Il coraggio delle proprie scelte: Sylvia Beach

Aggiornato il: 5 set 2020


C’è stato un momento, in Europa, nel primo dopoguerra, in cui si è assistito a una sorta di convergenza di eventi (e di persone) a cui raramente si è potuto assistere nella storia. Quando si parla di centri nevralgici della cultura, di unità di menti e intenti, di scoppiettanti innovazioni letterarie e culturali e di autori e artisti celebri che hanno convissuto nello stesso momento, frequentato gli stessi luoghi, si tende a retrocedere fino ai decenni del Rinascimento. Due secoli dopo, in effetti, i salotti letterari si sono andati espandendo a vista d’occhio, selezionando in ogni caso quei due o tre in cui si riunivano grandi autori illuministi e primi romantici.

Ma il primo dopoguerra ha fatto senza dubbio la sua parte e l’ha fatta in un modo che, forse, a causa della “vicinanza” temporale, ancora non abbiamo assimilato. Lo scossone socio-politico dovuto al conflitto mondiale, il trauma psicologico dei sopravvissuti, le speranze per una ripresa quasi normale dello scorrere della vita hanno continuato a subire ulteriori colpi con la crisi del ’29, il proibizionismo in America e, ancor peggio, l’ascesa della politica Nazi-fascista in Europa.


Quando si dice che gli artisti vivono una vita parallela a quella delle persone “normali”, forse si intende il fatto che le loro emozioni, i loro sentimenti, il modo che hanno di percepire la realtà sono maggiormente intensi. Ascoltano tutto, vedono tutto e sentono (empatizzano sarebbe più appropriato) tutto, traducendo questa loro apertura in opere che hanno cambiato la prospettiva sul mondo di chi ha avuto la fortuna di fruirle. In una Francia che stava accogliendo i fuggiaschi americani, in una Parigi che in poco più di vent’anni avrebbe subito l’occupazione tedesca nel momento più terribile del Secondo conflitto mondiale, una donna, una fuggiasca anche lei proveniente dall’America, aveva aperto sulla rive gauche della Senna una libreria, proclamando al mondo che l’unico modo per sopravvivere era, in un certo senso, vivere altrove: nei libri.

Sylvia Beach, nata Nancy Woodbridge Beach, aveva lasciato Baltimora nel 1901, all’età di quattordici anni, per seguire suo padre che aveva ricevuto la nomina di vice pastore presso l’American Church di Parigi. Il suo idillio con il Vecchio continente durò tutta la vita. Dopo diversi trasferimenti, un ritorno negli Stati Uniti e qualche anno vissuto in Spagna, finalmente, nel 1922, tornata al suo primo amore parigino fondò la libreria che riuscì a sconvolgere la storia della letteratura. La Shakespeare and Company (un nome, un programma), con l’aiuto dell’amica e amante Adrienne Monnier, proprietaria di una biblioteca circolante, diventò luogo di incontro per i grandi artisti che avevano trovato in Parigi un porto sicuro, un gruppo di disperati espatriati che esternavano le proprie esperienze di vita su carta. Di questi “disperati” facciamo qualche nome, tanto per farvi rendere conto del giro di artisti che frequentava la libreria della Beach: Hemingway, Faulkner, Fitzgerald con consorte, Anderson, Dos Passos, Ezra Pound, T. S. Eliot, ma anche Picasso, Matisse, Man Ray e Braque. Roba che probabilmente non si vedevano tanti personaggi tutti insieme nello stesso posto dal salotto di Madame de Pompadour.

Il circolo letterario che negli anni prese a vorticare intorno alla figura e alla libreria di Sylvia Beach subì una sorta di crisi quando la donna incontrò James Joyce. Irlandese, celebre, aveva raggiunto la fama poco tempo prima con la pubblicazione di Gente di Dublino e portava con sé il manoscritto del suo capolavoro assoluto. Le oltre settecento pagine dell’Ulisse, però, non riuscivano a vedere la luce. Non c’era stato un singolo editore disposto a pubblicare il controverso romanzo di Joyce, un concentrato di poesia, erotismo e innovazione, troppo complesso e compromettente per ricevere incoraggiamenti. La stessa Virginia Woolf ne rifiutò la pubblicazione nella sua casa editrice. Sylvia, però, era una donna troppo intelligente e lungimirante per non capire che quello che ogni editore e tipografo stavano rifiutando non era tanto un romanzo, quanto un prodotto artistico che stava per essere derubato alla società. Joyce era un investimento sicuro, un autore dal talento indiscusso: scelse di assumersi lei stessa le spese della pubblicazione, stampando settecento copie di un capolavoro che gli Stati Uniti misero al bando a causa dei contenuti ritenuti troppo inadatti al pubblico. Tuttavia, benché l’idea fosse buona e la volontà di mettere sul mercato un potenziale best seller c’era tutta, le copie vendute furono così scarse che la Shakespeare and Co. andò in crisi, rischiando la chiusura per fallimento.

Aiutare il prossimo ha delle conseguenze, Sylvia lo sapeva, ma era troppo importante per lei che ogni tipo di arte vedesse la luce e fosse vissuta dal pubblico. Fu per questo che gli autori che gravitavano intorno alla rive gauche decisero di effettuare letture (a pagamento) di passi scelti delle proprie opere in modo da devolvere il ricavato alla libreria e pagarne i debiti.

L’Ulisse, come tutti sappiamo, continua a riscuotere enorme successo, nonostante il bando e qualche critico troppo esigente, ed è il testo che più degli altri ha consacrato il mito immortale di Joyce, un mito che forse non avrebbe avuto tale risonanza se una sola donna, a proprio discapito, non ne avesse riconosciuto i meriti. A poco a poco i fedelissimi lasciarono la Francia, pronti a tornare in patria o ad allontanarsi definitivamente da Parigi a causa della guerra imminente. La libreria, comunque, restò aperta sotto la gestione della Beach fino al 1962, quando la proprietaria morì. Ancora oggi, come libreria storica, è uno dei luoghi più visitati della capitale francese per quanto non si trovi più all’indirizzo originale. Dopo la morte della Beach, infatti, lo statunitense George Withman rinominò la sua libreria Le Mistral con il nome di Shakespeare and Company, in onore del lavoro e della dedizione che la Beach, nel corso della sua vita, dedicò ai volti celebri e agli aspiranti scrittori che videro in lei non solo una libraia ma il mentore e la sostenitrice che meritavano.

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