Focus on: Non avevo capito niente

Aggiornato il: feb 15


Autore: Diego De Silva

Anno di pubblicazione: 2007

Editore: Einaudi, 2007

Collana: I coralli

Pagine: 312

Lo scrivemmo forse, ormai, un anno fa: De Silva ci piace. Porta sul palco dei suoi romanzi un quotidiano che, a leggerlo, sembra tutto, tranne banale. Uomini, bambini e donne straordinari sono lì che vivono vite intense senza rendersene conto, mentre noi spettatori diciamo Oooooooh! senza suggerimenti di sorta da clapper. De Silva è bello da leggere perché la sua umanità è di un banale mai sconcertante, sempre toccante, interessante, struggente o divertente.

Ci viene da paragonare questo romanzo al tragicomico Carlo Verdone che, anche nei suoi film più spassosi, tinge il quotidiano narrato con ritmi incalzanti di tragici “c’est la vie”. O, per citare il regista, “è andata così”.

Uscito ormai da tanti, tanti anni, quanti ne bastano per mandare un figlio in terza media, l’esistenza dell’avvocato quarantaduenne Vincenzo Malinconico ci accompagna in trecento pagine di ironia tinta da un pizzico di amaro. Napoletano, non ritrae Napoli ma con pochi dettagli ci descrive il suo vissuto nella grande città che fa solo da sfondo alle sue vicende; lo fa soprattutto tramite il dialetto, “interpretato” dai personaggi pittoreschi che descrive. Più che un libero professionista si sente dentro un impiegato ordinario, non all’altezza, con la “sindrome dell’impostore” anche quando viene chiamato per essere un difensore d’ufficio dalla procura.

Sentimentalmente, parte svantaggiatissimo dal divorzio con Nives, che lo ha abbandonato per un altro ma con la quale intrattiene rapporti occasionali, sulla quale fantastica vendette verbali, conflitti che finiscono in lacrime amare e sesso sfrenato di riconciliazione. Considera la figlia di Nives, Alagia (della quale non riesce a digerire il nome) come la sua, e dalla moglie ha avuto Alfredo come figlio naturale. I due sono adolescenti o poco più, alle prese con i loro conflitti, problemi, ma legati indissolubilmente a un padre che, nei pensieri mostrati, si svela dolce e adatto al ruolo genitoriale. Vincenzo cita abitudini, come i pasti pronti, pensieri (anche erotici), chiama i mobili svedesi con il loro nome di battesimo, quello dato dal noto mobilificio, racconta persone attraverso i suoi occhi. È un narratore ironico e a tratti scomposto, altre volte degno del suo cognome, ma il ritmo dei suoi pensieri è piacevolmente frenetico, così da far scorrere il romanzo in modo velocissimo.

A descriverlo così sembra un flusso di coscienza, ma in realtà la storia descritta dal protagonista è una storia di cambiamento: la stupenda avvocatessa Alessandra Persiano, sogno erotico di chiunque passi per il tribunale, si innamora di lui. Oltre questo, la sua vita viene scossa dalla rocambolesca vicenda della difesa del camorrista Mimmo ’o Burzone, alias Domenico Fantasia, accusato di occultamento di cadavere (accusa dalla quale lo stesso Fantasia si difende dicendo che la presenza della mano di un morto e non di un cadavere, per giunta, è dovuto al suo pitbull). Le vicende citate scuoteranno molto il suo grigio mondo interiore, come se fosse stata una chissà quale provvidenza a dare una scossa a tutto il suo destino.

Con un linguaggio estremamente fresco e colloquiale e una prima persona che ci fa stringere subito amicizia con il narratore, non subiamo la lettura ma ascoltiamo un racconto di un amico di fronte ad un caffè.

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