Il romanzo epistolare: se una lettera ci ruba il cuore


Ah, le lettere! Ma quanto sono belle, le lettere scritte a mano?!

Al giorno d’oggi tutta questa fretta di comunicare e la maestosa lentezza delle poste non ci consentono più di dedicarci alla scrittura e alla spedizione di una lunga e articolata epistola. Ma c’è stata un’epoca, nemmeno troppo lontana dai giorni d’oggi, in cui una lettera era l’unico modo che si aveva per aggiornare i nostri cari sull’andamento della vita quotidiana.

La letteratura, che da sempre prende forte spunto dalla vita vera, non si è lasciata sfuggire l’occasione di dare luce a un intero genere che fa delle lettere il punto focale dell’intera trama: il romanzo epistolare.

Brevi o lunghi, corredati da interventi del narratore o interamente forgiati su una solida struttura a base di missive, i romanzi epistolari hanno fatto la storia soprattutto nel periodo illuminista e romantico, ovvero tra il XVII e il XVIII secolo, quando le comunicazioni, l’introspezione, le opinioni personali e la richiesta di consigli era necessaria alla sopravvivenza dell’intera società.

Il primo romanzo di questo genere, anzi il capostipite cinquecentesco che darà l’avvio per la produzione successiva, si deve ad Alvisio Pasqualigo, Lettere amorose di due nobilissimi intelletti, pubblicato a Venezia nel 1563. Benché il titolo risulti squisito, questo libro non lo conosce quasi nessuno, eppure i successivi che vi andremo a elencare sono talmente celebri che spesso si dimentica il fatto che facciano parte del prolifico mondo delle epistole.

Innanzitutto un paio di precisazioni. A differenza dei normali romanzi, qui la narrazione non segue un filo logico specifico ma semplicemente lo scorrere cronologico del tempo che intercorre tra una lettera e l’altra. Una delle cose interessanti, quindi, è la verosimiglianza a una storia reale: quelle attese, quelle missive che possono ricevere risposta dopo molte settimane, che possono essere confutate da una lettera successiva, aggiungono poesia non solo alla fruizione del testo ma anche alla percezione di avere quasi tra le mani delle vere lettere. Inoltre, la narrazione è totalmente affidata alla voce dei protagonisti ed è qui che si gioca tutta la bravura e la tecnica dell’autore. Un autore, quello del romanzo epistolare, che scompare immediatamente già dalla prima riga, che funge da reporter raccogliendo le missive e ordinandole per il lettore. A seconda del tipo di storia che si vuole raccontare, poi, si modifica la quantità di “narratori”, o meglio di scrittori: ed ecco che per una Lady Susan con più scriventi, c’è una Leggiadra stella con un solo mittente.

Dall’inizio del Settecento iniziano a circolare i primi testi a carattere epistolare, con l’opera di Montesquieu Lettere persiane, seguita quarant’anni dopo da Rousseau e la sua Giulia o la nuova Eloisa. Tuttavia non è a loro che pensiamo quando a scuola studiavamo questa branca della letteratura. I primi nomi che vengono in mente, a braccetto per periodo storico e tematiche, sono il duo decisamente non comico Foscolo-Goethe, autori rispettivamente de Le ultime lettere di Jacopo Ortis e I dolori del giovane Werther. Già che son “dolori” e “ultime lettere” ci prospettano un’allegria che a raccontarla ci vorrebbe una giornata… Rappresentanti indiscussi del Romanticismo tedesco e italiano, utilizzano la successione epistolare per raccontare le storie dei loro protagonisti, giovani alla ricerca di sé stessi e di un posto nel mondo che sembra non poter offrire loro più nulla.

Sebbene non tutte le storie siano a carenza di lieto fine, il Frankenstein ovvero Il moderno Prometeo di Mary Shelley (di cui abbiamo già parlato qui e che potrebbe tornare in altra veste in occasione di Halloween) contiene in sé un finale tragico in un racconto avulso dalla trama principale. Il racconto del dottor Frankenstein, infatti, è recuperato dalle lettere che il capitano Robert Walton scrive alla sorella, ma troppo presi nella storia del mostro e del suo creatore spesso tendiamo a “dimenticare” l’incipit. Stesso discorso per il Dracula di Bram Stoker, che scorre fluido in un mare di sangue e passione lasciando che si tralasci la presenza dello scambio epistolare tra i due protagonisti.

Il nostrano Verga, poi, oltre ai capolavori indiscussi come I Malavoglia e le Novelle rusticane, ha timbrato nel registro dei romanzi epistolari con Storia di una capinera.

Gli ultimi anni hanno avuto la loro presenza, seppur meno marcata, di testi del genere. Non essendo qualcosa che fa più parte della nostra quotidianità, le lettere sono state relegate a un tempo passato lontano da noi, da quella che è la nostra realtà fatta di messaggini WhatsApp e tristissime email. Siamo abituati a romanzi veloci, in cui già ci viene spiegato tutto. Un pubblico frettoloso che non presta attenzione alle date, al tempo che passa, che non può permettersi di guardare al passato perché è troppo occupato a organizzarsi il futuro. Gli autori contemporanei che hanno avuto l’ardire di cimentarsi in moderni romanzi epistolari sono quei nomi che ben conosciamo e abbiamo imparato ad apprezzare per opere diverse, più dirette. Ragazzo da parete di Stephen Chbosky, Che tu sia per me il coltello di David Grossman e il recentissimo Caro Hamid, fratello lontano di Anna Russo, fanno da contraltare agli instabook, alle biografie dei calciatori, ai libri senza trama degli youtubers e risollevano quella letteratura nuova che grida verso i lettori e li trascina in un momento storico in cui tutto era più genuino, in cui si aveva il tempo di pensare e si pensava al tempo da impiegare per scrivere una breve e sentita lettera.

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