Focus on: Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte

Aggiornato il: 16 set 2020


Autore: Mark Haddon

Titolo originale: The Curious Incident of the Dog in the Night-Time

Anno di pubblicazione: 2003

Edizione italiana di riferimento: Einaudi, 2006

Collana: I Miti

N. di pagine: 247


Tra i vari testi che ci sono capitati per le mani in questi mesi e tra quelli che abbiamo scelto per i prossimi #focuson, questo romanzo di Mark Haddon è stato tra i più delicati, complessi, scorrevoli, emozionanti in cui ci siamo imbattute. Scelto con decisione in libreria o scovato per caso in un mercatino dell’usato, si tratta di un libro per cui ogni centesimo speso è davvero ben investito.

Da leggere inevitabilmente tutto d’un fiato, Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte racconta in poco più di 240 pagine la storia familiare travagliata di Christopher, un ragazzino di 15 anni affetto dalla sindrome di Asperger. Tale condizione neurologica e psicologica definisce una serie di comportamenti particolari con cui il protagonista gestisce la sua vita: dalla tabella ordinata delle attività giornaliere a un elenco di persone di cui può fidarsi o meno, da una serie di processi di conoscenza con individui mai incontrati a una definizione dei caratteri e dei comportamenti degli altri, il tutto come aiuto per potersi rapportare con gli sta intorno. Nonostante il suo autismo, e forse soprattutto per quello, Christopher è un ragazzo molto attento a tutto ciò che lo circonda. Appassionato di matematica, teoremi, leggi specifiche, cerca con fatica di riportare il caos della vita che lo circonda a una sorta di ordine mentale, un raggruppamento di regole non scritte che lo aiutano ad apparire il più “normale” possibile agli occhi degli altri. Appassionato di Sherlock Holmes, è convinto che con la giusta dose di coraggio, intraprendenza, attenzione ai dettagli e faccia tosta si possa riuscire a scoprire qualsiasi cosa, da un quesito matematico particolarmente difficile all’assassinio di un cane.

Ed è da qui che parte il vero racconto: una banale morte del cane della sua vicina di casa trascina Christopher in una spirale di domande e risposte che invece di fare chiarezza sull’accaduto continuano inesorabilmente a generare altre domande, ancora più profonde, ancora più difficili. Wellington, il cagnone della signora Shears, non è semplicemente morto: è stato trafitto da un forcone per il giardinaggio. Nessuno nel vicinato ha sentito abbaiare il cane, il che potrebbe far pensare che chiunque sia il responsabile di un gesto tanto efferato fosse senza dubbio un conoscente della padrona di Wellington e, a sua volta, il cane stesso non lo considerava un pericolo. Tuttavia, l’indagine degenera in una questione ben più personale, che non tratteremo per evitare di rovinarvi il colpo di scena magistrale e cadere in antipatici spoiler, ma possiamo dire che dal momento in cui il povero cane termina la sua vita si viene a creare una sorta di punto di non ritorno nell’esistenza di Christopher.

L’idea dell’autore di trattare una storia dai risvolti crime affidando il racconto in prima persona al protagonista è senza dubbio geniale. Il ragazzo si presenta con una schiettezza disarmante, che lascia il lettore completamente rapito dal suo modo di parlare, pensare, ragionare. C’è una totale intimità che si viene a creare tra narratore e ricevente, una connessione emotiva data non solo dalla frammentarietà del racconto stesso, dalla metaletteratura intrinseca nel romanzo, ma anche dalla semplicità con cui, attraverso le parole di un quindicenne affetto da una patologia autistica, si riesca a raccontare una storia intrigante, emozionante, inquietante e difficile. La difficoltà, in questo senso, sta non tanto nella trama, o meglio, non sta tanto nella ricerca dell’assassino di Wellington, che poi è il tema scatenante che dà il titolo al romanzo, quando nella complessità di lasciare che un ragazzo con tutti i problemi di cui è consapevole, riesca a raffreddare i propri momenti di esplosione emotiva, le proprie chiusure relazionali e scavare profondamente dentro sé stesso pur di gestire autonomamente una situazione fuori dai suoi schemi e dalla sua routine quotidiana. Le idiosincrasie di Christopher (non entrare nelle case degli sconosciuti, non mangiare o toccare nulla che sia giallo o marrone, stare attento che i cibi nel piatto non si tocchino, non farsi abbracciare nemmeno dai suoi genitori) diventano i primi ostacoli che deve riuscire a superare per arrivare alla sua verità. Ad esse si aggiungono le sue passioni, i suoi metodi per superare il caos del mondo: scrivere un romanzo giallo, anche se odia i romanzi, perché sono come un grande rompicapo da risolvere e a lui piacciono moltissimo i puzzle, di qualsiasi genere; numerare i suoi capitoli con i numeri primi; parlare al lettore anche quando non si tratta delle pagine del suo libro, una rottura della quarta parete di cui non si è totalmente coscienti durante l’intera lettura. L’importanza dei numeri primi è un tema centrale per il racconto di Christopher, e la scelta di utilizzarli nella numerazione dei capitoli la dà direttamente il ragazzo. In un universo illogico e sconclusionato, infatti, i numeri primi sono il suo modo per iniziare a porre un ordine nella confusione.

I numeri primi sono ciò che rimane una volta eliminati tutti gli schemi: penso che i numeri primi siano come la vita. Sono molto logici ma non si riesce mai a scoprirne le regole, anche se si passa tutto il tempo a pensarci su.

Lo schema è il culmine. Lo schema è il passo in avanti tra il prima e il dopo la morte di Wellington. Prima che il cane finisse trafitto senza nessuno che si interessasse davvero a come sia stato possibile, la vita di Christopher procedeva piatta, metodica, ordinata. Ma è proprio questo evento a rompere gli schemi che tanto piacciono al giovane e al contempo lo spaventano. Distruggere la routine, entrare in un modo che non conosce affrontando le sfide di Sherlock Holmes, lo emarginano dal mondo come se egli stesso fosse un numero primo: nascosto in mezzo al mucchio di persone normali (i numeri semplici), ma speciale a suo modo, unico, che finisce inesorabilmente per emergere.

Onestamente, potrebbe essere difficile immedesimarsi nel racconto proposto da Haddon. L’empatia che si scatena andando avanti con le pagine è il sentimento che concede al lettore la possibilità di comprendere, un minimo, il disagio del protagonista. Un disagio non solo emotivo ma anche fisico, che forse troverà pace solo con il ristabilimento di quegli schemi che Chistopher stesso ha tentato disperatamente di superare e distruggere.





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