Focus on: Molto rumore per nulla


Autore: William Shakespeare

Titolo originale: Much Ado About Nothing

Anno di pubblicazione: 1598-1599

Edizione italiana di riferimento: Feltrinelli, 2015

Collana: Universale Economica

N. di pagine: 272


Molto rumore per nulla è, a mio modesto parere, l’apoteosi della commedia di Shakespeare. È il dramma che ho letto più volte in assoluto tra tutti, quello di cui ho a casa almeno dieci versioni, tutte rigorosamente in libreria; come se non bastasse, è il film con la trasposizione più fedele. Una storia divertente, spensierata, con degli scorci messinesi da fare invidia al National Geographic, ma soprattutto con un titolo che è tutto un programma. Un titolo che è uno stile di vita, una perfetta descrizione dei tempi moderni, una precisa educazione alla concretezza e a quanto noi umani riusciamo a complicarci la vita anche quando proprio non è il caso.

Tra l’altro, Molto rumore per nulla ben si presta al periodo che stiamo vivendo, e non solo per il titolo. Sono racchiusi, nelle sue pagine, alcuni elementi che meritano un’attenta riflessione e contribuiscono a farmi dichiarare amore eterno al suo autore. Perciò partiamo con ordine.

La storia potrebbe sembrare a primo impatto un po’ retrograda e anche abbastanza irrispettosa di quello che è il ruolo sociale delle donne: Hero, infatti, è sostanzialmente ceduta senza troppe cerimonie al giovane Claudio, un rampante soldato che si è distinto in una battaglia imprecisata al fianco di Don Pedro, Principe di Aragona. La coppia sembra essere stata decisa in partenza, ma Shakespeare, che ci teneva, quando voleva, a far vedere che le donne sue erano in grado di intendere e volere, in un dialogo tra Hero e sua cugina Beatrice, fa ammettere alla ragazza di essere profondamente innamorata di Claudio sin da prima che partisse per la guerra. Se tutto fosse andato come previsto la trama si sarebbe risolta in meno di dieci pagine. E invece Shakespeare pensa bene di far passare in secondo piano questa storia d’amore per dare maggiore spazio a un’altra coppia, quella che da sola mantiene in piedi tutto il dramma. Benedetto e Beatrice sono i Sandra e Raimondo del teatro elisabettiano. Una coppia che pare detestarsi, che si fa i dispetti, che sbuffa e punta i piedi per le scelte o i commenti dell’altro, ma che resta più unita che mai, che capisce di amarsi nonostante i difetti, proprio grazie a quei difetti. Lei è una donna forte, tendente all’acido, che sa perfettamente quello che vuole, che non accetterebbe mai nella vita un matrimonio combinato, piuttosto rimarrebbe zitella, ma se la sua esistenza dipendesse dal volere di un uomo, quella felicità per lei sarebbe una rovina. Benedetto, dal canto suo, è LO scapolo per definizione. Le donne sono, per sua opinione, irrilevanti nella vita di un uomo. Elementi di passaggio, che svolgono ruoli utili per la società ma non per lui personalmente. Ecco perché la scommessa del principe di farli innamorare sembra votata a una sconfitta annunciata.

Trame e sottotrame si intersecano, come suol fare il drammaturgo, incastrando opinioni personali a costumi dell’epoca e tirando fuori alcune tra le figure meglio descritte di tutto il suo teatro. Il Connestabile è impossibile da capire, parla una lingua tutta sua, vive secondo delle leggi rigorosissime ma la sua ingenuità, figlia della strana ignoranza caratteristica del fool, è fondamentale per la conclusione felice dell’opera.

Il fratellastro del principe, Don Juan il Bastardo, porta nel nome non solo le sue origini poco chiare, ma anche l’immagine del villain che fa di tutto per mettere i bastoni tra le ruote al fratello e ai suoi amici. E sarà il suo inganno, ordito con i suoi scagnozzi, a scatenare il panico alla vigilia delle nozze di Hero e Claudio. Quest’ultimo, convinto che Hero non sia stata fedele, la ripudia senza troppe remore all’altare, descrivendola come un’arancia marcia, una donna facile e infedele. Hero sviene per lo shock, umiliata e calunniata, dando l’avvio ad un altro collaudato stratagemma shakespeariano: la finta morte.

Beatrice e Benedetto, deposte le spade e le parole di odio e dichiaratisi amore a vicenda, uniscono le forze per riequilibrare la posizione di Hero.

Ad oggi sembrerebbe inverosimile una scena del genere, convinti come siamo che una donna sia libera di scegliere cosa fare della propria vita e del proprio corpo e che un aspirante marito, nel 2021, non può certo aspettarsi l’illibatezza della futura consorte. Eppure molti sono i popoli che fondano la propria cultura su questo specifico aspetto della donna: la sua purezza non è tanto sinonimo di fedeltà quanto mezzo per sancirne il possesso (senza andare troppo lontano, vi dice niente il matrimonio riparatore). È il marito che deflora la moglie e dichiara una sua proprietà, e questa credenza vale oggi come quattro secoli fa. Reduce, sicuramente, delle credenze religiose (di qualsiasi religione), il possesso della donna, e l’idea della conquista come una bandiera piantata in un territorio colonizzato per la prima volta, comporta conseguenze anche estremamente negative. E la morte di Hero, per quanto falsata, è un esempio di ciò che accade molto più spesso di quel che si pensa.

Abbiamo recuperato questo classico oggi, perché molte volte abbiamo sostenuto la modernità di Shakespeare senza tuttavia renderci conto dell’effettività della cosa. Oltre al contenuto e alla facile contestualizzazione, Molto rumore per nulla è uno dei migliori esempi di potenza linguistica del poeta. Schermaglie di parole e frecciatine, dichiarazioni struggenti, giuramenti e canti fanno di quest’opera un testo completo a trecentosessanta gradi. Se non vi è mai capitato di leggerlo forse è l’occasione giusta per recuperare e dopo che lo avrete fatto, al prossimo che sosterrà che Romeo e Giulietta sia il top, rispondete che non è necessariamente piangendo che si vive la vera scrittura.

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