Ha deciso di osare ed è volato via

L’omaggio di trentapagine a Luis Sepúlveda.



Quando a fine febbraio sentimmo della notizia del ricovero in un ospedale spagnolo di Sepúlveda, contagiato, a quanto si riuscì a sapere dalle prime fonti, dal virus che avrebbe di lì a breve fatto strage sia nella in Spagna, luogo dove ha passato gli ultimi mesi di vita, che qui da noi, le reazioni furono abbastanza contrastanti. Si trattava del primo personaggio celebre di cui si aveva notizia del contagio per Covid-19 e se, dentro di noi, ognuno già sapeva che avremmo sentito ben più di un nome famoso tra quelli degli infetti, la cosa ci ha comunque colti alla sprovvista. Se ne stava parlando da un mese ormai, la Cina era in lockdown da qualche settimana, l’Italia si stava in qualche misura preparando al grande blocco, ma ancora era una notizia che non ci riguardava, non sul serio. La cosa triste, forse, è stata che ci è servito proprio il ricovero di Sepúlveda per avere un esempio reale e tangibile, o meglio, ancora più reale e tangibile di quanto già non fosse, che la minaccia non solo c’era ma era anche molto seria. Ci siamo preoccupati come si preoccupano gli stolti: da lontano, senza immedesimarci. Non avevamo ancora iniziato a contare i nostri morti. Non avevamo ancora un’idea di quanti fossero i nostri malati. Luis ci ha fatto lo stesso effetto di una scossa elettrica: “caspita, allora è vero, guarda contagia anche i famosi”. Frasi stupide, commenti senza senso, pronti a esplodere per vedere chi la sparava più grossa, chi era più rammaricato che una stella del firmamento letterario internazionale fosse la prima vittima del contagio. Da quel giorno, per un po’, non si è parlato d’altro: il ricovero, la terapia intensiva, il coma, la smentita della famiglia, e dopo giorni a dimenticarci di lui, troppo presi a pensare ai nostri drammi (com’è comprensibile che sia), è arrivata la bomba. Accendiamo la tv, un qualsiasi giovedì di quarantena che sa di domenica invernale, e scopriamo che Sepúlveda ha perso la sua lotta: Covid 1 – Luis 0.

Una partita impari, ma per un uomo abituato a lottare poteva essere una guerra come un’altra. Esponente dei diritti del popolo cileno e non solo, rappresentante delle minoranze e delle lotte contro il popolo di dimenticati desaparecidos, attivista in qualsiasi tipo di battaglia che avesse come obiettivo la morte del pregiudizio, la giustizia sociale e la libertà di pensiero, incarcerato due volte sotto il comando di Pinochet, passò i suoi 70 anni su questo pianeta a lasciare un segno nella politica, nella cultura e nella letteratura.

In Italia lo abbiamo scoperto nel 1993 quando Guanda pubblicò Il vecchio che leggeva romanzi d’amore, ma l’abbiamo davvero apprezzato e capito solo con il romanzo che è diventato un cult senza tempo: Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare. Uno dei libri più dolci che si possano leggere, un muro di cemento armato su cui si schianta a 200 km/h l’incomprensione e l’indifferenza per lasciare il posto all’accoglienza, al coraggio di essere sé stessi, accettarsi per come si è e accettare l’altro per quello che è. Ebbe un successo clamoroso, nel 1998, due anni dopo l’uscita, divenne un film d’animazione talmente apprezzato da vincere, l’anno successivo, il Nastro d’Argento. Sulla scia della lotta al pregiudizio e alle differenze sociali, Sepúlveda pubblicò Storia di un gatto e del topo che diventò suo amico (2012) e Storia di un cane che insegnò a un bambino la fedeltà (2015).

Ma non è stato solo questo. Autore di romanzi adatti a tutte le età è stato autore di libri di viaggi (Patagonia express. Appunti dal sud del mondo e Cronache dal Cono Sud), raccolte di racconti (Le rose di Atacama) e di romanzi “epistolari” (come Diario di un killer sentimentale).

Ci ha lasciato mentre il mondo è in piena quarantena, col fiato sospeso a metà di un respiro, senza sapere cosa succederà domani, come affronteremo un altro giorno uguale a ieri. Dopo un mese di cattive notizie, di bollettini di decessi e infetti, di crisi economiche e di ricadute a livello sociale, avevamo bisogno, come comunità di esseri umani, di non sentire l’ennesima cattiva notizia. Se uno tra i maggiori lottatori ha perso la battaglia, però, non dobbiamo abbatterci e crollare definitivamente, anzi. È necessario portare avanti con mano ferma e pugno alzato la lotta, farcela noi tutti per lui e per ognuno delle centinaia di migliaia di nomi, forse meno famosi, che non vedranno l’alba del prossimo primo gennaio.

Ci ha insegnato a volare, Sepúlveda, e allora voliamo alto e guardiamo al futuro perché, come lui stesso affermava:

Quando vivi intensamente, capisci presto che la cosa più facile, più normale, è il fallimento. Però solo dai fallimenti ricavi una lezione. La nostra generazione è segnata dai fallimenti. Eppure si potrebbe dire che procede di sconfitta in sconfitta fino alla vittoria finale.
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