Focus on: Un amore

Aggiornato il: 16 set 2020


Autore: Dino Buzzati

Anno di pubblicazione: 1963

Edizione di riferimento: Mondadori, 2016

Collana: Oscar moderni

N. di pagine: 294


Approcciarsi a Buzzati nel 2020 vuol dire catapultarsi più o meno semplicemente in un contesto nazionale che, pur apparendo lontano anni luce da noi, si rivela vicino più che mai.

Una Milano degli anni Sessanta è lo scenario in cui si apre il flusso di coscienza di un architetto quasi cinquantenne, Antonio Dorigo, un uomo per bene, conosciuto in Italia e all’estero per le sue creazioni artistiche e le scenografie teatrali. Un uomo normale, oggi forse lo chiameremmo single impenitente, che non ha scelto davvero di restare solo quanto più si è arreso al fatto che dovrà dividere la sua esistenza con nessun’altro che sé stesso. Il Dorigo di Buzzati, un uomo con il quale l’autore stesso disse di essersi identificato, nella vita e nei pensieri, è un uomo che vive passivamente, accettando di buon grado quelle scelte che oggi, per la nostra generazione almeno, sarebbero difficili da accogliere. Una Milano per bene, figlia del boom post bellico, delle nuove mode e delle prime avvisaglie di indipendenza dei giovani, che dietro il nome di un atelier di moda nasconde una casa di appuntamenti per i ricchi imprenditori come il Dorigo stesso. La signora Ermelina gestisce un giro di giovinette che non hanno problemi a vendersi per ventimila lire al primo che arriva, una generazione di ragazze che fingono (o davvero un po’ godono) di essere padrone del proprio corpo al punto di decidere per sé stesse e per la propria sessualità.

I 49 anni del protagonista, architetto, abbiamo detto, che non si è mai piaciuto, che ha sempre considerato la sua faccia “odiosa”, lo convincono a poter trovare la compagnia di una donna solo a pagamento, un discorso di completa e quasi assente autostima in cui nemmeno i meriti lavorativi o i traguardi artistici raggiunti possono in qualche modo compensare il disgusto che egli prova verso il proprio aspetto. Pagare, dunque, appare la scelta più semplice, la più compiacente, finche non arriva la Laide (“diminutivo di Adelaide, no?”), una “squinzietta” di appena 19 anni, minorenne per l’epoca quindi, che manda in malora i propositi sentimentali di Antonio. La ragazza si prostituisce più per piacere che per necessità: danza nel corpo di ballo della Scala e a detta sua, si reca spesso a Modena e Roma per servizi fotografici che, successivamente, si riveleranno ben altro. Non è bella, non nel modo convenzionale. È una bambina nel corpo di una quasi donna, o una donna nel corpo di una giovane non ancora del tutto matura. Fisico tipico della ballerina e atteggiamento che rientra perfettamente nella gioventù della Milano bene, quella dei locali, delle discoteche e della vita facile a base di soldi e auto di lusso. Dorigo cerca di starle dietro, ma reggere il passo con una ragazza di trent’anni di meno è difficile e frustrante. L’amore puro di lui, che la preferisce a tutte le altre non basta a Laide che continua a farsi pagare prima e mantenere dopo, in un appartamento diventato il loro covo d’amore proibito, che tiene le redini di una relazione malsana e ipocrita.

Litigi, tira e molla, e gravidanze inaspettate sono solo una parte di quanto Buzzati inserisce nel suo romanzo.

Forse perché ha visto la luce negli anni Sessanta, forse perché oggigiorno alcune dinamiche di potere in una relazione non sono ben viste o sono superflue (ma non inesistenti), resta il fatto che si tratta di un libro particolarmente controverso.

Una tale differenza di età tra i protagonisti non è la prima raccontata e non è nemmeno l’ultima: Federico Moccia ci ha costruito mezza carriera sopra. Ma nemmeno negli incubi più reconditi i due autori possono essere paragonati. Laide è una giovinezza esagerata e opportunista che non esiste quasi più, una classe che oggi non avrebbe molte basi di appoggio perché non viviamo più nel boom, abbiamo tutti, quasi sempre, le stesse possibilità. Lo scandalo delle baby squillo di qualche anno fa ha fatto scalpore non per i personaggi celebri coinvolti o per le motivazioni delle ragazzine, quanto per come la società ipocrita ha giudicato una pratica che va avanti da decenni, se non secoli, e Buzzati ce ne dà una dimostrazione.

