• Rebecca Di Schino

Idillio cosmico


Ai tempi della scuola non mi piaceva per nulla Leopardi. Non saprei dire la motivazione specifica, magari si trattava di quelle idiosincrasie che si cementano nel cervello in gioventù senza apparente motivo, tipo il non mangiare i ceci o detestare il colore marrone. Sta di fatto che studiarlo per me rappresentava una vera e propria tortura: quelle poesie lunghissime, la mancanza di vitalità e le corse dietro a Silvia che lo evitava con una fermezza esasperante, le nottate a guardare la Luna che imperterrita con me non ci parlava.

Ho attribuito quella avversione, con il senno di poi, al fatto che negli anni clou della mia formazione scolastica non c’è stato nessuno che abbia saputo farmi appassionare. Ma Leopardi, per me, è stato come quelle erbacce che le estirpi ma continuano a riproporsi, o meglio, è stato come quella pietanza che alla fine, per sfinimento, finisce non solo per piacerti nonostante l’odio iniziale, ma anzi non puoi farne più a meno (come i broccoletti).

Se parli di Giacomo Leopardi, la gente subito si aspetta che gli nomini l’Infinito, o il Passero solitario, o A Silvia. Io, da brava outsider, ho capito che aveva finalmente trovato la via del mio cuore quando lessi per la prima volta Amore e Morte. Di tutta la produzione leopardiana, una produzione tra l’altro ricchissima malgrado la vita breve e sofferente del poeta, l’ultima sezione di opere contenute nella raccolta dei Canti è quella che maggiormente, a mio parere, ne stabilisce il primato tra i vari scrittori del primo Ottocento italiano.

Aveva trentanove anni quando morì, accompagnato fino alla fine da una salute malferma che gli procurò sofferenze e ispirazioni. La sua condizione fisica cagionevole fu una delle concause che lo videro dedicarsi con ardore e diligenza allo studio. I “sette anni di studio matto e disperatissimo” ne accrebbero le conoscenze dei classici greci e latini e lo aiutarono a comprendere quanto le mura domestiche non fossero abbastanza vaste per la sua completa e totale erudizione. Adelaide e Monaldo gli si presentarono come due modelli fermi e chiusi in cui iniziare ad approcciarsi allo studio, i classici e il rigore religioso, ma Giacomo voleva di più. Tra primi componimenti, traduzioni da Omero e studio assiduo, non passò molto che iniziò ad appassionarsi alle arti e alla filosofia, ricreando una sua visione del rapporto con la natura e gli uomini.

La raccolta poetica dei Canti comprende l’intera produzione leopardiana, suddivisa in sezioni che ripercorrono le conoscenze, gli incontri, le amicizie, le passioni, le idee e il percorso culturale fino alla sua morte. Oltre alle canzoni “politicizzate” (All’Italia, Ad Angelo Mai, Bruto minore e Inno ai Patriarchi) si susseguono i Piccoli Idilli (dal 1818 al 1822), i Grandi Idilli (dal 1828 circa al 1830) e l’ultima produzione che finisce con le raccolte delle poesie sepolcrali.

Ecco, Amore e Morte si propone come una canzone libera scritta proprio in quest’ultima fase della sua vita, la parabola discendente della sua esistenza che raggiunse il culmine della vera poesia con il Ciclo di Aspasia. Poche composizioni che hanno come punto di contatto l’acme dell’emozione umana: la passione d’amore (non corrisposto) per la bella Fanny Targioni Tozzetti. Non si può dire certamente che fosse un dongiovanni, la sua salute non gli permise mai lunghi corteggiamenti o anche solo l’autostima e il coraggio necessari per dichiararsi, ma le poesie dedicate ad Aspasia, Fanny appunto, concentrano nei loro versi tutta la forza che ci vuole per accettare un amore e perderlo al contempo.

Leopardi era un ragazzo, la sua morte prematura non ci fa mai pensare davvero che, durante la sua triste e sofferta vita da recluso, vivesse gli stessi sentimenti ed emozioni che anche voi che leggete questo articolo provate ogni giorno. Era insofferente verso le attenzioni dei genitori, intollerante alla clausura domestica, innamorato ma timido, voglioso di esplorare il mondo, pieno di idee e con ferventi visioni politiche, amante della cultura e grande esponente della stessa. In poco tempo riuscì a frequentare i grandi salotti di Bologna, Milano, Firenze e Pisa e, a parte un breve ritorno a Recanati, scelse come sua patria conclusiva Napoli.

Fanny, quindi, è un amore maturo, nato e cresciuto durante il periodo fiorentino, nei tre anni in cui sono inserite le composizioni del ciclo. È una donna molto bella, colta, ma fredda e senza cuore per il giovane poeta che, assolutamente senza rancore, decise di dedicarle un ciclo poetico scegliendo come nome quello della prostituta amata da Pericle (ma guarda un po’ il caso, a volte!). Tra autoaffermazione, dediche dirette e composizioni sull’analisi di quella che è stata una dolorosissima esperienza amorosa, Amore e Morte racchiude l’apice della sublimità del sentimento amoroso.

Quando sei convinto che nella vita niente potrebbe essere più perfetto dell’innamorarsi di quella che per te è la persona giusta, l’unica con cui vorresti davvero condividere la vita, ti ritrovi nella situazione in cui, costretto ad affrontare il rifiuto, non sai come considerare l’amore. La morte, benché estrema, sembra l’unica soluzione possibile, portatrice di quel conforto che sta nell’annullamento del dolore.

Leopardi è stato in grado di parlare di tutto e di farlo anche bene. Oltre alle poesie che tutti ricordiamo per le volte maledette in cui siamo stati costretti a impararle a memoria, gli scritti morali, le lettere, i pensieri sulla politica e sulla filosofia, riecheggiano tra le aule scolastiche e nei gruppi di lettura come esempio di quella che è stata la grande letteratura italiana di inizio XIX secolo.

Giacomo Leopardi 222 anni dopo la sua nascita, continua a scolpire il cuore di chi lo legge, incide nella memoria quei passi che pur risentendoli anche dopo anni suscitano le stesse emozioni, raccogliendo, allo stesso temo, maggiore consapevolezza dovuta alle esperienze di vita. Adesso, a meno di sei anni dall’età che aveva lui quando la scrisse, la rileggo con piacere e la faccio mia come solo quei versi che ti rapiscono il cuore riescono a fare.


Fratelli, a un tempo stesso, Amore e Morte ingenerò la sorte. Cose quaggiù sì belle altre il mondo non ha, non han le stelle. Nasce dall’uno il bene, nasce il piacer maggiore che per lo mar dell’essere si trova; l’altra ogni gran dolore, ogni gran male annulla. Bellissima fanciulla, dolce a veder, non quale la si dipinge la codarda gente, gode il fanciullo Amore accompagnar sovente; e sorvolano insiem la via mortale, primi conforti d’ogni saggio core. Né cor fu mai più saggio che percosso d’amor, nè mai più forte sprezzò l’infausta vita, né per altro signore come per questo a perigliar fu pronto: ch’ove tu porgi aita, Amor, nasce il coraggio, o si ridesta; e sapiente in opre, non in pensiero invan, siccome suole, divien l’umana prole. [...]

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