Il mio incontro con Hawthorne


Era una mattinata come un’altra. Nel programma d’esame c’era questo libro, mai sentito prima, Il fauno di marmo. Si trattava della parte monografica dell’esame relativo agli autori americani del Sette-Ottocento e l’idea di cimentarmi nella lettura in lingua originale di un romanzo scritto due secoli prima un po’ mi spaventava. Ricordo che, a dispetto delle iniziali predizioni, si è rivelato come l’esame più divertente che abbia mai conseguito, preparato girando per Roma, una sera di inizio estate, insieme alla mia amica e compagna di studi, alla ricerca dei luoghi descritti nel libro. Qualche chilometro a piedi dopo, con la metro inevitabilmente chiusa e una torretta con una Madonnina nascosta tra i vicoli di Via del Corso finalmente scovata, ci siamo guardate e abbiamo capito perfettamente il senso stretto del romanzo.

Credo sia stata in quella occasione che ho iniziato ad apprezzare il suo autore, Nathaniel Hawthorne. Un nome, per me, fino a quel momento sconosciuto come molti altri, ma che improvvisamente aveva segnato il modo di approcciarmi a una delle città che più mi è rimasta nel cuore.

Di illustre genealogia, Hawthorne nacque a Salem da una famiglia che era approdata in America già all’inizio del periodo della colonizzazione della Nuova Inghilterra. Nei territori del Massachusetts i suoi antenati si distinsero per la ferocia con cui si applicarono nella caccia e distruzione delle streghe, un retaggio che Nathaniel decise di non vantare, modificando addirittura il suo cognome con l’aggiunta di una “w” prima assente in modo da poter iniziare egli stesso una sua discendenza che si distaccasse il più possibile dalle crudeltà e dall’ignoranza perpetrate dalla sua famiglia. Ragazzo timido e schivo, sopportò, con una successiva carenza a istituire rapporti sociali in modo semplice, la mancanza del padre durante l’infanzia. Morto di febbre gialla quando lo scrittore aveva appena quattro anni, lasciò che il figlio fosse cresciuto dalle donne della famiglia e che i primi veri uomini che poterono influire positivamente sulla sua educazione e crescita emotiva fossero il poeta Longfellow, il governatore del Maryland Russwurm e il futuro presidente degli Stati Uniti Pierce. L’apporto più significativo, tuttavia, si deve al legame d’amicizia con gli autori e filosofi Emerson e Thoreau, pur non condividendo appieno il pensiero Trascendentalista dei due.

Terminata la premessa stile SuperQuark relativa alle note biografiche, necessarie, vi spiego perché, secondo me, Hawthorne è un autore che va letto.

Innanzitutto, come spesso accadeva agli scrittori del primo XIX secolo, non si limitò alla produzione di romanzi e, anzi, non si cullò nemmeno sulla fortuna immediata e immortale che ebbero due delle sue opere più prestigiose, La lettera scarlatta e La casa dei sette abbaini. Approfittando della sua vita e della situazione in cui verteva un’America appena uscita dalla guerra di Indipendenza ma ancora immune alla pace duratura, Hawthorne descrisse con accuratezza, a volte folle razionalità e spietato rigore, il clima che si respirava nelle colonie. Da una discendenza che, come ho anticipato, risaliva a due secoli prima, lo scrittore era stato in grado di fornire al suo pubblico, contemporaneo e soprattutto postumo, un quadro di quella che era la gretta, meschina e ipocrita società su cui si era fondata e stava “prosperando” il Nuovo Continente. In particolare con i due romanzi sopra citati, ma maggiormente con La lettera scarlatta, Hawthorne riesce a toccare tutti i temi che facevano parte del vivere comune e della struttura della società puritana dei coloni, giunta fino a lui duecento anni dopo. L’ambientazione di metà Seicento allontana in qualche modo l’occhio critico dei suoi lettori, ma la raffinatezza della scrittura e la durezza dei comportamenti dei personaggi descritti, rende perfettamente chiaro il clima che si respirava all’epoca.

Nonostante abbia ottenuto una fama tale da essere elogiato senza mezzi termini da Melville e venire inserito nell’Olimpo dei grandi scrittori del Rinascimento americano, quello che personalmente ho più apprezzato di Hawthorne sono i racconti. Due sono le raccolte più ricche e celebri, assemblate dopo la pubblicazione delle singole produzioni su varie riviste americane, e l’aggiunta di altri titoli a quelli già pubblicati non fece altro che arricchire la sua fama e sottolineare il genio che si celava dietro la sua scrittura.

L’arco temporale della sua pubblicazione fu di appena 36 anni, dovuto al fatto che morì sessantenne nel sonno, una morte quasi attesa con apprensione visto che soffriva di una salute così malferma che gli impedì di terminare alcune opere che vennero poi pubblicate postume. In questi anni, arricchiti dalla frequentazione con Pierce, Thoreau ed Emerson e dal matrimonio con Sophia Peabody, riuscì a mettere mano su oltre nove romanzi, tre raccolte di racconti e sei testi di narrativa per bambini. Una produzione ricchissima che tocca vari argomenti e che raggiunge il suo apice con le allegorie che fanno parte della struttura basilare della raccolta Mosses from an Old Manse. Di questa, i titoli che più vi consiglio sono senza dubbio La voglia, La figlia di Rappaccini e La sepoltura di Roger Malvin. Se quest’ultimo tratta del tema dell’onore e del rispetto, in un racconto a due che rievoca la durezza della guerra e la sanguinosa battaglia di Lovell, i primi due hanno in comune il tema dell’ossessione. La voglia è un racconto parossistico sulla gelosia di un marito che finisce per diventare fatale alla giovane moglie; La figlia di Rappaccini rappresenta, in un emozionante crescendo di ansia e incomprensione, il rapporto incestuoso tra il Dr. Rappaccini e la sua unica figlia promessa in sposa.


La capacità di Hawthorne di trattare tematiche scabrose anche oggi, come l’adulterio, la gelosia ossessiva, l’incesto, l’ipocrisia, rendono la sua scrittura univa e sempre attuale. Difficile non comprendere la morale dietro i suoi scritti. Difficile restare indifferenti alle descrizioni di quei sentimenti umani che in qualche modo fanno parte della nostra natura anche adesso.

Herman Melville fu uno dei maggiori sostenitori della figura e del lavoro di Hawthorne e scrisse, in una delle lettere che gli spedì, come l’americano potesse essere paragonato, per grandezza futura e importanza letteraria a Shakespeare. Entrambi, benché superati dai nuovi, sarebbero rimasti in eterno conosciuti per la profondità delle proprie trame e per la descrizione precisa di quei personaggi in cui riusciamo tutti a identificarci. Shakespeare potrebbe essere considerato un predecessore di Hawthorne e, malgrado le profonde differenze dovute già solo al contesto storico in cui i due sono vissuti, credo che non esista per un autore complimento migliore.

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