• Alessandra Libertini

"Il potere non è un mezzo, è un fine". Il romanzo fantapolitico e la distopia in letteratura (p.1)


Prima di cominciare, occorre fare una premessa non sempre ovvia: le realtà parallele in cui si svolgono i romanzi non sono assolutamente tutte dello stesso genere, che si parli di presente o di futuro. Un neo lettore che si approccia proprio a questa affascinante parte del mondo letterario può trovarsi davanti una realtà utopica o una realtà distopica. E, se nel primo troviamo la proiezione di un mondo assolutamente ideale, nel secondo caso troviamo l'esatto opposto.

Il termine "distopia" è composto dai termini del greco antico "δυς-" (dys) = "cattivo", a cui è unito "τόπος" (topos) = "luogo". Fu coniato da John Stuart Mill, filosofo, nel 1868, come evoluzione del termine "cacotopìa" già coniato da Jeremy Betham.

Usate come specchio delle problematiche della stessa società in cui il creatore dell'opera è immerso, le realtà distopiche sono l'esasperazione delle stesse, la cui estrema negatività crea una stirpe di esseri votata praticamente all'inumanità, controllata e modificata secondo un'esigenza di perfezione che porta l'inevitabile standardizzazione dell'individuo, non più capace di formulare un proprio pensiero, in grado solo di obbedire, pena l'eliminazione.

Tutte le storie possono essere inquadrate in due filoni principali, divise poi in innumerevoli sottocategorie nate con il tempo e l'evolversi della tecnologia e della storia: il filone fantapolitico e quello post-apocalittico.

Il primo spesso è ambientato in uno scenario futuro (o presente al tempo dello scrittore, come in Arancia Meccanica) dove una dittatura controlla e sopprime ogni tentativo di individualità, con l'aiuto della fredda tecnologia e della censura pressante. L'"io" non esiste, è parte di un'informe massa che contiene il tutto, che si muove in modo sempre uguale garantendo così la pace. Sono storie di tentativi di rovesciare il potere interamente o in parte.

Il secondo filone è ambientato in uno scenario disperato dove l'umanità è reduce da una catastrofe che, riportato all'individuo allo stato primitivo grazie alla cancellazione di qualsiasi espediente che lo aiuti a sopravvivere, porta l'essere umano alla solitudine e all'ingegnarsi per sopravvivere. Dovendo scegliere, ho reputato il primo grande gruppo più vario e interessante, ma non è detto che non segua nei mesi a venire un excursus sulla variante appena citata!

Tra le opere di rilievo, veramente molte, quattro saranno quelle scelte per mostrare la distopia nella letteratura fantapolitica, dei super classici della letteratura anglofona (tre dalla letteratura britannica e uno dalla letteratura americana), divisi in due "puntate" per rendere la lettura più scorrevole e piacevole. Nella seconda parte, oltre ad approfondire altri due importanti romanzi del genere, vi darò ulteriori consigli di lettura "in pillole".

Per oggi, cominceremo dai più giovani, andando a ritroso nel tempo.

Buona lettura!


Arancia Meccanica:

Anthony Burgess lo scrisse nel 1961, in un periodo di estrema difficoltà economica in cui arrivò a produrre anche cinque romanzi in quattordici mesi per sbarcare il lunario. Tra questi cinque romanzi, uno dei migliori romanzi incentrati sulla distopia. Trovò il titolo in un ricordo: nel 1945, tornato dal fronte, sentì dire da un ottantenne in un pub di Londra che qualcuno era sballato come "un'arancia meccanica". Gli rimase così impresso da inserirlo nella sua produzione.

Il romanzo non è che un'esacerbato ritratto della gioventù della fine degli anni '50, portata alla violenza quasi incontrollata dall'insoddisfazione data dal periodo post bellico, portando la criminalità a dei picchi veramente preoccupanti; riformatori o carceri non facevano che accrescere nell'individuo il senso di inadeguatezza nello stare al mondo e, dunque, questo romanzo doveva essere il manifesto di questo lato dell'attualità di Burgess, dove è centrale il diritto di scegliere.

