Focus on: Una storia quasi solo d’amore


Autore: Paolo Di Paolo

Anno di pubblicazione: 2016

Edizione italiana di riferimento: Feltrinelli, 2020

Collana: Universale Economica

N. di pagine: 176


Quando ero all’università, per preparare un esame di letteratura, io e una mia amica girammo fino a notte inoltrata per Roma alla ricerca dei luoghi descritti nel libro che dovevamo studiare, una passeggiata stupenda tra le viuzze e le piazze più o meno conosciute, ripercorrendo quelle stesse strade che i protagonisti del nostro libro attraversavano nel corso del romanzo. Ci fermammo verso le due del mattino, a largo Argentina, aspettando un taxi per tornare a casa, con la metro che ci aveva chiuso i cancelli in faccia poco prima, e una Roma diversa, più viva, per nulla silenziosa, che aveva fatto da sfondo a una delle serate più intense di tutta la mia carriera universitaria.

Quando ti capita tra le mani un testo ambientato in una città che conosci, che hai vissuto o visitato, be’, quel libro inevitabilmente lo senti molto di più di quanto avresti fatto con un altro. Ti si piazza lì, sotto la pelle, aspettando quella frase che ti scatena il brivido del ricordo, di quando anche tu, in una precisa giornata della tua vita, hai provato le stesse sensazioni.

Paolo Di Paolo ambienta il suo romanzo a Roma, al centro, un centro turistico senza esserne meta, una zona universitaria senza che l’università faccia parte del racconto: stazione Termini e San Paolo. I due protagonisti, Nino e Teresa, non potrebbero essere più diversi. Lei è una trentenne con un quasi matrimonio alle spalle, la ferita aperta di una storia rovinosa, agente di viaggi delusa da una clientela ottusa e senza voglia di vivere davvero una vacanza. Nino ha ventitré anni, festaiolo e vitale come solo i giovani sanno essere, ha in animo la carriera di attore. Un anno a Londra non ha minato il suo spirito, anzi gli ha fatto capire ancora con più forza che il teatro e la recitazione sono il suo futuro. Lei realista fino all’estremo, lui con la testa tra le nuvole, impulsivo dove lei è riflessiva, cinico quanto lei è legata alla sua fede.

In tutto il romanzo si percepisce una sorta di transizione, impalpabile ma onnipresente, con il Grande Fratello nella persona di Grazia (zia di Teresa e insegnate di recitazione di Nino) che assiste da spettatrice alla pièce del loro amore nascente. Tre protagonisti principali, con un corollario di altri individui che fanno da comparse in una trama che ricorda i melodrammi settecenteschi. Tutti che si mettono in gioco finché la vita vera, dura come un ceffone a mano piena, distrugge i dubbi ma anche le sicurezze che solo il tempo finge di saper dare.

La storia di Nino e Teresa nasce ad ottobre e subisce uno scossone ad aprile, con le stagioni invertite in un autunno che promette fiori e nuovi inizi e una primavera che minaccia pioggia, nebbia e addii. Grazia, il collante della loro unione, per lo meno inizialmente, diventa anche il mezzo di separazione. La fede a volte non basta, la speranza a volte deve cedere il posto alla realtà dei fatti e Nino, in soli sette mesi, deve fare i conti con quella maturità che sembra sempre non contraddistinguerlo. Lui, eterno ragazzino, si innamora di Teresa senza sapere nemmeno lui il perché. Lei, titubante, ricambia il sentimento per quel ragazzo che sembra riuscire a farle recuperare la spensieratezza giovanile che sembrava perduta per sempre, finita come la storia con Andrea, fuggito a Bruxelles senza nemmeno un biglietto.

Lo sfondo è una Roma cristiana in fermento, un anno nuovo e un nuovo papa. E la piazza San Pietro gremita di fedeli che accolgono la rinuncia al soglio pontificio di Benedetto XVI come un presagio di “sventura” e la venuta di Francesco come un evento che nella storia si era verificato solo altre due volte in 2000 anni.

Fede e ateismo che non hanno davvero a che vedere con la religione quanto più con la certezza che l’essere umano è padrone delle sue scelte, anche se poi c’è sempre un qualcosa di superiore con cui dover fare i conti.

Uscito nel 2016, ambientato tre anni prima, Una storia quasi solo d’amore è un libro dolce quanto il suo titolo, e duro quanto l’amore stesso. Lo stile ricorda il Saramago senza punteggiatura definita. Le tre sezioni assomigliano alle cantiche dantesche, ripercorse a ritroso dal Paradiso all’Inferno. La parte centrale è un ping-pong di battute senza respiro, una tipica serata in un locale di Ostiense, con tutto che può ancora succedere e tutto che, anche, è già successo.

Centosettantasei pagine da leggere tutte d’un fiato, in uno di quei pomeriggi grigi che promettono sole, perché anche nei momenti più deprimenti c’è sempre almeno una luna che sorge e ogni storia che si racconta, molto spesso, non è altro che quasi (solo) d’amore.

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