I canti blues: la letteratura dell'anima in musica.


Nella mia vita l'unica costante è la capacità di variare qualsiasi cosa passi davanti ai miei occhi o sotto le mie mani. Incoerenza? Incostanza? No, semplice apertura mentale.

Non mi precludo nulla e cerco di vivere le mie scelte in modo intelligente in modo che il cambiamento mi renda sempre più completa e versatile, non distrutta. La musica è una di quelle cose che amo più variare. Svezzata con il repertorio italiano degli anni '70-'80 suonato da mia madre con la sua chitarra quando non volevo mangiare (è lei la musicista di casa), cresciuta a pane e Ozzy a causa dei soliti zii eccentrici che ti fanno fare spesso le scelte giuste nella vita, nel 1996 mi innamorai dei Placebo, visti nel vecchio televisore del salotto sul canale 48, allora MTV "come Cristo comandava", con il video 36 degrees. Quella di seguirli fino ad oggi è l'unica relazione monogama a livello musicale che mi viene in mente.

I primi cd che acquistai nel 1998, a dodici anni, ancora li conosco a memoria: Americana degli Offspring, Origin of symmetry dei Muse, Bury the hatchet dei Cranberries, altri gruppi che mi hanno accompagnato con costanza lungo il cammino. Prima ancora e durante l'adolescenza ho avuto modo di farmi una cultura rock e metal che tutt'oggi fa svegliare mio marito con dei gran mal di testa (lui è un producer techno, quella è la sua religione) ma, del resto, se non mi faccio una pera della mia musica la mattina non mi sveglio, altro che caffè. Usare le cuffie per la pace in casa mi è sembrata, con il tempo, un giusto compromesso per la quiete domestica.

In tutto questo, ci sono stati passaggi per le vie della dance vecchia scuola (mio marito è stato un grande fan di Gigi D'agostino, oltre che un dj), per il jazz che io adoro visceralmente, per le Spice Girls ma per nessuna boy band, per la classica e la lirica che mi scorrono nelle vene assieme alla voce di mia madre e per il blues e i suoi meravigliosi testi, a mio avviso fondamentali per uno scrittore.

Io non so se, concentrandovi su un vecchio blues (diciamo anche "antico") vi siete mai soffermati sul testo, più che sulla musica.

Non so se, a questo punto, avete mai ascoltato dell'autentico blues, la cosiddetta "musica della nostalgia", la "musica stonata", nata nella seconda metà del 1800.

In verità, le origini o, meglio, i focolai di questa meravigliosa tradizione orale sono ancora più antiche: l'espressione collegata al blues risale addirittura al XVII secolo, quando veniva usato to have the blue devils per indicare lo stato d'animo di agitazione e malinconia, spesso derivante dagli spiriti, appunto, dell'alcol. Da qui, l'evoluzione portata in musica: dalla Secessione alla cultura dello schiavo, il blues nasce in mezzo alla fatica del cotone, nel delta del Mississipi, per contrastare una vita di lavoro senza via d'uscita e diventa la stessa storia del popolo afroamericano, il simbolo di una ribellione pacifica verso un'oppressione che, in un modo o l'altro, ha trovato una degna fine.

Tramandata attraverso la voce, diviene per obbligo parte della letteratura afroamericana come lo sono i generi musicali del jazz, gospel e rap una volta che i testi vengono impressi sulla carta come testimonianza storica, oltre che genere poetico. Perchè il blues e la musica afroamericana sono delle cronache in poesia dello spaccato quotidiano della gente di colore dall'Ottocento, passando per gli Anni Ruggenti, arrivando ad oggi in cui la sua evoluzione ha portato a diversi sottogeneri.

