuol dire venire divorati due volte: da loro e dai loro adepti. Questo può succedere con qualunque premio Nobel, scrittore di stirpe, pietra miliare, conosciutissimo illustre nessuno da cinquecentoridici miliardi di copie.

Lo statunitense Philip Roth, morto poco meno di due anni fa, è stato uno dei più illustri scrittori ebrei di lingua inglese, considerato secondo il critico Harold Bloom il più illustre narratore del suo paese dopo Faulkner. Ciò che rendeva Roth degno di un posto tra i più illustri era la capacità di creare delle boules de neige che racchiudessero al loro interno scene di una vita intera descritte in modo non solo da colpire l'immaginazione ma le corde più profonde della coscienza. L'umanità nel suo splendore e nella sua miseria venivano descritti in modo da denudare non solo i personaggi ma il lettore, costretto così a misurarsi con i propri traumi inconsci, paure, coazioni a ripetere, malinconie malcelate, ricordi e desideri proibiti.

Tutto questo è assolutamente riconducibile sotto un'unica graffa laterale: il libro di cui stiamo parlando. Lamento di Portnoy, pubblicato nel 1969, descrive in prima persona un "fiume in piena", quello della coscienza di Alexander Portnoy, ebreo trentenne che vomita sul suo analista, il dottor Spielvogel (che lo ascolta per tutta la durata del libro senza proferire parola, se non nell'ultimissima pagina), un'esistenza fatta di un'umanità descritta così innocentemente e rabbiosamente da colpire a fondo chiunque la legga.

Alex riversa in circa duecento pagine di monologo i ricordi legati ad una ordinaria famiglia ebrea composta dalla madre Sophie, il padre Jack e la sorella Hannah, uguale ad altre centinaia di famiglie ebree, in un quartiere e condominio dove non viene collocata l'eterogeneità ma, al contrario, si è cloni di altre famiglie della stessa provenienza. Tutta la frustrazione per le imposizioni date da bambino, tipiche di qualunque famiglia "per bene" dove si sbarca il lunario con il sudore della fronte, lo portano ad una sorta di ribellione fatta di masturbazione compulsiva (diverse volte al giorno nel bagno di casa, nel cinema, sull'autobus e per strada con una fettina di fegato comprata dal macellaio), la rabbiosa dichiarazione di assenza di fede a quattordici anni prima del suo bar mitzvah (che sconvolgerà la sua famiglia per intero), lo porteranno a eviscerare gli scompensi della vita adulta. Il protagonista infatti non è capace di avere legami stabili al di fuori della famiglia, in particolare è legato alla madre, colei che le ha inculcato dei sensi di colpa così profondi da sfociare in questi blandi piccoli, grandi atti di impulsività tipico di ogni persona, raccontati come pochi oserebbero fare a se stessi, figuriamoci agli altri. Così, le pagine raccontano le sue avventure sessuali, i suoi pensieri quotidiani, fino alla conclusione attraverso la quale, preso atto del significato del suo esistere come ordinario uomo proveniente da una famiglia ebrea legata alle tradizioni (che lui strascicherà ovunque nel racconto), potrà cominciare l'analisi. La cosa che salta più all'occhio è l'intangibilità di ogni cosa tranne che dei suoi ricordi: Portnoy è una voce, l'analista è totalmente immateriale, è un pensiero (quello di un uomo che prende appunti o ascolta i suoi lucidi sproloqui) a cui confessare più che raccontare. È la storia di un lungo pentimento derivante da ancestrali limitazioni date dalla famiglia, sfociate in complessi davanti ai quali Freud stesso si sfregherebbe le mani (basta pensare al suo masturbarsi con il reggiseno della sorella o il senso di eccitazione davanti le calze della madre).

C'è da dire che il romanzo, scritto alla fine degli anni '60, viene sicuramente da un'epoca dove la morale non concedeva la libertà che abbiamo adesso e che Roth pone all'interno del romanzo tutto il suo spirito di satira verso la sua stessa comunità, rendendo il romanzo tanto esilarante quanto ogni singolo aneddoto spunto di riflessione che accomuna chiunque sia cresciuto in una famiglia ordinaria, qualunque sia l'etnia o la religione di provenienza.

Il bello di questo testo, dunque, sta nel proporre un microcosmo che assomiglia alla maggior parte dei microcosmi in cui sono vissuti milioni di lettori, fatti di lamentele smorzate sul nascere che, prepotenti nell'inchiostro, danno parola a frustrazioni che hanno fatto parte dell'infanzia di tutti, a pensieri osceni che i più non ammettono, alla bellezza dell'essere terreni controllati dal senso di colpa ma desiderosi di avventura e di riscatto. Cominciando dal lettino di un analista.

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