• Rebecca Di Schino

"Frankenstein" e il fallimento dell'accettazione del diverso

Aggiornato il: 13 lug 2020


Ci sono degli argomenti, in letteratura, che si ripetono, ciclicamente, e che diventano a mano a mano sempre più attuali, sempre più vicini al pensiero del nostro tempo. Ormai sono sei mesi che vi occupo i martedì con i miei articoli e immagino che un minimo abbiate capito come mi funziona il cervello. Mi piace affrontare alcuni temi “inflazionati”, come direbbe Ale, e contestualizzarli con il passato. Fatti storici, romanzi, avvenimenti culturali che nonostante la distanza temporale ben si adattano alle situazioni più recenti. Trovare conforto nei libri, affidarsi alla voce di autori, pensatori, eventi già successi ci lega ancor di più gli uni agli altri, in un circolo nietzschiano che ammette spiegazioni altrimenti difficili da comprendere.

Frankenstein è uno dei libri più belli che abbia letto negli ultimi dieci anni e, nonostante la sua ambientazione ottocentesca e il contesto diremmo fantasy, credo che ben si colleghi alle varie tematiche che intasano i telegiornali degli ultimi mesi. Già solo partendo dalla condizione molto particolare che ha portato una giovanissima Mary Shelley a scrivere un vero e proprio long seller, il Frankenstein si mostra al pubblico in tutta la sua sublime attualità. Era una donna la sua autrice, una ragazzina che, pur vantando natali culturalmente influenti (Mary Wollstonecraft e William Godwin), restava pur sempre un elemento della società del XIX secolo ancora mal visto tra i salotti letterari. Poche erano state le donne che erano riuscite ad affermare la propria presenza come autrici e, probabilmente, il matrimonio con Percy Shelley era costato alla giovane Mary più grattacapi che fortune. Tra queste ultime, tuttavia, rientra senza dubbio la conoscenza con gli esponenti del movimento del Romanticismo inglese e una vacanza nella tenuta di Lord Byron, luogo in cui la ragazza iniziò a strutturare la sua opera di maggior successo.

Benché possa sembrare un libro di fantasia, un amabile esperimento di scrittura gotica decisamente vincente, la buona riuscita del romanzo sta nelle tematiche affrontate. Prima tra tutte, il rapporto ben più che conflittuale dell’uomo con sé stesso prima ancora che del medico con la sua creatura. Il primo tema, quindi, è l’accettazione di sé stessi: oggi la chiameremmo banalmente self-confidence, autostima, ma in realtà la desolazione morale che attanaglia l’animo e la coscienza di Victor Frankenstein è un’altalena costante che si sposta tra la voglia di migliorare il mondo dando un contributo serio e autorevole alla medicina e il dramma di aver invece messo in pericolo l’intera società umana. Questa crisi esistenziale, riplasmata al giorno d’oggi, si ricalibra nella sensazione di fallimento e disagio dei giovani, dei disoccupati, delle donne che vorrebbero un figlio ma non riescono a farsi una famiglia, di coloro che hanno sulle spalle la vita e la salute di altre persone ma non riescono mai a dare il massimo nonostante ci provino costantemente. Il fallimento è uno stato mentale che non abbandona mai; ti scorre nelle vene, rovina tutto ciò che c’è di bello, massacra come una tortura cinese i rari attimi di tranquillità. Ma come spesso accade, è tutta una questione di prospettiva.

Al fallimento personale, poi, si aggiunge la paura di aver creato danni agli altri. La messa al mondo della sua creatura genera nel dr. Frankenstein una serie di dilemmi morali che, tuttavia, non si era posto prima, nel momento in cui stava mettendo letteralmente insieme i pezzi del suo lavoro. Il rapporto che lo aveva legato al suo “superuomo”, volutamente extra-dimensionato, volutamente più alto, più forte, più massiccio, diventa, nel momento esatto in cui l’esperimento funziona e il “mostro” apre gli occhi, il motivo del suo odio più profondo verso di lui. Frankenstein smette per un attimo di biasimare sé stesso e inizia a convogliare il suo disprezzo verso quel suo figlio, diciamo, che nella sua innocenza non ha chiesto di essere messo al mondo, men che meno in quel modo. L’abbandono della creatura è l’abbandono del diverso, di un’idea che ha smesso di essere intrigante e giusta nel pensiero, e che è diventata velocemente un abominio.

Oggi, nel 2020, questo affronto lo potremmo capire ancor più che due secoli fa. Certo, partiamo da un testo che non ha assolutamente basi scientifiche, sappiamo che non potrebbe mai verificarsi la situazione in cui riassemblando pezzi di cadaveri si possa dare la vita a un uomo. Ma il diverso con cui abbiamo a che fare oggi è molto meno grottesco della figura di cui ci parla la Shelley.