L’amore di Dorigo per Laide è un amore corrotto, falso, immaturo. Lui non se ne rende conto, lo accetta, lo esalta e lo eleva nella sua purezza e nella sua ingenuità, ma un uomo abituato a tenere l’altro sesso a distanza, a pagare una donna per avere affetto, visto che non è un assatanato, non è un maniaco ma palesemente un uomo solo, crea nel protagonista un gigantesco paraocchi che distorce la realtà dei fatti. Si lascia manipolare da una ragazza, molto più spigliata di lui, molto più vissuta. Due persone così diverse e così simili, abituate a ricevere e dare attenzioni a pagamento e a tempo, che non sanno il significato di un sentimento puro e cresciuto con impegno e dedizione. Il sesso, per Laide, è un passatempo ben pagato, qualcosa che non le porta via né impegno né, tantomeno, dignità, ma che anzi le permette di vivere da regina in una società in cui difficilmente riuscirebbe a emergere. Orfana, con una sorella che si occupa di lei ma che non sa nulla della sua vita, tenta disperatamente di elevare il suo status frequentando le persone giuste, creandosi i contatti giusti. Arrampicatrice sociale, diremmo, con poco rispetto per sé stessa? Forse…

Siamo abituati a pensare che ognuno è padrone del proprio corpo e della propria vita e una scelta che noi non faremmo non rende quella stessa scelta inaccettabile per un’altra persona. Il tono in prima persona del romanzo, incentrato sul punto di vista di Dorigo, con intervalli di frasi brevi a lunghi monologhi di coscienza senza punti anche per molte pagine, concede una visione molto parziale della vicenda. Eppure, Un amore non è un romanzo d’amore. Non può esserlo. È un romanzo che racconta una particolare visione dell’amore, o meglio, un’idea di amore che non ha riscontri nella vita vera. Dorigo è un illuso. Laide è un’opportunista. Tutto il resto passa in secondo piano. Non interessa al lettore che lui si ostini a dichiararsi un uomo per bene, che non ha scelta se non quella di pagare una prostituta perché non è bello abbastanza per attrarre una donna. Anzi, i due concetti si annullano quasi a vicenda. E si annullano soprattutto quando egli stesso afferma di essersi innamorato di Laide non per l’aspetto, ma

Per se stessa, per quello che rappresentava di femmina, di capriccio, di giovinezza, di genuinità popolana, di malizia, di inverecondia, di sfrontatezza, di libertà, di mistero. Era il simbolo di un mondo plebeo, notturno, gaio, vizioso, scelleratamente intrepido e sicuro di sé che fermentava di insaziabile vita intorno alla noia e alla rispettabilità dei borghesi.

Laide, quindi, lo intriga perché rappresenta tutto l’opposto di quello in cui ha vissuto e che non è più.

Lei, al contrario, vive solo per la sua persona. Gode nel sapere che Antonio farebbe di tutto per lei, la accetterebbe comunque, e torna da lui, alla fine, perché non ha più alternative, ha superato il limite e si adegua a vivere con un uomo che forse non la ama davvero e che per lei, sicuramente, è uno come gli altri. Sceglie la sicurezza economica, una posizione rispettabile, un appiattimento della spregiudicatezza in cui ha sempre vissuto piegandosi alle regole morali della società. Lui le ruba la giovinezza, lei gli ruba l’innocenza di un sentimento mal riposto.

Non è un romanzo d’amore, ripeto. È tutto quello che si trova agli antipodi di un romanzo d’amore.

Buzzati lascia il marchio di narratore perfetto, una penna che descrive la sua epoca, uno spaccato di società milanese di metà Novecento che si fonde con ricordi biografici e illusioni giovanili.


Tra i vari titoli di cui ci siamo occupati qui su trentapagine, Un amore è quello che tra tutti, forse, ha creato più “disagi”, passatemi il termine. Un testo che va letto, un approccio a cui forse molti non sono abituati, uno stile sublime che catapulta il lettore in uno dei decenni più particolari del secolo scorso, il decennio in cui si era capito che ricominciare era davvero possibile.

Ecco, forse Un amore è questo. Cerca di dare ai posteri una visione diversa di quello che sono stati gli anni Sessanta, meno patinati e più reali. Una metropoli, Milano, in cui, come in tutte le grandi città, si intrecciano le storie di persone diverse, famiglie, lavori, credenze, abitudini, immagini di sé che esistono ancora ma di cui non si parla. È un’Italia che esiste ancora e lo sappiamo, ma non possiamo dirlo a voce alta. Una cronaca disillusa e patetica di un uomo che è la facciata per bene di un organismo corrotto e ipocrita, irrealistico e frustrato. Una descrizione di una donna che è la rappresentazione estremizzata dell’ambizione e della facilità della scalata sociale, del compromesso morale e dell’annullamento di ogni sentimento vero e potente.



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