È infatti la possibilità di scegliere per se stessi la parabola su cui si fonda l'opera: Alex, il protagonista, è malvagio per natura, poiché vive in un ambiente dove non gli manca nulla, come un quindicenne qualunque, dove i genitori operai non gli riservano altro che attenzioni e premure, essendo figlio unico. Ma la famiglia è l'unico ambiente in cui il lettore percepisce il lato umano del personaggio. Il ragazzo, con i suoi bamba (il romanzo, scritto in prima persona, è prevalentemente steso utilizzando il "gergo moschetto", la lingua Nadsad, creata dall'autore trasformando parole inglesi e russe e inventandone altre) si da nel giro di pochissimo tempo nella storia a episodi di violenza inaudita: pestaggi incontrollati di ignari passanti, violenza carnale su donne nella loro casa, per darsi poi anche ad atti di pedofilia su due bambine di dieci anni adescate dopo aver dato loro dell'alcol. Fino a che, un giorno, non avviene altro che ciò che ci viene annunciato dalla crescente tensione della trama: compiuto un omicidio su una donna anziana, venduto dai suoi amici stanchi delle sue pretese da leader, viene imprigionato per due anni. Alex ci racconta in prima persona il carcere, la violenza continua ad essere costante nella storia, fino al compimento del il suo secondo omicidio proprio in cella che lo porta a far parte del "Progetto Ludovico", o "Progetto di Redenzione". I patti sono molto chiari: dopo quindici giorni di cura, la scarcerazione. Ma il programma è brutale, come una sorta di legge del Taglione, per cui chi di violenza ferisce, secondo lo studio a cui è sottoposto, di violenza "perisce". Il protagonista, legato con la forza ad un lettino con gli occhi aperti da due divaricatori, è costretto a vedere scene così efferate da provocare in lui un senso di malessere talmente grande da essere una tortura a tutti gli effetti. Torturato psicologicamente, dunque, per quindici giorni, viene reimmesso nella società senza sapersi più difendere, senza esser più capace di provare stimoli sessuali, come un essere inerme; anche la musica, costante del romanzo, "colonna sonora" del suo sanguinario flusso creativo, riesce a dargli la nausea. Uscito dal carcere non troverà più la sua dimora accogliente (i suoi hanno affittato la sua stanza) e, man mano, incontrerà tutte le persone a cui ha causato sofferenza fisica e psicologica e pagherà per i suoi delitti, più di quanto abbia pagato con il carcere: il concetto di aver "già subito abbastanza" cerca di ribadirlo spesso quando si ritrova nella posizione da vittima, ma è come inascoltato, dato che è chiaro che le conseguenze subite dalle sue vittime son state più devastanti delle sue. Dopo un tentativo di suicidio a causa di un ricovero, succede qualcosa che capovolge gli schemi: lo stesso Governo che aveva deciso di redimerlo, per non subire la pressione mediatica e la conseguente ammissione di fallimento del progetto, lo riporta allo stato originario. Ma troviamo un Alex comunque cambiato nel finale, desideroso per se stesso di abbandonare la violenza per farsi una famiglia.

L'"ultraviolenza" a cui il protagonista viene sottoposto è anche un po' quella a cui viene sottoposto il lettore: nonostante il gergo che rende meno scorrevole la lettura se non ci si abitua, questi viene inondato continuamente da atti efferati completamente gratuiti; per Burgess, scrivere è stato un "atto catartico e caritatevole insieme" (per usare le sue parole), derivanti da un aneddoto raccontato dalla moglie, che subì una violenza carnale durante i bombardamenti del 1942 da tre soldati. Molto di questo lo ritroviamo nella scena in cui il gruppo di ragazzi entra in una villetta, quella di uno scrittore (scena, dunque, autoreferenziale) e ne violentano la moglie; la donna, non sopportando il trauma, muore, ma Alex si ritroverà, una volta uscito dal carcere, ad essere accudito da quello stesso scrittore, F. Alexander, ignaro del fatto che il ragazzo sia in qualche modo il carnefice della moglie.