Storia e cultura si intersecano perché una risponde all’altra, in una relazione di complementarietà che più scava nel passato le sue origini e più si avvicina ai giorni nostri. La creatura generata dagli esperimenti di Victor Frankenstein può essere contestualizzata con il disprezzo, senza effettivi fondamenti spesso e volentieri, di comunità che si discostano dalla nostra: i Rom sono tra questi. Già la sola idea dell’esistenza di un popolo che non vive seguendo le regole che noi occidentali ci siamo imposti e abbiamo assimilato come veritiere e effettive ci manda il sangue al cervello. Ma la storia è ricca di esempi di civiltà considerate inferiori e giudicate come adatte alla condizione di subalternità: la tratta degli schiavi neri nelle piantagioni di cotone americane, ad esempio, che tra l’altro hanno avuto la loro massima espansione proprio nel periodo in cui l’autrice redigeva il suo romanzo. Il rapporto bianchi/neri è sempre stato sbilanciato e irrazionale. Considerare un popolo inferiore perché diverso non ci rende migliori, ma solo più stupidi. Cercare basi scientifiche (e penso alla frenologia) arrampicandosi sugli specchi per validare idee di superiorità razziale, poi, ci rende solo ancor più criminali. Il movimento di queste settimane, il #blacklivesmatter, è la ciliegina sulla torta: una constatazione di come davvero la storia sia ciclica, di come, nonostante i tempi cambino e vengano varate nuove leggi, nuove disposizioni in merito ai diritti civili, le vecchie abitudini siano dure a morire.

Il diverso ci fa paura, ma non vogliamo comprenderlo. Vogliamo solo eliminarlo. Prima era più facile, li facevi sparire, non li consideravi come parte della società, non concedevi loro gli stessi diritti, li relegavi al rango di braccio e mai di mente. Oggi la situazione è più complicata: non si può semplicemente fingere che qualcuno non esista, che un problema non sussista, no. Oggi devi colpire dove fa loro più male, ed ecco che partono manifestazioni contrarie ai matrimoni gay in nome della tradizione, della normalità; non vengono varate leggi che garantiscano l’affido dei bambini a coppie omosessuali o non vengano riconosciute dalla società le famiglie arcobaleno; immigrati regolari che partono e raggiungono qualsiasi altra parte del globo purché sia abbastanza lontana dai problemi di casa loro per rifarsi una vita considerati come una minaccia all’ordine pubblico.

Non è tutto oro quello che luccica, però. Non si può fare buonismo di massa e accettare qualsiasi cosa in nome del politicamente corretto. Ma anche in questo caso il pensiero filosofico e letterario ci viene in aiuto. Rousseau, nella seconda metà del Settecento, fu uno dei fautori della teoria del “buon selvaggio”, secondo la quale l’uomo fosse, inizialmente, un “animale” buono e pacifico e che solo successivamente, a causa della corruzione prodotta dalla società e dal progresso, perdesse questo status primitivo di bontà e si votasse al male. La creatura, in un monologo nel quale racconta a Victor gli eventi salienti dei suoi primi due anni da quando era venuto al mondo, riprende esattamente questa teoria.

Se sono crudele è solo perché sono infelice. Non sono forse disprezzato e odiato da tutta l’umanità? Tu stesso, che sei il mio creatore, saresti pronto a farmi a pezzi e a esserne orgoglioso. Pensa a ciò che ti dico e spiegami per quale motivo io dovrei avere pietà degli uomini se loro non ne hanno per me.

Frankenstein, M. Shelley.


Se la società agisce in modo negativo su sé stessa, quello ne deriva è solo altra corruzione e disprezzo. È più facile credere a quello che sembra accettabile, ed è più facile accettare quello che sembra credibile. Scontrarsi con situazioni che urtano il nostro vivere normale, la nostra routine, pensieri che fino a poco tempo prima sembravano frutto della fantascienza destabilizza la continuità della nostra esistenza razionale. Siamo quello che vogliamo essere, ma veniamo necessariamente condizionati dalla società che ci circonda. Altro esempio che recupera questo concetto, ben più antico della teoria rousseauiana, si ritrova nella Tempesta di Shakespeare. Il personaggio di Caliban è una “creatura” ante litteram: anche qui abbiamo a che fare con un essere grottesco, selvaggio, che tuttavia si pone come ben disposto nei confronti dei naufraghi approdati sull’isola magica in cui vive. La sua esistenza tranquilla, però, si corrompe con la negazione dei suoi istinti più basilari perché si tratta di pensieri e pratiche considerati sconvenienti dalla società di provenienza di Prospero e Miranda. Caliban diventa così il cattivo in una storia raccontata da una sola parte, racchiude in sé ciò che c’è di più gretto tra i comportamenti umani ma espone solo le tendenze più esplicite. Caliban, in realtà, non conosce l’ipocrisia, la falsità, la manipolazione, che sono invece temperamenti che fanno parte dell’attitudine di Prospero; allo stesso modo la creatura vive la sua prima esistenza nell’ignoranza del male, ma nel momento in cui inizia a subirlo se ne impossessa e fa sue le più basse espressioni del disprezzo.

Nonostante i contesti sociali che differiscono in modo inequivocabile tra noi e quelli del romanzo, la vicinanza delle tematiche del Frankenstein alla società ipocrita e misantropa del terzo millennio è quasi inquietante. Leggere testi meno recenti, affidarsi ai classici, spesso, è molto più utile del votarsi a saggi contemporanei che parlano del bene e del vivere comune. Per quanto si tratti di narrativa fiction, si tratta di situazione che partono da contesti reali e realistici, lunghe metafore romanzate che esprimono attraverso personaggi che hanno fatto la storia delle letteratura, il meglio e il peggio della società umana.

10 visualizzazioni0 commenti

Post recenti

Mostra tutti