Al di là della questione musicale, il blues segna un'evoluzione del modo di vivere dalla comunità agricola all'emigrazione verso le grandi città, all'urbanizzazione della massa afroamericana, dove l'integrazione si rende sempre più possibile pur avendo la nostalgia delle dolorose origini. La malinconia, appunto, che porta ad essere blue. L'emarginazione iniziale, soprattutto quella degli albori del '900, anni in cui l'abolizione della schiavitù era recente ma non troppo e l'urgenza di mangiare e trovare un lavoro erano le difficoltà per chi portava su di se la tara generazionale o diretta dello schiavismo, era una situazione critica a volte impossibile da affrontare; questa situazione si protrasse, come è noto nella storia, per gran parte del secolo scorso e la tendenza del mettere in musica la propria condizione di "rifiutato" si è protratta con la condizione sociale stessa, evolvendosi. Troviamo sostanzialmente una divisione nel corso della storia per tematiche: il blues rurale (country blues), inerente alle origini della vita e del lavoro in campagna; quello urbano (city blues), riferito all'emigrazione nel contesto delle grandi città, spesso legato anche a quello della malavita e della realtà carceraria; quello jazzistico, più accurato, affinato dall'introduzione di supporti audio quali il disco.

A livello letterario, non si può fare altro che carpire il tentativo, sempre riuscito, di trasmettere con le parole delle sensazioni da tutti comprensibili; è un tipo di scrittura libera ed emozionale, slegata da qualunque schema formale, la trascrizione di un flusso di coscienza appartenuto a chi si è fatto portavoce della coscienza collettiva. Le tematiche non includono solo il proprio stato sociale ma, in quanto specchio della vita quotidiana, anche l'amore, il sesso, i vizi, la religione sono inclusi e mostrati senza censura.

Dopo avervi dato alcune nozioni veramente base sul genere musicale, non vi resta che approfondire leggendo queste meravigliose poesie composte da versi liberi,sperando che possiate apprezzarne appieno ciò che ha da offrirvi: un'immagine di un vissuto antico, una finestra su una realtà innegabilmente difficile ma totalmente affascinante.


Il blues del deserto (Furry Lewis, 1932)


Non riesco a vedere attraverso l'acqua sporca, baby

e non riesco a trovare la riva.

Se tu non mi vuoi, dolcezza, stringiamoci la mano.

Me ne andrò così lontano, da non sentire più il canto del tuo gallo,

me ne andrò così lontano, da non sentire più il canto del tuo gallo.

Questa per me sarà l'ultima volta che busserò alla tua porta,

sarà l'ultima volta che busserò alla tua porta.

Tu non vuoi cucinarmi la cena, tu non mi stiri i vestiti,

tu non vuoi fare altro che essere ammirata.

Prenditela tu la mia donna ma non sarà una mossa furba,

sono stufa di una donna che gioca alle mie spalle.

Quando la bufera arriverà e la mia casa spazzerà via

io sono una bravo ragazzo, ma non ho un posto dove stare.

Ci sono un sacco di problemi qui e ce ne sono dappertutto,

un sacco di problemi che girano nell'aria.

Cosa farai quando i tuoi problemi saranno come i miei?

Cosa farai?I tuoi problemi sono come i miei.


Il blues del povero straniero (Tampa Red, 1939)


Sono uno straniero qui,

portato dal vento del vostro paese.

Sono uno straniero qui,

portato dal vento del vostro paese.

E solo perchè sono uno straniero

tutti vogliono maltrattarmi.

Signore, mi chiedo se la mia brava ragazza sa che sono qui.

Signore, mi chiedo se la mia brava ragazza sa che sono qui.

Beh, se lo sa, sembra che se ne freghi.

Mi chiedo perchè la gente maltratta i poveri stranieri così.

Signore, mi chiedo perchè la gente maltratta i poveri stranieri così.

Dovrebbero ricordarsi che raccoglieranno quello che seminano.

Me ne ritorno al sud, dovessi consumare anche novantanove paia di scarpe,

Mama, me ne ritorno al sud, dovessi consumare anche novantanove paia di scarpe,

così saprò di essere benvenuto e non avrò più il blues dello straniero (la malinconia).


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