Focus on: Phobia

Aggiornato il: feb 17

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Autore: Wulf Dorn

Titolo originale: Phobia

Anno di pubblicazione: 2013

Edizione italiana di riferimento: Corbaccio, 2014

Collana: Top Thriller

N. di pagine: 256


La paura è un sentimento molto strano. Può cogliere all'improvviso, attaccare bambini e adulti, indistintamente, senza un motivo, senza un vero perché. È un sentimento profondo, a volte, radicato nel subconscio, nutrito di una vita di scelte sbagliate, di persone sbagliate, che mostra la sua ferocia in attimi di debolezza incontrollata o quando crediamo di essere invulnerabili.

Il testo di oggi è il romanzo della paura, una fobia che già dal titolo prende possesso del lettore quanto dei protagonisti. La paura di andare avanti, la paura di fallire, la paura di vedere la propria (falsamente) perfetta vita crollare come un castello di carte per non aver ammesso in tempo che qualcosa non andava. Tra le righe cresce, e prende possesso del lettore come di Sarah Bridgewater, una editor che ha dato le dimissioni dalla sua casa editrice per colpa di una serie di attacchi di panico dovuti alla recente promozione, un incubo costante di non riuscire a farcela.

Phobia è quel testo che ti aspetti e non ti aspetti, che credi di aver inquadrato nei primi capitoli e che, come ogni psico-thriller ben scritto che si rispetti, sovverte le idee iniziali e lascia senza fiato. Perfettamente cadenzato tra incubo e narrazione, l'autore, Wulf Dorn, reso celebre dal successo del suo primo romanzo La psichiatra, del 2009, prosegue nella sua corsa a diventare il punto di riferimento del genere suddetto. Linguaggio diretto, schietto, molto naturale; ambientazione senza pretese di una Londra benestante, che alterna le stanze spensierate dell'Università di Oxford al quartiere residenziale di Forest Hill, e la vita di un ex professore ed ex psichiatra con quella di Sarah.

Tre racconti paralleli che si intrecciano già nelle prime pagine: la protagonista vera che, affetta dalla sua paura costante del fallimento, decide di lavorare da casa in modo da stare più vicina al suo piccolo Harvey, sei anni e tanto amore per i suoi genitori; Mark Behrendt, ex medico, ancora afflitto dal lutto per la morte della sua fidanzata in un quello che, pur essendo stato un incidente stradale, continua a sembrare un monito, una sorta di esecuzione; infine, lo sconosciuto, un uomo sfigurato, senza un passato ma, soprattutto, senza un futuro.

L'ingresso di quest'ultimo nella vita di Sarah avviene con la stessa rapidità di una doccia gelata, in una sera di dicembre, in cui si introduce in casa dei Bridgewater fingendo di essere Stephen e generando dietro di sé un baratro fatto di paure e insicurezze.

Raccontarvi anche solo parzialmente la trama significherebbe privarvi, qualora non l'aveste letto, di quella suspense e quel brivido lungo la schiena che solo un grande thriller sa dare. Qualche indicazione, tuttavia, è d'obbligo.

Come sempre avviene nei romanzi di Dorn, nulla è lasciato al caso, e quando credete di aver capito tutto, ecco che la spiegazione sfugge dalle dita come sabbia fine e asciutta. Nel collage dei vari pezzi che vengono uniti per dare una spiegazione razionale al furto d'identità delle prime scene, ci si imbatte nella storia di un uomo profondamente ferito, nel corpo e nell'anima, con un ritorno alla realtà, alla cronaca, che fa più male e genera più orrore di quando possa fare un libro horror. Empatia e comprensione si alternano a rabbia e indignazione, e vittima e carnefice si contendono il podio di maestri dell'egoismo, lasciandosi dietro una scia di dubbi e insicurezze che non fanno che alimentare quelle paure già presenti in tutti i protagonisti sin dalle prime pagine.

Per dirla con una sola parola, questo libro è spiazzante. Delicato e crudele, intimo e duro, un'assemblea di montagne russe emotive che lavorano in gruppo per creare anche nel lettore il terrore. Un terrore, però, più intimo, diverso, che trasla le proprie paure e le alimenta attraverso quelle dei protagonisti. Ma per capire le ragioni di alcune scelte occorre mettersi nei panni di chi le compie e se c'è una frase che spiega tutto forse è questa:

Ah, se solo capissero un condannato a morte! Ma loro non vogliono accettare che, fin dal giorno in cui sono venuti al mondo, sono condannati a morire.

Ecco, vita e morte. Destino e scelte. Dove finisce uno e dove inizia l'altro? A quanto pare è una questione di prospettiva, di tempo impiegato in un certo modo. Di sacrifici per il bene di altri e, quindi, per il proprio bene.

Wulf Dorn ci lascia una lezione che, forse, si riesce a comprendere solo chiudendo le ultime pagine, quando sta a noi scegliere cosa faremmo al posto di Sarah, come proseguiremmo la nostra esistenza se fossimo in Mark, o come avremmo agito se ci fossimo trovati nella situazione dello sconosciuto dal volto sfigurato.

Dicembre di chiusura d'anno, di bilanci e di fioretti per l'anno venturo, dicembre gelido come la vita che cambia, che fa da sfondo a una famiglia che racconta bugie a sé stessa, come tutti, che si spaccia per ciò che non è ma che vorrebbe disperatamente tornare ad essere: felice.


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