Focus on: Le intermittenze della morte

Aggiornato il: 16 set 2020

Non è così semplice smettere di esistere.

Autore: José Saramago

Titolo originale: As intermitências da morte

Anno di pubblicazione: 2005

Edizione italiana di riferimento: Feltrinelli, 2013

Collana: Universale economica Feltrinelli

N. di pagine: 218


Quando si parla di Saramago normalmente si parla del suo capolavoro indiscusso, Cecità, il più conosciuto e che forse, mai come in questi ultimi giorni di psicosi e paura per un’epidemia improvvisa, appare attuale come non mai. Il testo che vogliamo proporvi oggi, però, è un titolo successivo di circa una decina d’anni e uno dei più “divertenti” trovati finora nel corpus del portoghese.

Le intermittenze della morte si apre con una situazione che rientra tra i grandi classici dello scrittore, una condizione surreale in cui avviene l’impensabile: la morte va in ferie! Allo scoccare della mezzanotte tra il 31 dicembre e il primo gennaio un paesino senza nome dell’entroterra scopre le meraviglie dell’immortalità. Malati prossimi al trapasso che restano sospesi in un limbo di perpetua incertezza, risse, scontri violenti e attentati che non contano più decessi ma solo numerosissimi feriti, anche molto gravi, parenti a cui ci si era preparati a dire addio che si rifiutano di abbracciare la donna con la falce. Inutile dire che la popolazione è più che felice di accettare questa condizione di inaspettata unicità. Il paese senza nome in cui si svolge la vicenda inizia a comparire sulla bocca di tutti, una terra franca in cui le comuni regole dell’esistenza vengono violate, per mesi, senza che si possa porre rimedio. Tuttavia, assieme al delirio febbrile del possesso della vita eterna, subentrano tutta una serie di problematiche fino a quel momento mai tenute in reale considerazione.

La trama si sviluppa per lo più in questo senso, dividendo la storia narrata in quattro blocchi, due più lunghi e due di collegamento, più brevi. Una prima fase è quella dell’euforia, la consapevolezza che non sta morendo più nessuno, che senza meriti particolari la popolazione di un paesello sconosciuto sta guadagnando la popolarità agli occhi del mondo. La seconda è quella in cui si cominciano a fare i conti con la realtà dei fatti. Caricato da una possente presenza di black humor, Saramago descrive una non troppo idilliaca situazione in cui ci si verrebbe a trovare se la morte, di punto in bianco, scrivesse una lettera affermando di volersi prendere una pausa. Il picco di nascite dei mesi successivi non riesce ad essere arginato dalla mancata dipartita dei più anziani o malati, le case di riposo e gli ospedali iniziano a riempirsi senza sapere se mai riusciranno a svuotarsi, la Chiesa sostiene l’avvento di un’apocalisse e del trionfo dell’eresia, in quanto solo Dio è immortale e qui si stanno violando le naturali leggi della fede e dell’esistenza. Parallelamente il problema della non morte colpisce quei settori che mai avrebbero potuto andare in crisi: le imprese di pompe funebri, costrette a tirare avanti tumulando i poveri animali domestici che, a quanto pare, non rientrano nella categoria degli immuni.

Al di fuori dei confini del paesino il naturale scorrere dell’esistenza procede senza battute d’arresto. Per evitare di vedere i propri cari continuare a condurre una vita di stenti e difficoltà su un letto di morte che non vuole essere abbandonato, ecco che iniziano i pellegrinaggi notturni fuori dai confini, per permettere ai moribondi di abbandonare finalmente questo triste e strano mondo. La "maphia", ovviamente, tende a speculare su tutto ciò che in quel momento può procurarle un guadagno, ed ecco che si offre di garantire il trasporto dei cari fuori il limite della città per evitare che siano i parenti a doverlo fare… previo pagamento, è chiaro.

La crisi è generale: da sogno a incubo il passo è stato breve e lo stile di Saramago, dalla punteggiatura frequente che spezza le frasi lunghissime, che non prevede la distinzione dei discorsi diretti e indiretti lasciando il discorso nella sua originale fluidità, lascia al lettore quella sensazione che ci sia qualcuno, accanto a lui, che gli sta leggendo la storia. La fruisce dall’esterno, con la stessa scioltezza di quando si ascolta un anziano raccontare gli anni della guerra o dell’infanzia. Lo stile, tuttavia, incrementa la sensazione di disagio presente inevitabilmente a causa dell’argomento trattato. Saramago si diverte, è palese! Estremizza ogni situazione, contempla ogni scenario e al culmine del disastro generato dalle ferie della morte ecco che arriva il terzo stacco: la signora con la falce lascia una lettera in cui spiega le sue motivazioni e afferma che riprenderà servizio come di consueto, lasciando prima una lettera al malcapitato che avrà una settimana per sistemare i suoi affari. Un buon compromesso, macabro per certi versi, ma utile, in modo che l’umanità, sempre pronta a scagliare su di lei le sue frustrazioni, non abbia modo di continuare a provare astio.

Il colpo di scena non ve lo riveliamo, non sarebbe corretto, ma avviene proprio a causa del quarto blocco narrativo, con un violinista che proprio non ne vuole sapere di accettare la lettera della morte.

Gli avvertimenti concessi dalla morte (con la lettera minuscola come specifica lei stessa) ricordano in maniera molto più poetica i bigliettini che si ritrovano all’inizio del best seller di Glenn Cooper, La biblioteca dei morti. Contesto decisamente differente ma, se vi dovesse capitare di leggerlo, molto vicino alla situazione paradossale descritta dal premio Nobel portoghese. 218 pagine che vanno via come l’acqua, una storia talmente assurda da apparire quasi realistica e le rapide conversazioni della morte con la sua falce acuiscono la personificazione della personificazione.

Un finale incerto, forse a libera interpretazione forse no, quasi a non voler del tutto asserire che sia l’amore il vero motore del mondo più che la morte stessa. Il sincero paradosso non sta troppo nelle lettere della mietitrice spregiudicata, quanto nel suo calarsi nei panni degli umani e restare assorbita dall’esistenza che essi conducono senza veramente rendersi conto della fortuna che hanno proprio per via della loro effimera condizione di finitezza.

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