Il messaggio della storia è che l'individuo, messo di fronte ad una scelta obbligata come la terapia del disgusto (che altri non è che un esasperato ritratto del programma di correzione carcerario) si snatura ma può comunque tornare all'origine del male: è solo la sua scelta, personale e non dettata dalle istituzioni, a cambiare il suo destino.


Fahrenheit 451: Il secondo capolavoro di cui si parla in questo articolo è il romanzo che Bradbury scrisse nel 1953, pubblicato a puntate sulla neonata rivista Playboy; successivamente, in Italia uscì con il titolo Gli anni del rogo, in due puntate sulla rivista Urania lo stesso anno. La versione del mondo distopico che troviamo in 1984, dove il controllo dell'informazione e la standardizzazione dell'individuo è un fattore pressoché naturale, qui viene convertita in uno scenario praticamente sempre al buio, svolgendosi per la maggior parte di notte, per dare quasi un'idea di assenza di speranza. La realtà in cui si muove il protagonista Guy Montag, pompiere proveniente da una stirpe di pompieri, è quella di un futuro posteriore agli anni '60; le persone sono silenti, chiuse nelle case senza verande per non avere interazione con il mondo esterno, infelici e depresse, in gara per avere pareti piene di schermi che proiettino programmi interattivi o trasmettano la voce dei propri cari senza dover uscire. Ogni singolo individuo è cresciuto con il tabù più grande: quello del libro. Considerato un oggetto sovversivo e pericoloso perché contenente delle verità che portano l'essere umano a riflettere e, presumibilmente, ad impazzire, come spiega l'antagonista del romanzo, il capitano Beatty, capo di Montag, molti decenni prima ne è stato vietato l'uso, fatto oggetto di censura e perseguito insieme a chi lo possedeva. Così, professori universitari, uomini colti, preti, educatori sono stati sostituiti dalla radio e dalla televisione, strumenti che per Bradbury rappresentavano una plausibile alternativa futuristica alla formazione classica. Così, venne creata la "milizia del fuoco", di cui fa parte il protagonista, dove gli operatori non spegnevano i roghi ma li accendevano nelle case dei ribelli che osavano detenere quegli oggetti proibiti, segnalati spesso dai vicini di casa. Fahrenheit 451 è la storia di un uomo, Guy Montag che, stanco di un ambiente pregno di infelicità e dell'assenza d'amore (compresa quella data da sua moglie Mildred, dedita agli psicofarmaci) dove le persone sono totalmente vuote e frivole (come le amiche della moglie, incapaci anche di amare i propri figli), trova nell'incontro con una giovane diciassettenne e nel sovversivo atto di rubare e leggere libri. Denunciato dalla sua stessa moglie, si ritroverà ad essere inseguito e a fuggire fino a raggiungere dei reietti della società, ovviamente colti e a loro modo illustri, prima che cominci una guerra ed un ordigno nucleare venga scagliato sugli edifici e rada al suolo tutto. La genialità del romanzo sta nel suo modo di spalmare un po' ovunque la sua parabola: l'assenza di cultura porta alla morte, tanto quanto l'assenza di umanità. Gli ambienti cupi e claustrofobici, dove anche le strade portano al nulla, regalano al lettore esattamente lo stato d'animo degli esseri abitanti questa versione parallela della Terra; le scene cariche di tensione e spesso struggenti, come l'anziana che preferisce morire bruciata con i suoi libri e la tenerezza di Montag verso la diciassettenne, in opposizione con la fredda esibizione di cultura e algida impassibilità dell'antagonista Beatty, sono gli unici sprazzi di un sentimento proibito rispolverato a fatica. Montag trova ossigeno solo nella relazione con la giovane Clarisse, resa "pazza" dai racconti dello zio, contenenti residui di un mondo totalmente diverso e più umano; nell'incontro con Faber, un vecchio professore che lo spingerà a leggere e si offrirà di fargli da maestro; infine, trova la salvezza nell'incontro con i fuggiaschi, simbolo di un genere che può sopravvivere solo sotto il segno del progresso, inteso come umano, non solo come tecnologico.


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